Non basta più l’indignazione, serve una soluzione.
“Prendiamo atto”, afferma il Ministro Patuanelli. “Decisione grave e inaccettabile”, commenta il Ministro Provenzano. Tibaldi (FIOM) definisce l’atto della Whirlpool una “dichiarazione di guerra”. E il sindacato dei metalmeccanici CGIL chiede l’intervento diretto del Presidente del Consiglio Conte. Palombella (UILM) dice a Patuanelli che “deve prendersi le sue responsabilità”. Ancora parole, troppe parole, dopo l’ennesima volta in cui la Whirlpool ribadisce che Napoli chiuderà.
Se si prendono i giornali di un anno e mezzo fa, trovo più o meno le stesse espressioni che leggo oggi. Un eterno ritorno, mentre dinanzi ai lavoratori sta per aprirsi il baratro.
Il Governo avrebbe dovuto porsi una domanda: “che facciamo se Whirlpool va fino in fondo con la chiusura?”.
E attrezzare quindi un piano per portare la fabbrica sotto controllo pubblico, con l’aiuto di Invitalia, e, magari, ragionare su un progetto serio di riconversione. La verità è questo piano non esiste e nulla si è fatto per evitare davvero la chiusura.
Se le parole hanno ancora un senso, chiederei a Provenzano quando dice “inaccettabile” cosa intende fare affinché la chiusura non sia alla fine da “accettare”, obtorto collo o meno. Perché le chiacchiere stanno a zero. Sei un Ministro, non un opinionista.
E ai sindacati chiederei quali armi hanno approntato in questi mesi per far fronte a una prevedibilissima – altro che doccia gelata come titola qualcuno – “dichiarazione di guerra”. Perché indire uno sciopero generale cittadino per il 5 novembre, cioè una settimana dopo la chiusura, a me suona di vera e propria beffa.
Bisogna far di tutto per davvero, ma prima che le fabbriche chiudano, non quando i ladri sono già andati via.
Oggi troppe parole servono a poco. Non basta indignarsi con un pollicione sui social. Se i lavoratori dovessero decidere di non andarsene più dallo stabilimento, noi che facciamo? Saremo con loro, fianco a fianco, con i nostri corpi, le nostre energie, la nostra presenza fisica?
