Ali Muhammad Zahir Al Oraney era nato a Beit Nuba in Palestina, l’8 luglio del 1959. Sul suo passaporto c’era scritto Giordania perché prima dell’ANP l’amministrazione era giordana e non si riconosceva ancora un’entità palestinese.
Aveva solo 8 anni quando, nel 1967, lui, la sua famiglia e tutti gli abitanti dei tre villaggi dell’area (Imwas, Yalu e Beit Nuba), anziani che a malapena camminavano, mamme con bambini piccoli senza acqua e cibo per giorni, furono costretti a fuggire dai bulldozer israeliani, senza poter raccogliere gli effetti personali, nemmeno le scarpe.
Lì non c’erano combattenti, i bulldozer comandati dal generale israeliano Yitzhak Rabin ebbero gioco facile e si costituì poco dopo un avamposto militare e poi un fottuto Kibbutz per soli ebrei israeliani, Mevo Horon.
Di fronte alla lotta dei comitati per il diritto al ritorno nei villaggi della regione di Latrun, che rivendicavano il diritto di tornare a lavorare nelle loro terre, il governo Israeliano con il sostegno del Jewish National Fund canadese, ignorò le proteste e i ricorsi legali e costituì nell’area un enorme parco naturale e “archeologico”, il Canada Park, piantando migliaia di alberi in un’enorme operazione di green washing che sradicava contemporaneamente gli ulivi e le rovine rimaste, cancellando la storia palestinese come se lì non fosse mai esistito nulla.
( qui c’è una breve video inchiesta che mostra il parco oggi e intervista i turisti israeliani che ad oggi a migliaia vanno lì pensando ci siano solo rovine romane e percorsi ciclabili)
Negli anni 2000 il governo Israeliano spostò la costruzione del muro, che secondo il diritto internazionale doveva almeno seguire la “linea verde” dei confini del 67, vari km più a est, per controllare maggiormente il territorio e impedire ai lavoratori palestinesi di transitare nella regione.
Quella zona era strategica per l’occupazione, era la linea di ingresso occidentale verso Gerusalemme.
Non so perché la sua morte mi ha fatto pensare e rileggere tante cose sulla sua nascita, sulla storia che ha segnato lui, come ogni palestinese, e per questo è storia e scelta soggettiva e memoria collettiva di un popolo, insieme. Non esisteva Ali senza la causa Palestinese, senza quella fede incrollabile che la lotta prima o poi avrebbe trovato la strada per la vittoria contro il colonialismo e l’oppressione, a differenza di altri palestinesi che, venuti in Occidente, hanno scelto, in fondo anche comprensibilmente, altre priorità: la casa, il lavoro, il conto in banca, la stabilità; o, peggio, che hanno costruito carriere redditizie sulla falsa difesa della causa palestinese.
Ali era venuto a Napoli nel 1979, si era laureato alla Federico II in Economia e Commercio e appena arrivato già lavorava con l’Unione Generale degli Studenti Palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, l’organizzazione comunista che rifiutò gli accordi di Oslo e rivendicava l’emancipazione di tutti i popoli dal colonialismo occidentale e il diritto al ritorno per i profughi palestinesi.
Ali non abbassava mai la testa. Fece richiesta per la cittadinanza quando ormai era qui da 30 anni, ma dopo mesi si vide arrivare una mattina un ufficiale dei carabinieri che gli notificava il rifiuto della cittadinanza per non meglio specificati “motivi politici”.
Quella mattina, me la ricordo come fosse ieri, accolse la notizia con un grande vaffanculo e continuò come nulla fosse a scrivere i suoi comunicati e organizzare le riunioni del coordinamento solidale per la Palestina.
Ali non abbassò la testa nemmeno quando alcuni camorristelli cercarono di cacciarlo dalla casa popolare dove viveva dietro Porta di Massa, a via Chiavettieri, facendo irruzione, scombinando tutto e versando cemento nelle tubature. Chiamò i compagni e disse “organizziamo delle cene, vi faccio i falafel, facciamogli vedere che non sono solo e non gli conviene”
Vinse quella battaglia e i camorristelli mollarono la presa.
Con Ali abbiamo organizzato decine di iniziative, i concerti per la Palestina a palazzo Gravina lottando contro il rettorato che puntualmente provava a impedircelo, le manifestazioni in piazza, le raccolte fondi, l’accoglienza alla Freedom Flotilla nel porto di Napoli.
Quando tornai da entrambi i viaggi in Palestina, Ali si faceva raccontare ogni cosa, ogni minimo dettaglio, i villaggi, le organizzazioni dei comitati popolari, le mie impressioni, preso da quel senso di estraneità dei palestinesi della diaspora, che non possono vedere la loro terra nemmeno per qualche giorno, eppure la portano viva nel cuore ogni giorno della loro vita.
Negli anni, quando è cominciato l’immenso lavoro dell’Ex Opg, ci siamo persi di vista, si fuggiva alla fine da quel negozio perché sapevi che ti aspettavano solo cazziate, quante cazziate, quante inutili incomprensioni.
E’ terribile pensare che non abbiamo potuto salutarlo come meritava, non abbiamo potuto scrivergli niente, né abbiamo potuto fargli visita in ospedale per colpa di questo maledetto Covid, che ci porta via lui e ci ha lasciato in vita dei maledetti pezzi di merda, ricchi, potenti, pronti a ricoverarsi nei reparti privati alle prime avvisaglie di malattia.
Quel sorriso, quella tenacia e quella purezza d’animo sono arrivate a migliaia di persone, molti di noi hanno tanti aneddoti da raccontare e molti invece magari non lo hanno conosciuto bene.
Di più non riesco davvero ad aggiungere, mi sembrava giusto però condividere un ricordo, perché i ricordi in realtà si affollano costantemente nella mia testa in queste ore…
Palestina libera, Palestina rossa!
il comunicato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
