di Giovanni Castellano
“Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorare”.
Così cantavano le mondine nei primi anni del Novecento chiedendo a gran voce la riduzione dell’orario lavorativo. Questa lotta si inseriva nel più ampio movimento internazionale che rivendicava l’estensione in tutti i Paesi dell’antico principio “otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”. Questa battaglia portò all’approvazione della convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro del 1919, la quale fissava la durata massima dell’orario di lavoro nelle industrie in otto ore giornaliere e quarantotto ore settimanali: tale provvedimento fu ben presto recepito in gran parte del mondo occidentale, Italia compresa.
La questione fu ripresa solo con l’esplosione della grande stagione di lotte operaie che ha caratterizzato il nostro Paese tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta; nei rinnovi contrattuali che seguirono questo momento di agitazione popolare i lavoratori riuscirono ad ottenere la cosiddetta “settimana corta”, generalizzando il diritto di godere di due giorni di riposo ogni settimana. Con il declino di quella stagione di lotte il dibattito sulla riduzione dell’orario lavorativo non ha registrato nessun passo in avanti e le poche voci dissonanti sono state prontamente messe a tacere. I progressi ottenuti grazie all’introduzione delle nuove tecnologie informatiche nel settore dell’industria come in quello dei servizi sono sotto gli occhi di tutti: queste tecnologie hanno permesso in molti casi di abbattere in maniera considerevole i tempi delle lavorazioni. La debolezza delle organizzazioni sindacali ha però impedito ai lavoratori di usufruire dei benefici derivanti da questi cambiamenti produttivi: questi ultimi, infatti, non hanno visto ridursi l’orario lavorativo, né hanno migliorato la propria condizione economica assistendo invece ad un progressivo calo del potere d’acquisto.
La maggiore produttività si è dunque tradotta esclusivamente in un aumento dei profitti, modificando profondamente i rapporti di forza tra le classi sociali. Ricorrendo a quello che gli economisti definiscono “wage share” possiamo, infatti, constatare che i salari costituivano il 70,3% del PIL nel 1964 mentre ora rappresentano poco più del 60% del reddito complessivo[1].
Se consideriamo che nella quota salari sono compresi anche gli stipendi dei manager (cresciuti in maniera esponenziale in questo periodo) possiamo concludere che i lavoratori hanno rinunciato negli ultimi decenni ad una fetta considerevole del reddito nazionale.
Se ogni innovazione tecnologica comporta un graduale inserimento nel processo produttivo di macchine capaci di sostituire il lavoro umano, con le trasformazioni legate all’industria 4.0 e al progressivo sviluppo dell’automazione e della robotica questo fenomeno avviene in maniera più rapida e intensiva del solito. Se consideriamo inoltre che i nuovi settori produttivi sono caratterizzati da un minore impiego di forza lavoro riaffiora l’incubo di vivere in una società contraddistinta in maniera permanente da un elevato tasso di disoccupazione. Come se tali preoccupazioni non bastassero a destabilizzare la sicurezza economica degli italiani, la pandemia ha provveduto a dare il colpo di grazia ad un’economia che non si era ancora ripresa dalle recenti crisi, determinando un crollo spaventoso delle attività produttive.
Gli strumenti messi in campo dal governo non tengono conto del carattere duraturo di una crisi che è destinata a prolungarsi ben al di là della fine delle misure di contenimento. Di fronte all’inevitabile crollo dell’offerta di lavoro siamo davanti ad un’alternativa che non possiamo sottovalutare: o riduciamo il numero dei lavoratori occupati oppure chiediamo una riduzione dell’orario di lavoro. Si tratta dunque di rispolverare il vecchio ma efficace slogan “Lavorare meno, lavorare tutti!”. Nell’ambito del dibattito interno alla maggioranza governativa è emersa, in modo timido e con molte riserve, una proposta di riduzione della giornata lavorativa. Apriti cielo! Non appena è trapelata questa indiscrezione Confindustria ha immediatamente reagito fermando sul nascere qualsiasi opzione esterna al proprio perimetro ideologico.
Mentre i mass media provano a spiegarci che “siamo tutti sulla stessa barca”, le classi dirigenti sono corse ad impossessarsi delle scialuppe di salvataggio, mentre i ceti popolari si preparano ad affogare in seguito alle consuete politiche di austerità.
Se vogliamo capovolgere questa situazione dobbiamo quindi rimettere al centro il tema della riduzione dell’orario di lavoro, ribadendo che tale misura non deve essere accompagnata da alcuna forma di diminuzione dello stipendio; solo in questo modo potremo garantire l’occupazione e difendere quel potere d’acquisto delle classi lavoratrici necessario per far ripartire i consumi interni. Per portare avanti questa proposta radicale dobbiamo essere pronti a ribaltare alcuni stereotipi troppo duri a morire; dobbiamo, ad esempio, ribadire che non c’è nessuna evidenza che lega la crescita di un Paese con le ore di lavoro.
I dati OCSE ci dicono invece che, all’interno dell’eurozona, i lavoratori italiani sono al quarto posto nella classifica delle ore lavorate (dopo Grecia, Irlanda ed Estonia)[2] e al penultimo posto per il tasso di occupazione (dopo la Grecia)[3]. Se un lavoratore italiano lavora in media 1.723 ore ogni anno, un lavoratore tedesco lavora 1.363 ore eppure nessuno metterebbe in dubbio la maggiore produttività del paese teutonico. Il problema è piuttosto che in Italia molti non lavorano, mentre altri lavorano troppo. Karl Marx riteneva che la battaglia per la riduzione della giornata lavorativa fosse la fondamentale manifestazione della lotta di classe ma, anche senza voler scomodare il barbuto filosofo di Treviri, possiamo essere certi che questa importante richiesta non è soltanto una rivendicazione sindacale, ma ci parla di tante questioni.
In primo luogo questa lotta ci permette di tornare a parlare di redistribuzione della ricchezza, aiutandoci a fare un passo in avanti nella comprensione delle dinamiche economiche. Se l’economia viene spesso percepita come una scienza arida una grande responsabilità è da attribuire a quegli esperti che fanno di tutto per dipingere le diverse proposte economiche come qualcosa di neutrale. L’economia è, invece, un grande campo di battaglia dove ogni gruppo sociale cerca di far prevalere i propri interessi ai danni degli altri e le politiche economiche adottate dipendono in larga misura dai concreti rapporti di forza tra questi settori.
Grazie all’enorme potere mediatico a propria disposizione, le classi dominanti sono state in grado di convincere il resto della popolazione che i propri profitti coincidono con gli interessi generali della nazione; in America era diffuso il detto “quel che va bene per la General Motors, va bene per gli Stati Uniti” ma il concetto può essere esteso a qualunque contesto. In questo scenario è importante rompere questa narrazione deleteria e riaffermare il protagonismo delle classi lavoratrici, le quali devono tornare a difendere i propri interessi, rivendicando una misura che risponde all’esigenza di ridurre il tasso di disoccupazione e di invertire quella tendenza che ha visto contrarre in maniera progressiva la quota dei salari sul reddito nazionale.
L’aspetto più avanzato di questa proposta consiste, in ogni caso, nella possibilità di immaginare un modello di sviluppo aternativo, respingendo una visione produttivistica troppo spesso diffusa anche negli ambienti progressisti.
Le giornate trascorse in casa durante il periodo peggiore della pandemia sono state davvero dure per tante persone, a partire dai soggetti più fragili. Eppure in questo periodo molte persone hanno avuto l’opportunità di rallentare il normale flusso quotidiano, dedicandosi magari ad attività prima trascurate. Una riduzione dell’orario di lavoro può aiutare le persone ad avere maggior tempo da dedicare alle proprie passioni o allo sviluppo della vita comunitaria oppure, più semplicemente, può permetterci di gestire in maniera meno frenetica i ritmi di vita, riducendo il livello di stress. Non sarà semplice imporre nel dibattito pubblico un tema così importante, ma la gravità della situazione ci impone di considerare con urgenza la questione delle misure da adottare per fronteggiare la minore offerta di lavoro dovuta al rallentamento della produzione.
L’unico modo per evitare che questo fenomeno si trasformi in un aumento esponenziale del numero dei disoccupati consiste nel rivendicare con fermezza la riduzione dell’orario lavorativo. Nel portare avanti questa rivendicazione dovremo essere in grado di trasformare quella che può sembrare una semplice richiesta sindacale in una importante lotta politica che ci permetterà di discutere della possibilità di conciliare, in maniera differente, i tempi di lavoro con i tempi di vita, della necessità di redistribuire la ricchezza e, più in generale, di proporre un diverso modello di sviluppo che anteponga i bisogni della persona alle esigenze del sistema produttivo.
[1] https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/quota-salari-e-regime-di-accumulazione-in-italia/
[2] https://data.oecd.org/emp/hours-worked.htm
[3] https://data.oecd.org/emp/employment-rate.htm
