Il cenone quest’anno lo abbiamo fatto tardi. aspettavamo mio cugino, che poteva arrivare a Napoli solo alle nove e mezza. Non per colpa sua, eh. semplicemente per il 23 e il 24 non c’era più un posto su un treno, manco a pagarlo oro.
Frecce rosse, frecce argento, italo: vagoni e vagoni pieni di terroni che da Torino, Milano, Bologna se ne scendevano giù. una mezza migrazione che si ripete ogni anno, e in piccolo ogni fine settimana.
E in mezzo a queste migliaia di persone e di famiglie che si spostano, mio cugino, che senza sapere niente tre anni fa è andato a lavorare al Nord. Un lavoro davvero del cazzo, ma di starsene ancora qui a non fare nulla e a pesare sulle spalle dei genitori non gli andava proprio. “E nun ‘o putev accattà primma stu biglietto?”, ha detto il padre, mio zio, a sua moglie, quando ha saputo che non c’era posto. “Chist fa semp ‘e cos all’ultimo a tutto”.
il problema è che no, mio cugino non lo poteva comprare prima. Perché il padrone non gli ha detto fino all’ultimo se il 26 doveva lavorare o no, e quindi non sapeva se riusciva a scendere o no. L’ha spiegato alla mamma, ma con il papà non gli andava di fare storie. E poi non voleva che pensasse che si faceva mettere i piedi in testa da qualcuno.
Quello mio zio è un poco incazzoso, e poi come tutti i genitori sa sempre lui cosa si deve fare e ti abboffa la uallera. Allora meglio così, meglio far pensare di essere un po’ sbadato che fare pensare ca nun si bbuon e che un altro uomo può decidere se e a che ora puoi partecipare a una cosa sacra come un pranzo di Natale.
Comunque, quando mio cugino si è seduto a tavola eravamo felici uguale. Però a un certo punto si è girato verso di me e serio, quasi arrabbiato, m’ha fatto: “ma tu sì comunist, o no? E quann ‘a fai sta rivoluzione? L’anno prossimo je voglio sta ccà”.
