Quello di George Floyd è solo l’ultimo di una lunga scia di omicidi commessi dalle forze di polizia statunitense ai danni di cittadini afroamericani.
Kalief Browder, Eric Garner, Michael Brown, Walter Scott, Trayvon Martin, passando per i più noti Martin Luther King Junior e Malcolm X, sono solo alcuni degli episodi di violenza che hanno preceduto il brutale omicidio di George a Minneapolis.
Questo elenco non dimostra con scientifica certezza che la polizia americana attui sempre una sistematica discriminazione nei confronti degli afroamericani, è certo però che la frequenza e la brutalità con cui si manifestano questi atti dovrebbe imporre una riflessione non solo alla classe dirigente degli Stati Uniti, ma a tutta la sedicente e decadente democrazia occidentale.
In attesa che giudici, cronisti e storici archivino nel solito modo anche questa ennesima ingiustizia, la memoria storica della comunità afroamericana, i movimenti per i diritti civili, ma anche e soprattutto lo spontaneismo urbano, la rabbia della marginalità del ghetto, le bande più o meno organizzate dei giovani americani hanno già cominciato a dire la loro. Blocchi stradali, tafferugli, qualche arresto, ma anche musica, post arrabbiati su Facebook e videodenunce su instagram.
È normale che sia così. È giusto che gli indignati non aspettino la legittimazione di un’inchiesta giornalistica o la dichiarazione ufficiale di una sentenza per alzare la voce e per esprimere rabbia. Funziona così da anni, forse da sempre, in quella palude di contraddizioni che chiamiamo Stati Uniti d’America.
Sono queste ingiustizie, queste discriminazioni, queste violenze gratuite ad aver generato involontariamente, nell’America contemporanea che tutti conosciamo, una serie infinita di linguaggi, codici, espressioni artistiche che a volte sono poetiche e altre volte si fanno turpiloquio.
Così si sono appesantite e impreziosite le pagine dei romanzi di Frederick Duglass e Richard Wright. Così, qualche decennio più tardi, è nato l’Hip-Hop, unione di quattro discipline, di quattro forme artistiche diverse, a volte complementari tra loro, a volte orgogliosamente distinte. In ogni caso però, l’emergere di questo movimento culturale ha visto da subito un unico denominatore comune: è stata infatti la strada (in senso fisico, non metaforico) a fare sempre da collante.
Negli ultimi decenni milioni di americani poveri (non solo afroamericani) hanno risposto al bluff del sogno americano costruendo e imponendo da zero la loro musica, il loro slang, il loro stile. Le loro grida di autodeterminazione sembravano risuonare forti ovunque:
non mi fate entrare nei locali chic di Manhattan? Bene, organizzo un block party e faccio ballare tutto il mio quartiere! La società non ha tempo di ascoltare le mie rivendicazioni? Vorrà dire che le metterò in rima e le farò imparare a memoria a mezzo mondo! Non ti ricordi come mi chiamo perché sei troppo impegnato a portare avanti gli affari della city? Non c’è problema, domani mattina il mio nome lo vedrai dipinto a caratteri cubitali direttamente sui vagoni della metropolitana. Arte, vandalismo, comunità, individualismo, versi aulici, violenza verbale, rispetto e sessismo. La risposta popolare all’America dei ricchi ha sempre conservato in sé le contraddizioni del sistema da cui provava a distaccarsi. È stata probabilmente questa la caratteristica principale che ha garantito all’Hip-Hop, ma anche alle sue evoluzioni più recenti, di imporsi non solo dentro ai confini ben delimitati dei ghetti nordamericani, ma anche nel mainstream, nelle classifiche discografiche di mezzo mondo, nella moda, nel linguaggio. Dal Bronx all’uptown; dalla protesta al mercato.
Cosa c’entra tutto questo con la morte di George Floyd? Nulla, forse!
Negli Stati Uniti ci sono tuttavia dei precedenti in cui i confini tra violenza razziale, rivendicazione consapevole, devianza urbana e comunicazione artistica sono stati spazzati via da vere e proprie insurrezioni proto-politiche, senza obiettivi concreti, senza leader, senza possibilità di vittoria, ma con una potenza comunicativa senza precedenti.
Quelle rivolte, quelle fiammate improvvise, sono arrivate da lontano ed erano tutte mosse da un sentimento autentico, primordiale, irrefrenabile, un sentimento che nessuna lettura ortodossa oserebbe definire lotta di classe, ma che in realtà risponde esattamente allo stesso desiderio di emancipazione e cambiamento radicale della propria condizione di vita.
Scavando tra i ricordi confusi della mia adolescenza, mi tornano alla mente le scene del pestaggio di Rodney King (1991) e della rivolta che per giorni mise a ferro e fuoco Los Angeles tra il 29 aprile e il 4 maggio del 1992. Il primo focolaio di quella protesta si accese subito dopo il proscioglimento dei quattro agenti di polizia che l’anno prima avevano ridotto in fin di vita il tassista afroamericano Rodney Glen King. Una giuria di soli bianchi aveva benedetto l’azione di altri bianchi, violenti, brutali e soprattutto impuniti. Ben presto i disordini si allargarono a diverse zone della città e della contea. South Central, Compton, Long Beach e addirittura Hollywood, furono sconvolte da incendi, saccheggi e omicidi. La rivolta fu talmente violenta e così incontrollabile che l’allora governatore della California Pete Wilson schiererò la Guardia Nazionale, mentre il presidente George H. W. Bush inviò l’esercito a presidiare le strade.
Parliamoci chiaro, a guidare quei saccheggi non furono certo i militanti del Black Panther Party (alcuni dei quali comunque presenti in strada). Un ruolo determinante nella rivolta di Los Angeles lo ebbero anzi le decine di gang che da decenni imperversavano in certi quartieri e che in quei giorni, inaspettatamente, si presero tutta la città. La rivolta di L.A. non aveva una leadership, ma molti, soprattutto nel sottoproletariato giovanile, si riconobbero nelle bandane blu e rosse dei crips e dei bloods. Andò così, c’è poco da fare, e forse fu proprio questo il limite più grande di quella fiammata. O forse no, fu quella la sua forza, la sua essenza.
