Domenica 18 ottobre 2015 – ore 18:00
Ex Opg Je so’ pazzo (via Matteo Renato Imbriani 218)
Incontro con una delegazione venezuelana del Comitato VIttime delle Guarimbas
Miguelito” in spagnolo è il diminutivo del nome Miguel, Michele. Senti “Miguelito” e pensi ad un bambino. Magari che corre e gioca, si diverte. L’immagine della vita.
Ma “miguelito” ha anche un significato molto più tetro. È il nome che è stato dato ad un piccolo tubo di metallo e chiodi, di fabbricazione più o meno artigianale. Un’arma terribile, perché viene posta sulle strade per bucare le gomme delle vetture. Gli pneumatici esplodono, l’auto, l’ambulanza, il pullman, sbandano, a volte finiscono fuori strada, sbattono contro un muro o un albero. Spesso conducenti e passeggeri delle vetture perdono la vita. Insomma, una delle immagini della morte.
I “miguelitos” sono solo una delle armi che è stata utilizzata in Venezuela tra il febbraio e il giugno 2014. Si era a meno di un anno dall’elezione di Maduro, che aveva raccolto l’eredità di Chavez, morto il 5 marzo 2013. Quella vittoria non è andata giù all’opposizione. Pensavano che morto il “Comandante” Chàvez sarebbero finalmente potuti tornare al potere, e invece no. Il processo bolivariano si era mostrato più solido del previsto, ed era arrivata l’ennesima sconfitta elettorale (18 su 19 elezioni in 14 anni). Bisognava cambiare strada, con la partecipazione alle elezioni non si vinceva. Già nel 2002 avevano tentato un colpo di stato, ma un intero popolo aveva permesso a Chàvez di ritornare alla presidenza. Poi era venuto il tempo del boicottaggio economico, col tentativo di colpire la più grande risorsa del paese: il petrolio. Provarono a bloccare le atttività dell’azienda petrolifera, ma anche lì fallirono. Era il 2003.
10 anni dopo ritornano le violenze di strada. I leader dell’opposizione chiamano i loro a raccolta, li esortano a scendere per strada, a metter fine all’esperimento bolivariano. E non lo fanno solo con marce pacifiche, con manifestazioni di piazza, comizi. Tornano le armi, gli spari, le esplosioni e, purtroppo, morti (43) e feriti (centinaia).
È una storia che non si conosce, perché nessuno ne parla. Senti il nome Venezuela alla radio o in televisione, lo leggi su un giornale e ti fanno capire solo che c’è un’inflazione altissima e enormi difficoltà economiche. E che c’è una specie di dittatore che si chiama Maduro e che sbatte in carcere gli oppositori politici. Uno su tutti, quel Leopoldo Lòpez, che dai media nostrani viene dipinto come un martire della libertà e della democrazia e che, invece, tramite tweet e messaggi vari, invitava alla violenza per arrivare a “La Salida”, cioè al ribaltamento del governo di Maduro. Di questa guerra a bassa intensità, che è guerra economica (accaparramento di beni di prima necessità da parte di speculatori, occultamento di tonnellate di medicinali, boicottaggi, ecc.), ma anche comunicativa, non una riga.
Per questo, all’Ex Opg Je so’ pazzo vogliamo ascoltare le testimonianze dirette di chi di questi mesi tremendi, di quella violenza, è stato suo malgrado protagonista. Il “Comitato delle vittime delle guarimbas” è un comitato che riunisce per l’appunto vittime e familiari delle vittime, persone che tra quel febbraio e quel giugno 2014 hanno perso un figlio, un marito, una compagna o sono rimaste esse stesse vittime. Saranno loro a raccontarci quanto accaduto, ad aiutarci a capire il perché di quella violenza, a riflettere su come le esperienze di trasformazione della realtà vadano difese con le unghie e con i denti. Perché quelli che abbiamo di fronte sono capaci di usare anche le armi più sporche. Senza scrupoli di coscienza.
