26 Marzo 2020
Ieri mi sono unito a una delle squadre dell’ Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo e di Potere al Popolo – Napoli nella consegna di generi alimentari a chi, nell’emergenza, non può permettersi di fare la spesa.
Nei miei 35 anni mi era capitato spesso di toccare da vicino la marginalità più nera.
Da ragazzino di provincia, squattrinato e senza mezzo, ho preso centinaia di bus notturni stipati di gente che tornava esausta da gionate estenuanti di lavoro, tossici in cerca dell’ultima dose della giornata, mariuoli, prostitute e prostituti, arraffoni, ruffiani, teppisti e criminalucoli. Bianchi, neri, marroni, gialli. E grigi, soprattutto grigi. Convogli di gente ingrigita dalla vita. Per centinaia, migliaia di volte, ho attraversato di notte Piazza Garibaldi, ho costeggiato il Vasto oppure ‘o Buvero, il Borgo di Sant’Antonio, Porta Capuana, a seconda del bus che trovavo. Dopo un intermezzo in terra di nessuno, tagliavo Secondigliano, Scampia e, dopo mezz’ora a piedi in un’altra porzione di terra di nessuno, finalmente a casa. Osservavo, cercavo di farmi un’idea, a volte capivo. Altre volte ne subivo, anche fisicamente, le conseguenze.
Eppure ieri è stato diverso. Ho scelto, nel momento di crisi più nera che abbia mai visto dipanarsi in vita mia, di toccare con mano le vite di decine di famiglie che di quella marginalità sono costretti a fare la loro quotidianità. Non l’ho scoperto oggi, ma oggi HO VISTO che non si tratta solo di spettri notturni, ma di vite che si aggrappano l’una all’altra nello sforzo disperato di resistere. Ho visto sguardi dignitosi mettersi in fila per un sacchetto di riso e una scatola di fagioli. Ho visto mani, ieri tutte nere, di fratelli migranti, raccogliere. E teste chinate per ringraziare. Ho visto la rabbia e la compassione di un mio compagno di viaggio, appena uscito da un basso senza luce e con dentro 8 letti.
E mi sono detto che giornate come queste sono l’unica ragione per non mollare, per continuare nella costruzione minuziosa e ostinata di un mondo nel quale l’umanità sia al centro, insieme ai suoi corollari di solidarietà, emancipazione, dignità e rispetto.
A metà pomeriggio, mentre riorganizzavamo le idee e gli itinerari, ho sentito che bisognava consegnare uno dei pacchi a Secondigliano. Ho pensato che magari, con una piccola deviazione, avrei potuto passare a salutare i miei, che non vedevo ormai da più di tre settimane. E quando gli altri mi hanno detto quasi in coro “Uà sì, vai!”, mi sono accorto di averlo pensato ad alta voce. E così siamo andati.
Li ho chiamati dalla strada, si sono affacciati al balcone. Papà serafico come sempre, mamma subito con un velo di lacrime e preoccupazione negli occhi, a vedermi così, tutto bardato, guanti, tuta bianca e mascherina. “Che ci fai qua? Come stai? Volete un caffè? Ve lo calo col paniere!”
Qualche sguardo, pochi sorrisi stirati, un saluto e via, verso dell’ennesima vita “di scarto” della giornata. Stanchi, su strade deserte di province ridotte allo stremo, a dirci, dopo quasi un decennio che ci conosciamo, che ci vogliamo bene e che ci vediamo alla prossima.
Se hai bisogno di un aiuto oppure se ti va di darci una mano, chiamaci! Queste sono le quattro attività pratiche abbiamo messo in campo per affrontare questa emergenza: bit.ly/2Wyl4mj
Durante l’emergenza attiviamo la solidarietà!
#diamociunamano! #resistiamoinsieme!
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