Mascherina, gel disinfettante, tuta, guanti.
Sono le 8.45 quando arriva la prima chiamata.
E’ M. al telefono, piange, sta a Castelvolturno, dice che ieri sera il tizio che viene a riscuotere l’affitto gli ha spaccato la testa perché voleva i soldi. Ma M. lavora alla giornata e già normalmente al 16 del mese ci arriva con l’acqua alla gola. Carichiamo i pacchi in auto e partiamo. Siamo preoccupati pure noi quando saliamo in macchina, la mascherina nasconde la bocca, ci sorridiamo con gli occhi. Ci incontriamo all’MD di Castelvolturno, ad aspettarci ci sono M. e la sua compagna, lui è evidentemente sotto shock, ha la testa completamente fasciata e il volto sfregiato. Non parla. È lei a spiegarci che a casa hanno finito tutto e a descriverci l’aggressione. A piedi ci avviamo verso casa loro, intanto altre persone si avvicinano incuriosite per il nostro strano abbigliamento ed è in questo momento che ci rendiamo conto di essere vestiti come i ghostbusters. Allora ripetiamo le disposizioni sulle distanze di sicurezza, invitiamo ad andare tutti a casa dopo la spesa e proseguiamo. Mentre camminiamo M. indica delle gocce di sangue sull’asfalto, come se fossero segnali stradali messi lì ad indicare la posizione di casa sua. La sera prima aveva raggiunto l’ospedale a piedi ancora sanguinante. Parliamo, proviamo a rassicurarlo, ma lo scenario in cui siamo immersi non ci aiuta, l’abitazione stessa è poco più di un rudere. Allora diamo un occhio al referto dell’ospedale e alla denuncia che ha sporto e finalmente posiamo sull’uscio il pacco con gli alimenti. Ecco lui sorride con gli occhi e fa un passo in avanti per ringraziare, poi si ravvede e torna dietro il metro immaginario di distanza. Noi ci congediamo e andiamo. La giornata è lunga e non c’è tempo, J già ci aspetta.
J è al quinto mese di gravidanza ed in casa con lei c’è un’amica con un bimbo di due settimane, hanno perso il lavoro per via della gravidanza, facevano le parrucchiere. Il Covid le ha messe ancor più in ginocchio perché nessuno va più a casa a portare qualcosina per loro e la bimba. Ci chiedono tante cose sul “vairus”, hanno memoria delle epidemie in centrafrica e non si spaventano per il nostro abbigliamento. Vista la distanza quasi dobbiamo urlare per comunicare, allora posiamo il pacco e andiamo. Ci salutano e ci incitano a continuare. Che forza immensa, ste ragazze!
La bimba di Q invece ha tre anni e quando, attraversato il viottolo sterrato, arriviamo sotto casa la troviamo che ci saluta dal balcone. Non ha tempo Q, la bimba la assorbe totalmente. “È troppo vivace!” dice lei.
Posiamo il pacco al cancelletto ed andiamo.
Consegniamo ancora a Licola Mare, questa volta sono quattro braccianti alla giornata. Al telefono ci avevano detto che erano senza cibo da domenica. Sentirlo è stato come un colpo di scure. Anche se la produzione continua si sono rifiutati di andare alla rotonda. Non ci sono dispositivi di sicurezza nel trasporto e durante il lavoro. Non vogliono essere contagiati e diventare veicolo per quella miseria che gli passa il caporale.
Intanto si son fatte le 15.00 e abbiamo 30 minuti di ritardo sulla tabella di marcia, ci stanno aspettando a Posillipo.
Sinceramente dopo questa mattinata, attraversare via Manzoni, con le sue ville e il panorama, ci fa un effetto strano. Ma ad un tratto, superati un paio di vicoli ci siamo trovati in una Posillipo diversa, popolare, che non ci saremmo aspettati. E proprio sul finire dell’ultima viuzza, incastonate nella collina intravediamo le casette affaccio strada della signore che ci avevano chiamato. Allora ripetiamo la prassi che prelude ad ogni consegna: prima di scendere controlliamo che la tuta sia chiusa, che la mascherina sia aderente al viso, buttiamo i guanti vecchi, igienizziamo le mani e mettiamo i nuovi. Appena mettiamo piede sull’asfalto tutto il vicolo si affaccia. “Dove andate, guagliù?”. Spieghiamo chi siamo e cosa stiamo facendo chiedendo di non scendere e andiamo a consegnare. Dalla porta spuntano due occhi vivaci di chi ha vissuto quasi un secolo di questa città e ne ha viste tante. Lei minuta ma fiera ci dice “grazie giuvinò, posate qua che poi esco e me lo porto dentro con calma”. Chiaramente noi eseguiamo e a distanza la salutiamo. Lei ci manda un bacio e ci congeda dicendo “mo non ve ne fanno andare dal vico”. Non capendo ci mettiamo in marcia verso l’auto, ma arrivati vediamo alcune persone che ci aspettano al balcone. Vogliono inserirsi in lista. Hanno ragione. Prendiamo carta e penna e cominciamo a scrivere i nomi.
Se hai bisogno di un aiuto oppure se ti va di darci una mano, chiamaci! Queste sono le quattro attività pratiche abbiamo messo in campo per affrontare questa emergenza: bit.ly/2Wyl4mj
Durante l’emergenza attiviamo la solidarietà!
#diamociunamano! #resistiamoinsieme!
Se vuoi sostenere queste nostre attività puoi donare cliccando qui sotto
![Diario di bordo [pt.1].
Gli ultimi ai tempi del Covid-19](https://jesopazzo.org/wp-content/uploads/2024/07/je-so-pazzo-fallback-image.jpg)