La fiscalità di vantaggio sarà un fallimento per il popolo del Sud; serve un vero “Piano per il Lavoro”.
Quale destino per il Sud Italia? Quali progetti per invertire la rotta, superare la frattura storica col Nord? In questi mesi se n’è finalmente parlato, ma non c’è stato un vero dibattito. Gli articoli sulla stampa, le interviste ai politici, finanche le sortite elettorali, rasentavano un unanimismo che mi ha lasciato basito.
Il Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano, esponente del PD, ha presentato a più riprese il suo progetto e il 30 settembre, dalle colonne del Corriere della Sera, ha difeso la logica di fondo, ovvero la “fiscalità di vantaggio”. Il progetto prevede infatti tagli del 30% nei contributi a carico dell’impresa per i dipendenti la cui sede di lavoro si trovi in una regione meridionale. La misura ha carattere decennale – sebbene quantitativamente si preannuncia come decrescente.
Io, che sono campano, ho ascoltato in campagna elettorale gli esponenti di destra, centro e sinistra, e anche quelli del né destra né sinistra, rincorrersi: De Luca prometteva di fare della Campania una novella Olanda; Ciarambino guardava alla Polonia; Caldoro non faceva nomi di Paesi esteri, ma assumeva in pieno la logica degli incentivi fiscali per le aziende, delle “ZES” (Zone Economiche Speciali).
Io credo, invece, che la logica di fondo della “fiscalità di vantaggio” sia completamente errata.
Il Governo, infatti, continua a ripetere lo stesso schema degli ultimi 40 anni, con uno Stato considerato mero “regolatore” delle attività dei privati. È una strada che in 40 anni ha prodotto enormi profitti per pochi privati e disoccupazione, precarietà e povertà per troppi cittadini.
Serve invece affermare il primato della logica politica su quella economica. Che significa? Che non si può lasciare alla mano del privato la decisione su quali attività intraprendere e su dove investire. È lo Stato, anche attraverso le sue articolazioni territoriali e con agenzie ad hoc, a doversi fare carico di un vero e proprio “Piano” (che non è quello per il Sud di Provenzano, of course).
La logica del profitto farà sempre sì che il privato investa laddove il contesto economico sia più favorevole e i rendimenti più alti. Tra i fattori che il privato prende in considerazione c’è sicuramente il costo del lavoro, la leva su cui va ad agire la “fiscalità di vantaggio”. Così facendo lo Stato cerca di andare incontro alle esigenze dell’impresa, si disarma dinanzi alle sue pretese. Occorre invece un cambio di paradigma; occorre, cioè, che la logica politica prevalga, privilegiando l’allocazione delle risorse e delle attività produttive, degli investimenti nelle aree deboli del Paese, Sud in primis. Lo Stato può essere attore chiave, in termini strutturali, utilizzando i margini della congiuntura attuale.
Dal punto di vista quantitativo, infatti, arriveranno le risorse del Recovery Fund. Non ci sono più scuse. La questione oggi è qualitativa: come e dove si impiegheranno queste risorse? Con quali obiettivi? Ed ecco lo Stato: l’obiettivo deve essere quello di tendere alla “piena occupazione”, formula ormai in disuso, ma quanto mai attuale. E il lavoro dev’essere utile alle nostre comunità, nell’immediato e in prospettiva.
La sfida all’ordine del giorno si chiama “transizione ecologica”, per la quale servono tecnologia, investimenti, formazione, cultura. E solo lo Stato, corredato da istituzioni di controllo e partecipazione cittadina, può affrontarla per davvero.
Non serve una fiscalità di vantaggio, sarebbe necessario un “Piano per il futuro”.
