Cosa è successo a Santa Maria Capua Vetere? Cosa succede nelle carceri italiane?
“Sono entrati con i manganelli, hanno messo tutto a soqquadro, ci hanno picchiato per niente… Ci hanno rasato i capelli a zero (…) Ma dopo che ci avevano aperto la testa con i manganelli. Non possiamo fare videochiamate, solo telefonate, perché siamo tutti rotti”.
Di carcere in Italia non si parla. Perché fa perdere consensi, perché c’è l’idea che in carcere non ci siano esseri umani ma rifiuti, gente senza diritti e senza speranza.
Io invece ne voglio parlare, non solo perché, come si suol dire, dalla condizione delle carceri si può misurare la civiltà di un Paese (e no, noi non siamo nessi bene) ma anche perché, mai come in questi mesi di emergenza sanitaria, abbiamo potuto vedere quanta violenza, omertà, barbarie abiti un’istituzione che, in teoria, avrebbe lo scopo di recuperare e reinserire.
E’ notizia di poche ore fa che 44 guardie carcerarie sono state indagate per i pestaggi avvenuti nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere (CE).
Proviamo a fare qualche passo indietro e a ricostruire questa storia:
Il 6 marzo vengono sospesi i colloqui per i detenuti e i pacchi da casa. Misure anti-covid, dicono. Ma le vere misure sarebbero semmai di usare i domiciliari e le modalità alternative alla detenzione, non aumentare il peso della detenzione su chi è dentro…
Nascono proteste in tutte le carceri d’Italia, che portano a 14 detenuti morti, i cui nomi restano a lungo sconosciuti. Un numero mai così grande nell’Italia repubblicana.
La rivolta viene sedata con violenza dalla polizia penitenziaria. Nelle settimane successive, resta tensione nelle carceri. A Santa Maria Capua Vetere a inizio aprile vengono distaccati altri agenti di Secondigliano.
E veniamo a lunedì 6 aprile. Un mese esatto dalle disposizioni governative sulla sospensione dei colloqui. Quel giorni la penitenziaria viene autorizzata a entrare nelle celle per perquisire. E’ un massacro.
“Quando il Magistrato era già andato via, tra le ore 15.00 e le ore 16.00, – è scritto nella denuncia – un numero elevato di agenti di polizia penitenziaria – circa 400 – hanno fatto ingresso nelle sezioni del reparto ‘Nilo’, suddivisi in gruppi di sette agenti, in tenuta ‘antisommossa’ con il volto coperto da caschi e i guanti alle mani ed hanno posto in essere una seria e grave azione di violenza contro molti detenuti”.
“Li avrebbero violentemente insultati e picchiati con schiaffi, pugni, calci e a colpi di manganello”, continua la denuncia. A questo punto alcuni detenuti “sarebbero stati trascinati fuori dalle celle, nel corridoio, dove sarebbero stati ancora pestati e, per sfuggire ai colpi, costretti a correre, passando dalle scale, fino all’area di ‘passeggio’. Colui che cadeva a terra durante la corsa subiva ulteriori violenze”.
“Altri agenti – continua l’esposto -, avrebbero invitato i detenuti a uscire dalle loro celle per effettuare la perquisizione e, dopo che il detenuto si è privato degli indumenti, sarebbe stato percosso violentemente con calci, pugni e con colpi di manganello”.
Così c’è chi ha raccontato di esser “rimasto sdraiato per terra in mezzo al sangue e privo di sensi”, e ancora chi riferisce di aver “urinato sangue”. Un avvocato ha poi segnalato all’ Associazione Antigone che il proprio assistito con “problemi di natura psichiatrica sarebbe stato prima denudato, poi picchiato con calci, pugni all’addome e manganellate sulla testa. A causa di tali violenze, lo stesso avrebbe riportato gravi lesioni alle costole (alla sola vista risultano disallineate), difficoltà respiratorie, ecchimosi sparse e forti dolori alla testa”.
Ci saranno verità e giustizia per questi “ultimi”, per questi “dannati”? E per tutti quelli che hanno perso la vita nelle rivolte che ci sono state durante la quarantena?
Se conosciamo il caso di Stefano Cucchi è perché c’è stata una sorella ostinata, coraggiosa, che ha avuto gli strumenti e l’eroismo di portare avanti al sua battaglia. Quanti voci di fratelli, mogli, mariti nati e cresciuti in famiglie sottoproletarie, quanti figli di nessuno, quante persone straniere senza contatti né parenti in Italia si perderanno nel nulla, senza nessuna speranza che sia fatta luce sui loro casi?
Se abbiamo un dovere, oggi più che mai, è quello di provare ad essere la voce di questi uomini e donne “senza voce”.
