Aspetto il 4 maggio con trepidazione.
Un’altra fila, un’altra giornata passata ad aspettare.
La folla di gente, il posto più multietnico a Napoli. L’odore di caffè dal bar davanti, il sole dolce che tra poco ci brucerà. Tanti sentieri diversi che ci hanno portato qua, stamattina presto, a chiedere la stessa cosa: posso restare qui in Italia?
Questo ciclo non finisce mai. Appena ricevi il tuo permesso, piatto e freddo tra le mani, che brilla come un medaglione, appena lo ricevi, devi iniziare a fare il rinnovo. Compila questo modulo. Porta quel documento. No, non quello, l’altro. No, dio, non quello, l’altro – non è chiaro questo processo?
Il mio passaporto blu scuro resta dentro la mia borsa. Una volta mostrata velocemente, funziona come un biglietto segreto e prezioso. Una faccia ostile diventa subito amichevole – “Ah, New York! Ho un cugino a Brooklyn” è la frase che sento di più. Per gli altri, le facce restano chiuse. Vedo gli sguardi di sfiducia, e la paura nei corpi degli altri. Non c’è un modulo da compilare quando si vede un caso di maltrattamento alla Questura.
Che fortuna essere nat* in un posto anziché un altro. Non esistono persone più speciali o meno speciali. Ci sono solo persone più fortunate, e l’unica cosa che conta è cosa si fa con quella fortuna.
Fortunat* o meno, torneremo tutti quanti nelle ruote della burocrazia il 4 maggio. Porteremo i guanti e le mascherine se ce li abbiamo. Sentiremo il rumore delle lingue del mondo e l’odore di caffè e il calore del sole. Faremo una bella fila che andrà fino alla fine della strada, e aspetteremo.
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?? E se vi va inviateci una foto che secondo voi sta rappresentando la vostra quarantena!
In tempi di isolamento costruiamo sogni, comunità, solidarietà!
#oggivoglioparlare #diaridallaquarantena
