Diciamocelo: la scuola era già sul bordo di un baratro – e forse l’università era pronta a seguirla. Come nel romanzo new weird dell’americano Jeff VanderMeer, la Trilogia dell’Area X, una forza invisibile e aliena, partendo da una piccola area della costa americana, si sta allargando sempre di più, impestando la realtà e riducendola a una copia sgraziata e putrida di se stessa.
Così, la progressiva distruzione della scuola, che comincia una trentina di anni fa, non tanto da una precisa volontà quanto dall’impossibilità/incapacità di adeguarsi ai processi strutturali di trasformazione, fra l’imporsi della digitalizzazione da un lato, della finanziarizzazione dell’economia dall’altro, è proseguita fino agli ultimi colpi di piccone costituiti dalla farsa della “Buona scuola” e dalla truffa dell’”alternanza scuola-lavoro”, piano piano si estende all’università attraverso l’affermazione/imposizione di un sistema puramente contabile, fatto di accrediti, crediti, classifiche, valutazione puramente quantitativa.
Questo lo stato dell’arte nel momento in cui esplode l’epidemia di covid-19.
Che produce due effetti: ha fatto esplodere davanti ai nostri sensi e alla nostra riflessione l’evidente inadeguatezza dei sistemi scolastici (non solo quello italiano, al di là dei suoi specifici sciatteria e abbandono), e ne sta accelerando la definitiva polverizzazione.
Articolare l’elenco di tutti i punti deboli del sistema sarebbe lungo – e anche fuorviante. Molto meglio ragionare sul qui-ed-ora, tenendo presente il “dibattito”, per così dire, di questi mesi, e lo storytelling sul groviglio covid/scuola. Un groviglio inestricabile, un conflitto irrisolvibile, secondo me:
- non siamo attrezzati, per motivi storici, a tenere gli alunni in classe: già erano piccole e affollate prima, figuriamoci ora;
- come non tutte le famiglie sono attrezzate e in grado di tenere non solo i figli a casa, ma di dotarli di computer, e di predisporre ambienti adatti a fargli seguire le lezioni da casa.
Questa semplice contraddizione contiene tutte le altre: il rischio di un inasprimento delle differenze, meritocratiche e di classe; un peggioramento della selezione, quindi; l’espulsione preventiva, ancora, da un mercato del lavoro sempre più ristretto e feroce, almeno per quanto riguarda garanzie contrattuali e dignità lavorativa.
E forse, l’occasione che le forze ultraliberiste intravedono – e che l’epidemia gli ha fornito su un piatto d’argento – è proprio questa: completare la frattura, sempre più netta, fra gli strati sociali privilegiati e gli altri. D’altra parte, può lottare e rivendicare chi ha una formazione, conquistata magari con sforzo e fatica, impegno e dedizione. Ma chi non ha uno straccio di competenza?
In fondo, la scuola di massa è nata quando il mercato – e quindi anche il mercato del lavoro – era in espansione. Dopo la guerra, col “Piano Marshall”. Ma ora?
C’è chi ha immaginato l’epidemia come una occasione per riequilibrare le disparità e le ingiustizie. Più facile che succeda il contrario: il capitalismo, forza “creativa e distruttiva insieme”, mi sembra essere in vantaggio, in questa situazione, su tutte le anime belle che inneggiano alle nuove opportunità.
