In realtà non è una notizia. Il fenomeno è finito da mesi ed è stato tenuto in vita artificialmente, perché poteva essere utile a Repubblica per una spalmata di melassa ogni tanto.
Ma ora che la sua fine è certificata, urgono alcune considerazioni. Perché non è finito a caso, ma per ragioni strutturali. E la cosa più sbagliata che possiamo fare è non imparare, liquidare tutto con una battutina o con un po’ di sconforto, per poi cadere la prossima volta nello stesso errore.
- Le Sardine finiscono innanzitutto perché hanno svolto la loro funzione storica. Che non era quella di “rinnovare la sinistra”, come molti hanno creduto contro ogni evidenza, ma far vincere le elezioni a Bonaccini, ovvero alla destra del PD, in Emilia Romagna. Il progetto nasce in quei circuiti, ha quella finalità, per questo viene pompato mediaticamente, non per i contenuti (inesistenti) o l’abilità di Santori (che ha dato subito prova di essere saccente, incompetente, oltre che bugiardo).
Le Sardine sono riuscite, rendendo emotivo ed epico il confronto con la Lega, a far dimenticare che Bonaccini fa le stesse politiche, candida la stessa gente (imprenditori precedentemente leghisti, sfruttatori che licenziano gente con SMS etc – non a caso in questi giorni Bonaccini dichiara di stare con Zaia, il governatore leghista del Veneto!).
Insomma, le Sardine non sono stati solo i “pesci”, come si dice a Napoli: sono serviti a far abboccare tanti altri pesci all’amo del neoliberismo! - L’altro motivo strutturale che ha decretato la fine delle Sardine è stata l’incapacità di intercettare i bisogni sociali. La piazza vuota di Napoli del 19 febbraio, con la contestazione di realtà sociali e la fuga di Santori ne rappresenta l’emblema e la capitolazione. Quel messaggio fatto di piantine, di “stiamo tutti bene”, di moralismi, delle facce pulite contro la barbarie dei populismi, può funzionare in certe zone del Centro-Nord, nelle metropoli, su un pubblico già orientato. Ma non parla ai tanti disperati come noi, a tanti giovani e vecchi incazzati, alle classi popolari. Non parla nei contenuti, perché per loro le rivendicazioni del popolo brutto, sporco e cattivo non esistono, ma nemmeno nelle forme.
Attenzione: non credo affatto che la solarità sia incompatibile con la rivoluzione! Mi fanno pena i militanti sempre incazzati, con la ghigna dei duri. Tutto al contrario: sorridere può essere un altro modo di mostrare i denti, come dicevano i baschi, e mobilitarsi, costruire insieme è qualcosa che dà sempre gioia. Ma appunto perché coinvolge chi non sta bene, chi non ha mai avuto occasioni, chi rinasce alla vita…
Insomma, quale lezione bisogna trarre? Che, anche se siamo così disperati che ci aggrappiamo ad ogni cosa nuova, non dobbiamo mai perdere la lucidità di analizzare i fenomeni per quello che sono. Che dobbiamo diffidare di “movimenti” che hanno stretti rapporti con il potere, che hanno il marchio registrato, che vengono gestiti autoritariamente da poche persone, che cacciano le bandiere rosse dalle piazze, che non parlano di lavoro o non si relazionano alle lotte.
Che dobbiamo essere consapevoli che fare passaggi organizzativi è difficile, ci vuole pazienza, che mettere insieme spinte diverse, sintetizzarle in un programma, è un lavoro di mediazione, di ascolto, complesso. Ma non ci sono scorciatoie…
Che se qualcosa di nuovo nascerà – e nascerà, ne sono certo -, non verrà dal ventre sazio della borghesia, ma dal lavoro quotidiano, dall’accumulazione di forze, di migliaia di persone che tutti i giorni si fanno il mazzo sul posto di lavoro, nei quartieri, per il prossimo, dalla loro unione.
Che quindi ognuno di noi, invece di scoraggiarsi e aspettare, deve da subito lavorare in questo senso, sostenendo chi lotta, sindacati, reti sociali e di quartiere, organizzazioni come Potere al Popolo, e gettando ponti fra esperienze di classe.
Confesso che mi piacerebbe che oggi ci scrivessero le tante persone che all’epoca, quando avvertivamo su tutto questo, ci insultarono, credendo ciecamente alle bugie di un tizio che non aveva fatto manco due giorni di militanza mentre noi apriamo Case del Popolo e mettiamo le mani nella merda.
Così come mi piacerebbe che tutti quei compagni che saltano ogni volta su una cosa “nuova”, pur di essere eletti o di avere un po’ di visibilità e potere personale, ossessionati dall’essere “maggioritari” e finendo pateticamente per accodarsi al meno peggio, si fermassero una volta per tutte e cercassero di costruire qualcosa sudando e non surfando.
Mi piacerebbe, ma in fondo non è importante. Importante è che gli stessi errori, fra la nostra gente, non si ripetano.
