"Choosy", "nullafacenti", "untori". Sono questi gli epiteti utilizzati dalla classe dirigente per definire noi giovani durante le crisi e le emergenze che si sono susseguite negli anni: dalla Fornero a De Luca, nessuno ci ha mai dato alcuna voce; se non quando si tratta di trovare alibi e capri espiatori, per mascherare la totale incapacità di affrontare crisi e disastri di cui loro stessi sono gli artefici.

Se negli anni abbiamo cercato di rivendicare il nostro ruolo di “presente” e "futuro" di questo Paese e di questa società, ciò che ci siamo trovati di fronte è sempre stato un muro: viviamo in un Paese che non investe nell'istruzione, nella ricerca e nel progresso, che non crede nei giovani se non come una risorsa da cui attingere profitto.

All'ottavo mese di pandemia, come collettivo universitario, abbiamo sentito l'esigenza di discutere ed esprimerci in merito al momento inedito che stiamo affrontando. I continui tagli, che nei decenni, sono stati fatti al welfare e alla spesa pubblica in favore dei privati, hanno condotto al collasso del sistema sanitario nazionale, dimostrando ancora una volta l’incapacità dei governi che si sono susseguiti, di aiutare davvero i settori sociali più colpiti da questa crisi. Nell’ultimo DPCM del 14 Gennaio, varato dal governo Conte, l’università viene citata solamente se si parla di esami in presenza e attività di laboratorio,  lasciandola a se stessa. 

Il mondo dell'istruzione attraversa, forse, la sua peggiore crisi.

 

Una torre di Jenga: un mondo della formazione totalmente depauperato.

Inutile girarci attorno, il mondo della formazione, già da prima della DAD, è stato colpito da anni di tagli ai fondi per l'istruzione pubblica e la ricerca, che hanno compromesso il ruolo di scuola e università come luoghi di aggregazione e costruzione di pensiero critico. La percentuale del PIL che l’Italia dedica a ricerca e sviluppo è  intorno all’1,3%, contro l’1,9% della media UE e il 2,3% di quella OCSE, dati che rispecchiano perfettamente anni e anni di mercificazione dei saperi e di una presenza sempre più ingombrante dei privati all’interno delle università pubbliche, con riforme che hanno progressivamente definito la ricerca come subalterna agli interessi del mercato rendendo sempre più difficile non solo  prendere parola liberamente e rivendicare posizioni alternative e magari dissonanti, ma che hanno spogliato la ricerca della sua utilità sociale.

Tali riforme hanno fatto sprofondare la figura del ricercatore nella precarietà, costringendo tantissimi giovani a rincorrere  criteri valutativi che portano a non  realizzare ricerche formative per il proprio profilo di studiosi, ma per “produrre” quanto più possibile pubblicazioni utili soltanto per salire la scala della carriera accademica.  

Il piano è ben chiaro e chi ha attraversato le mura scolastiche e universitarie lo sa bene, perché per anni studentesse e studenti, con i loro collettivi, sono stati protagonisti delle lotte per un'istruzione migliore, da prima della celebre riforma Gelmini.

Tassello dopo tassello hanno destabilizzato questo mondo, come se la formazione fosse una torre di Jenga, i cui mattoncini vengono tolti uno alla volta, e gli ultimi tempi sono, purtroppo, pieni di esempi; pensiamo ai test Invalsi, che negli anni gli studenti e le studentesse hanno boicottato per poi ritrovarli obbligatori all'Esame di Stato, fino alla "Buona Scuola", contro la quale i collettivi hanno animato le piazze di tutte le città d'Italia, e all'alternanza scuola-lavoro, forse uno dei più palesi tentativi, da parte dei privati, di plasmare il sapere e la formazione degli individui alle esigenze del mercato.

I luoghi della formazione sono già all’interno di quei processi di aziendalizzazione che denunciamo da tempo, manifestatosi nel potenziamento del ruolo del Rettore e del Consiglio di amministrazione che decide la gestione delle risorse, la ripartizione dei posti sui vari settori scientifici e l’ammontare delle tasse universitarie, contribuendo a trasformare la formazione in una corsa competitiva alla ricerca di crediti e lodi, in un esamificio composto da classifiche e valutazioni puramente quantitative, in cui o ti laurei in tempo oppure non rispetti i criteri del mercato, diventando automaticamente un buono a nulla.

Guardando i dati è come se i governi, da ben prima della Pandemia, si fossero totalmente dimenticati dell'Università pubblica, a favore però di quella privata, che, dalla prossima legge di bilancio, si vedrà aumentare i propri finanziamenti di 84 milioni di euro, ovvero del 44%.Se lo stesso aumento fosse applicato alle università statali, il FFO dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi euro per il prossimo anno. Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), la principale voce del bilancio pubblico che dà fondi alla ricerca, alla manutenzione ordinaria e agli stipendi delle università italiane (istituito nel 1993) ha avuto una tendenza alla riduzione, con un taglio tra 2009 e 2010 di oltre 800 milioni di euro che non è stato mai pienamente recuperato. Dopo alcuni alti e bassi, tra 2014 e 2015 è calato di circa 100 milioni di euro. Dal Decreto Rilancio del 19 maggio scorso per Università e Ricerca solo 165 milioni vengono destinati al FFO per l’anno corrente (100 milioni a decorrere dal 2021 e 200 milioni dal 2022).

 Purtroppo, questo quadro disastroso, si collega a un mercato del lavoro sempre più precario, e, quindi, a un aumento delle disparità sociali. Anche qui purtroppo i numeri ci danno ragione, a causa di una netta diminuzione degli iscritti all’università: tra l’anno accademico 2003/04 e il 2017/18 i vari Atenei hanno perso oltre 40 mila matricole, registrando una contrazione del 13%. Il calo delle immatricolazioni è più accentuato nelle aree meridionali (-26%), tra i diplomati tecnici e professionali e tra coloro che provengono da contesti familiari meno favoriti.

Questa situazione per nulla esaltante è stata fortemente peggiorata dalla Pandemia, e la Didattica a Distanza non ha fatto altro che accelerare questi processi.

 

Didattica a Distanza: la maschera di un fallimento. 

Non è servito a nulla produrre collettivamente, e dal basso, soluzioni valide che garantissero il regolare svolgimento e un'ipotetica ripresa in sicurezza delle lezioni. Tenendo conto dell' emergenzialità del momento, più volte abbiamo proposto a gran voce di pensionare la componente docenti over 60 per garantirne l'incolumità, di strutturare un piano adeguato per il concorso dei nuovi docenti a tempo indeterminato, che di fatto, sarebbero entrati a sostituire in organico la componente più fragile. Al contempo, una possibilità sarebbe stata quella di rendere funzionali alle attività scolastiche tutti quei luoghi temporaneamente inattivi come teatri, cinema e musei, o meglio ancora, mettere in sicurezza i numerosi edifici abbandonati delle nostre città e dargli una nuova vita per la crescita collettiva.

Nessuna di queste proposte è stata realmente considerata, e ad oggi il governo continua a rivendicare l'efficienza della DAD.

Più volte è stato scritto dalle miriadi di collettivi universitari e studenteschi di quanto questo tipo di strumento fosse il coronamento di un sapere verticale, nozionistico e acritico, che aliena per ore lo studente davanti ad uno schermo con forti ricadute sulla sua attenzione e la sua salute psico-fisica. Tale strumento, inoltre, va ad acuire le disuguaglianze, lasciando indietro ragazzi e ragazze che, a causa della mancanza di dispositivi elettronici o spazi casalinghi adeguati, hanno grosse difficoltà nel seguire con costanza le lezioni.

Tante sono state in questi mesi le criticità mosse da docenti e studenti, eppure per la ministra Azzolina e per il governo, la DAD è quasi un successo, che oltre a essersi rivelata una risposta efficace a una crisi del genere, risulta essere qualcosa da utilizzare anche "in tempi di pace". Nulla sta cambiando, ed è quasi come se la DAD avesse risolto ogni problema, come se il "digital divide" tra studenti con risorse diverse non esistesse e come se la DaD restituisse in tutto e per tutto i benefici e i risultati della didattica in presenza, tanto per chi studia quanto per chi insegna.

Nulla di più falso, ciò che vediamo è un'Università resa poco più di un luogo in cui si impartiscono lezioni, in cui vige un continuo senso di sospetto e distaccamento, in cui la possibilità di accedere al sapere è vincolata al ceto sociale di provenienza: o hai un pc e una connessione funzionanti, attraverso cui accedere sia ai Teams che ai materiali didattici utili, oppure resti indietro, superando con difficoltà i test che ti vengono posti.

La cosa più assurda (ma che non ci sorprende), è che questo modello di Università non lo si vuole abbandonare, il ritorno alle nostre aule (già piccole e non a norma prima del covid) non sarà lo stesso, perché la Didattica Mista diventerà realtà, in modo tale da costruire un'utenza studentesca divisa tra chi può seguire in presenza e chi, essendo magari fuorisede e non potendosi permettere una casa in città, al posto di lavorare sottopagato per pagare un affitto e mantenersi, preferisce seguire da casa, precludendo l'opportunità di partecipare ad attività in presenza, creando ulteriori gap.

Nonostante ciò, il governo ignora totalmente queste problematiche, come se bastasse chiuderci il microfono e silenziarci, continuando per la strada intrapresa.



Datificazione: l'Università in pasto agli algoritmi e ai criteri di mercato.

Nonostante le criticità relative alla DAD, continuiamo a chiederci: a chi giova questo modo di fare istruzione? Chi trae profitto attraverso questo modello (non)didattico?

Possiamo dirci che quest'anno, soprattutto a causa dell'emergenza Covid-19, è maturato un diffuso desiderio di quantificazione e misurazione, e un po' tutti/e noi ci siamo caduti/e, dall'esposizione ai dati epidemiologici ai discorsi dei politici (o altre personalità influenti) sul conteggio dei casi di Covid.

L'Università era da anni, ormai, già entrata in questo processo di "datification": la politica universitaria si è via via focalizzata sul monitoraggio della performance, sulla competizione e la mercificazione, facendo progredire anche l’automazione, grazie all’impiego di tecnologie che processano informazioni digitali, automatizzando così molte operazioni, e, attraverso la DAD, questo processo ha subito una grossa accelerazione.

Se da un lato ci si è mossi in modo repentino per attuare un aggiornamento dal punto di vista tecnologico e dell'insegnamento in digitale, sul piano delle questioni giuridiche e di trasparenza legate alle piattaforme informatiche questo non è avvenuto del tutto. Per mettere una pezza, il Ministero dell'Istruzione e il Garante della Privacy avevano provveduto, a marzo, a regolamentare la questione sulla base della normativa europea GDPR e il Codice della Privacy. Il criterio che bisogna rispettare è quello della "privacy by design e default". In questo caso, il titolare del trattamento, ovvero l'istituzione scolastica e universitaria, deve garantire che siano trattati solo i dati personali necessari allo svolgimento dell'attività didattica, ma essendo questa un compito di interesse pubblico, scuole e università sono autorizzate a trattare i dati dei propri studenti senza che questi debbano darne consenso. Questo comporta che bisognerà regolare la durata di conservazione dei dati e la relativa cancellazione, nel momento in cui si esaurisce il progetto didattico, non essendo chiaro, però, per quanto tempo le piattaforme potranno rimanere in possesso dei dati. Essendo queste di proprietà dei grandi colossi tecnologici, si individuano due scenari paralleli: da un lato la creazione di un grande mercato nero di compravendita di dati sensibili alle spalle degli studenti (vedi il caso Zoom sul dark web), dall'altra parte, in netta continuità con le ultime riforme dei governi precedenti sull'istruzione, l'ingresso dirompente delle aziende sulle decisioni relative ai percorsi formativi.

Attraverso un grosso lavoro di raccolta di dati incrociati di milioni di studenti e studentesse, le piattaforme di "Learning management" sono capaci di valutare i comportamenti degli studenti quasi in tempo reale, una vera e propria "valutazione dell'impegno", dove viene valutata la partecipazione degli studenti ai corsi, il numero di accessi negli edifici, gli accessi ai software, i prestiti bibliotecari, le presenze, la consegna di compiti, creando, di fatto, una vera e propria sorveglianza dell'operato dello studente. 

Tali valutazioni verranno effettuate in base a degli algoritmi da parte di queste piattaforme, sostituendosi, quindi, ai lavoratori, e adottando criteri di ranking che devono rispettare le esigenze dei privati, ovvero di profitto, piuttosto che operare in nome di una missione collettiva e di valori comuni.

Va specificato un aspetto importante: quando parliamo di datificazione e piattaforme, ci stiamo riferendo a un "Mercato Globale dell'Istruzione Universitaria Online" che, con il boom della pandemia, è valutato fino a 36 miliardi, con la possibilità di arrivare a 76 miliardi nel 2025, e, poiché queste piattaforme hanno costi alti, i privati coprono le spese che le università dovranno restituire, garantendogli però anche un profitto.
Come? Destinando a tali aziende parte delle tasse universitarie, facendo entrare i privati nell'università dalla porta principale, e dando in pasto l'università ai criteri di mercato

Così, viene creata una cosiddetta "Governance Algoritmica", in cui i processi algoritmici e automatizzati, che seguono le logiche del profitto, si sostituiscono agli individui, creando selezione sociale, discriminazione e meccanismi di oppressione.

 

Cambiamo rotta, ricostruiamo il sapere e... 

Dal "Piano Colao" all'uso dello strumento del debito studentesco, tutte le idee fino ad ora prese in considerazione seguono in egual modo la direzione che da tempo noi denunciamo e contro cui da anni ci scagliamo con forza.

Ci troviamo di fronte, ancora una volta, a un modo di vedere l'università come un luogo per fare profitto e gli studenti come individui da formare in base alle esigenze di mercato, su cui investire solo in virtù di un possibile guadagno, trasformando il paradigma della formazione da necessità collettiva a settore strategico, e quindi, legato ad una qualche forma di  ritorno economico, formando Università di Serie A e Serie B, creando diseguaglianze, modelli per nulla distanti da quello che il mondo dell'istruzione sta seguendo.

Urge un cambio di rotta, radicale e necessario.

Sul breve termine sono indispensabili provvedimenti diretti, e alcuni straordinari per una situazione straordinaria: in primo luogo bisogna rivendicare l’estensione della no tax area ed in generale la sospensione delle tasse universitarie, per quest'anno,  data la mancanza di servizi, l'allungamento dell'anno accademico e, per combattere la discesa del numero delle immatricolazioni, la rottura di quelle barriere che non consentono all'Università di essere totalmente accessibile a tutti e tutte, come l’eliminazione dei corsi a numero chiuso, e l’eliminazione dei criteri valutativi dell’Anvur, che contribuiscono a creare disparità e classifiche tra le università, assieme al potenziamento del trasporto pubblico, oggetto di tagli da decenni, affinché possa garantire l’accesso agli edifici universitari a tutte e tutti in modo sicuro e a basso impatto ecologico  e, infine, per poter garantire il diritto allo studio, al posto di ricorrere a soluzioni come l'indebitamento studentesco, la riduzione dei criteri per aumentare i beneficiari delle borse di studio

Ma tutto ciò non basta: allora che fare? 

Per far sì che un cambiamento dall'interno di questa realtà sia possibile, bisogna intraprendere e rafforzare le lotte, anche culturali, che vanno a mettere in discussione i rapporti di potere che ci governano e che l'Università riflette, riappropriandosi di un sapere svincolato dalle logiche di mercato, non avendo paura di rimettere in discussione il ruolo che esso deve avere nella società. Risulta necessario e urgente liberarsi dai diktat dell’azienda università, capire come diffondere nuove analisi, ricerche e saperi attraverso altri canali, più democratici e accessibili, permettere loro di attraversare i movimenti in modo che siano strumenti realmente utili, evitando la cristallizzazione di quei saperi anche più radicali e la loro accademizzazione che li trasforma troppo spesso in trend di discussione puramente teorica e speculativa, limitando il loro potenziale di sovversione radicale dell’esistente. Bisogna  fare tesoro delle esperienze e degli strumenti accumulati in anni di lotte e mobilitazioni e costruirne di nuovi, con metodo, studio, entusiasmo e partecipazione. 

E' dunque fondamentale ricostruire le lotte universitarie intraprese negli anni che si davano come obiettivo quello di ripensare un'Università che rispondesse ai bisogni reali, per una società libera e giusta restituendo protagonismo alla componente studentesca, riappropriandosi di tutti i luoghi della formazione, rimettendola al centro della ricostruzione del mondo del sapere e del mondo in generale.

 

 ...ridiamo centralità alla Ricerca Pubblica!

Questa Pandemia ha portato a una crisi che sta mettendo a nudo tutte le contraddizioni e tutti i limiti di questo modello di sviluppo capitalistico e, le forze che lo sostengono, stanno giocando, in maniera confusa e inefficace, tutte le loro carte per porne immediatamente fine riponendo tutte le speranze nella scienza e nei suoi miracoli, restituendoci un'immagine lucida di una classe dirigente incapace e fallimentare, come il sistema che continuamente ripropone. La corsa al vaccino e il conseguente dibattito ne sono un esempio.

Anni di tagli alla ricerca e al settore pubblico lo hanno reso incapace di investire direttamente nella creazione dei vaccini, concentrato nelle mani di imprese private tutti gli sforzi e i conseguenti profitti derivanti dalla loro realizzazione, strumento potenzialmente rivoluzionario nella gestione della pandemia. Basti pensare ai profitti delle BigPharma e ai segretissimi accordi che hanno garantito  al produttore di  Moderna, secondo le stime, 34 miliardi di dollari (ossia circa 28 miliardi di euro) di redditi aggiuntivi l’anno prossimo e a Pfizer-BioNTech circa  20 miliardi di dollari (circa 16 miliardi di euro).

Ci siamo trovati in una situazione in cui gli Stati, che hanno formato i ricercatori, data la necessità sociale di avere un vaccino in tempi rapidi vista la portata della crisi sanitaria ed economica, hanno finanziato la ricerca delle compagnie private, poiché lo sviluppo di un vaccino richiede molto tempo ed è molto costoso, tanto da non risultare conveniente per le aziende investirci. Le autorità pubbliche, dopo ciò, non solo hanno dovuto pagare i vaccini, ma è stata venduta una quantità maggiore di quella prodotta, creando un forte danno alle campagne vaccinali, ormai iniziate.

Di fronte a ciò, è doveroso mettere in discussione questo modello, e tenere presente altri che invece hanno ribaltato le logiche che tengono insieme i rapporti di potere che noi viviamo;  ne è un bellissimo esempio la testimonianza di Fabrizio Chiodo, ricercatore italiano che lavora al vaccino cubano, che ci racconta di un sistema in cui la scienza è strumento di giustizia sociale al servizio del popolo.

Il mondo che noi vogliamo non può prescindere da una ricerca pubblica, slegata dalle logiche del profitto e legata al benessere e alla salute della collettività, capace di tessere rapporti dialettici tra il popolo e la scienza, di attivare meccanismi virtuosi di partecipazione popolare e scevri della diffidenza di questi tempi. 

In questo contesto, occorre intendere anche l'università e la ricerca come strumenti preziosi e necessari per rispondere ai bisogni della società tutta e non, come sta avvenendo in questo anni, a quelli del mercato del lavoro e della produttività.

E allora bisogna essere veloci e determinati ma non rassegnati, abbiamo ben poco da perdere e tanto da guadagnare



Vi lasciamo le fonti da cui abbiamo attinto per la stesura del documento:


Qui invece, altri tre documenti che abbiamo pubblicato dai nostri canali sugli argomenti trattati:

 

Vi lasciamo invece il link della diretta di Potere al Popolo con Marc Botenga, europarlamentare del Partito dei Lavoratori del Belgio, e Fabrizio Chiodo, il ricercatore italiano che lavora al vaccino cubano:

https://www.youtube.com/watch?v=yGDsO5VJwIM

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