Martedì 27 dicembre - ore 17.30
Ex OPG Occupato - Je so' pazzo
via Imbriani 218 (angolo con Salvator Rosa)

CULTURA E CLASSE OPERAIA

incontro e dibattito con lo scrittore ALBERTO PRUNETTI

La storia di Renato, operaio tubista, una vita “in trasferta” nei cantieri di mezza Italia, ucciso da chi per anni ha saputo che l'amianto può esser letale, può trascendere la sola esperienza individuale e raccontare insieme un pezzo di passato e di futuro? Le storie di Chiaro Mori detto «Chiarone», di Quisnello Nozzoli, di Albano Innocenti e dei tanti altri “signor nessuno” che agitarono la Maremma a cavallo della prima guerra mondiale e oltre, possono restituirci qualcosa in più di un'epopea che può esser più o meno mitologica, ma relegata in un passato ormai andato? E ancora: perché leggere le storie della “Patagonia Rebelde”, attraverso la voce di Osvaldo Bayer, storie tanto lontane nel tempo e nello spazio, storie che parlano di scioperi, di lotte, di vittorie e di brucianti sconfitte?

Martedì 27, dopo la triade natalizia VNSS (Vigilia, Natale e Santo Stefano), ne parliamo con Alberto Prunetti, autore di “Amianto. Una storia operaia”, di “PCSP. Piccola controstoria popolare”, ma anche traduttore (di “Patagonia Rebelde” di Osvaldo Bayer, ad esempio) e ghostwriter e cameriere in quel di Bristol e manovale tutto-fare in un centro ippico e insegnante di italiano agli stranieri e “kitchen assistant” e pizzaiolo ecc. ecc.

Con Alberto vogliamo parlare di come “loro” sono riusciti a fare in modo che, pur continuando ad esistere tantissimi operai nel nostro paese – meno di un tempo, ma pur sempre tantissimi – sparisca dalla scena la “classe operaia”, la “working class” per usare un'espressione che fa meno paura e più esotico. Come hanno fatto sì che oggi le classi subalterne siano al massimo oggi oggetto e non più soggetto di storie, di Storia? Dove sono i “nostri”? Sono davvero scomparsi? Siamo davvero così “invisibili”?

La nostra chiacchiera, però, non vuole essere una noiosa analisi del perché e per come siamo arrivati alla situazione in cui ci troviamo, per uscircene dall'incontro più o meno soddisfatti perché possiamo lamentarci delle stesse cose di cui già ci lamentiamo tutti i giorni, ma con molti più argomenti. No, perché pensiamo che avesse ragione Gianni Rodari quando diceva che “bisogna usare le storie vecchie per inventare le storie nuove”. E allora vogliamo cominciare a capire di quali “storie nuove” abbiamo bisogno, quali “inventare” e come farlo, perché anche una chiacchierata su scrittura, cultura e classe operaia può essere utile per costruirlo quel “nuovo”.

Chi meglio di Alberto – che nei suoi libri ha saputo scrivere di storie vecchie senza che divenissero mera memorialistica, portando anzi alla luce quegli elementi forse latenti ma che lasciano intravedere un mondo diverso - può accompagnarci in questa riflessione?
Perché se è vero che il tempo del presente è finito ed il tempo del futuro è a portata di mano (Vijay Prashad), dovremo pur trovare delle forme per fare in modo che questo futuro si realizzi e che sia ben diverso dal presente cui siamo costretti. E in qualche modo questi tempi vanno anche raccontati...

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