La mia ultima quarantena risale al 2010. Anche allora ero bloccata tra quattro mura. Il rischio che correvo però non era quello di contagiare o essere contagiata, ma di non arrivare a Natale.

Cosi, da quando avevo ricevuto la diagnosi, il mio personalissimo decreto con tanto di divieti e prescrizioni per garantire la mia sicurezza, mi ero dovuta organizzare. Riordinare il tempo, ripensare i giorni, respingere la rabbia e ingaggiare una guerra contro la paura.

L’orario delle visite era diventato il momento su cui concentrare ogni sforzo di normalità e al quale era importante arrivare al meglio. Così ogni giorno truccavo quel poco di viso che sbucava fuori dalla mascherina e avevo fatto sparire il pigiama col papero giallo sul petto, per far posto ad uno da adulta. Mi ero preparata un bel discorso da dura, dicendo al mio ragazzo dell’epoca di lasciar perdere, ne avremmo riparlato magari più in là, quando i tempi sarebbero stati migliori. Ma nel frattempo mi ero inventata di punto in bianco un Dio a cui chiedere che non accettasse la proposta e non mi lasciasse davvero. E poi mi ero messa in testa di preparare lo stesso l’esame di diritto amministrativo per l’appello di gennaio. Certo, poteva rivelarsi un tentativo completamente inutile, ma anche se le cose fossero andate male, pensavo, almeno avrei passato quegli ultimi giorni in un modo più o meno intelligente. Probabilmente tutte queste cose non me le dicevo così chiaramente. Solo una cosa mi era chiara. Se stavo facendo tutto quel casino per continuare a vivere, sarebbe stato davvero stupido “bloccare” la mia vita nel frattempo.

Un po’ quello che consigliano oggi gli psicologi contro il rischio depressione prodotta dalla quarantena: “Cercate di riprodurre la normalità, mantenendo le abitudini e gli interessi di sempre, per quanto possibile”. In questa fase di isolamento e costrizione inevitabilmente saltano fuori ricordi e paragoni con quel periodo. Come la polemica delle prime settimane sui pericolosi runners e sui passeggiatori untori. Mi ha fatto ripensare al momento in cui, finalmente, era arrivato il giorno delle dimissioni e il medico mi aveva chiesto cosa avrei voluto fare una volta tornata a casa. “Una passeggiata”. Tra i tanti desideri accumulati, mi era uscita proprio quella come risposta. Non so se avevo tentato di giocare al ribasso per strappare subito un si (che comunque non era arrivato). Ma forse, più semplicemente, fare una passeggiata, muovere le gambe e sentire il sole addosso, mi era sembrato il modo più naturale e diretto per sentire che ero ancora viva.

Certo, vivevo una situazione completamente diversa, ma tante cose mi appaiono simili. Come quando ripenso alle piccole trasgressioni ai divieti di quel periodo e mi chiedo se ero davvero così incosciente. Se la mia non era invece consapevolezza. La convinzione di non poter rinunciare, pur di continuare a respirare, a tutto quello che rende la vita umana e degna di essere vissuta. Incontrarsi, riconoscersi, toccarsi.

Il racconto di questo groviglio di ricordi non mi serve per dire che ho in tasca la ricetta per la giusta quarantena. Né che intendo giudicare la paura che ti immobilizza in casa, perché la conosco bene. Lo capisco che soprattutto in certe zone più colpite, ci si senta paralizzati dal terrore e abbandonati di fronte alla paura. Quello che penso però è che dovremmo fare uno sforzo di comprensione, di riflessione maggiore. È certamente più faticoso dell’abbandonarsi al panico o, peggio, del dare la caccia alle streghe e invocare punizioni esemplari contro i trasgressori, pensando che faranno sparire di colpo questo incubo. Ma proviamoci, che il tempo non ci manca. Proviamo ad incanalare questa rabbia, la paura, la frustrazione della reclusione nei confronti di chi veramente ci mette tutti a rischio.

Verso chi ha distrutto la sanità pubblica, facendola collassare davanti ad uno dei virus meno letali nella storia delle epidemie, che qua invece continua a fare migliaia di vittime manco fosse la peste.

Verso chi non si è fatto scrupoli a sacrificare le vite di tanti lavoratori per preservare il profitto di pochi.

Verso chi ci chiede di bilanciare gli assembramenti mai sospesi nei luoghi di lavoro col nostro distanziamento sociale, imponendoci un’inaccettabile e paternalistica gerarchia degli affetti.

Contro chi emette decreti schizofrenici, in cui dopo due mesi ancora non c’è traccia di una misura di sostegno al reddito per chi sta pagando il prezzo più alto di questa crisi.

L’emergenza ha fatto esplodere tensioni sotterranee ed ha reso visibili disuguaglianze che si fanno sempre più accentuate. Ricordiamocelo domani, quando chiederanno a noi, sempre gli stessi, di rinunciare anche a quel poco che avevamo prima. E attiviamoci, perché spetterà anche a noi, tutti, impedirlo.

 

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