Quanto può resistere un essere umano rinchiuso?

Ci sono ricerche che spiegano quanto si possa resistere senza bere, addirittura senza mangiare o senza dormire, ma pare non ci sia una risposta scientifica alla mia domanda. Così sono costretto a capirlo da solo, a ripensare le mie abitudini e a rimodulare i modi in cui mi relaziono agli altri.

Non accetto tutto questo a dire il vero, alla fine di una videochiamata avverto un forte nervosismo. E’ vero, il mio smartphone, il mio computer (sempre occupato da qualcuno che segue lezioni o lavora), mi consentono di continuare ad avere rapporti con l’esterno, ma questi sono chiaramente un orribile surrogato. Tuttavia mi accorgo sempre di più che c’è qualcuno che questo surrogato inizia a normalizzarlo, a farci il callo e chiedersi se questo nuovo modo di relazionarsi possa essere addirittura un vantaggio.

In tempi normali il 99% della mia vita si svolge fuori dalle mura domestiche, fuori dal nucleo familiare. Sono troppo curioso per limitarmi ad osservare il mondo e le persone da una finestra o da qualche bacheca sui social. Oggi il 99% della mia vita continua ad aver bisogno del contatto con l’esterno per avere una dimensione appagante, un senso di appartenenza più grande della mia individualità. Purtroppo è un contatto in qualche modo ovattato, pieno di ostacoli come di vie di fuga dal confronto, ma soprattutto privo di imprevisti e interessanti incontri o esperienze “fuori programma”.

Le giornate si somigliano tra loro in modo spaventoso e comincio a percepire che anche le mie emozioni o la mia capacità di comprendere la realtà si stanno via via dissolvendo in un mare di confusione, ansia, senso di inadeguatezza e rabbia. “Devo resistere” recita una scritta che ho trovato una volta visitando le celle dell’Ex Opg. Lo sfogo di quell’ ex detenuto mi fece rabbrividire, ma oggi quello sfogo è diventato un monito verso me stesso. Non devo abituarmi, a costo di sopportare peggio degli altri questa maledetta quarantena, DEVO RESISTERE.

Non sono un nostalgico del passato o meglio, sarei curioso di vivere epoche storiche che mi affascinano, ma se potessi scegliere non tornerei a vivere la vita che svolgevo prima della quarantena. A ben pensarci infatti il mondo che vivevo prima non è mai cambiato, ora si è solo manifestato con più forza in tutti i suoi aspetti peggiori. Aspetti che già esistevano e che turbavano me così come la mia comunità, la mia generazione. Non rivoglio indietro un mondo che ti insegna a sentirti forte solo se percepisci la tua esistenza come individuale, separata dal resto e autosufficiente. D’altra parte nessuno riesce davvero a sentirsi così, perché nessuno è davvero un individuo capace di sopravvivere solo grazie alla sopraffazione del prossimo o vincendo una sfrenata competizione priva di qualsiasi prospettiva di emancipazione.

Quando ripenso a quella scritta che ho visto nelle celle mi piace immaginare che il suo autore sia riuscito a resistere davvero, perché sapeva di non essere solo, che di lì a poco una comunità a lui invisibile sarebbe arrivata a liberarlo. Io so che i miei compagni sono lì fuori e so che pure se sarò costretto ancora per un po’ a vederli attraverso uno schermo o a sentire le loro voci attraverso delle cuffie difettose, loro, come me, non si sono mai abituati all’isolamento. Noi non ci siamo mai abituati nemmeno all’isolamento e all’individualismo che c’era prima. Per questo so che continueremo a resistere insieme consapevoli che quelle comunità che avevamo costruito prima, oggi non si sono dissolte.

Sono più che sicuro che una volta usciti di qui avremo tutti bisogno ancora di più delle comunità che resistono. Sono sicuro che se riconosceremo questo bisogno riusciremo anche a liberarci dalle gabbie fisiche e sociali in cui questo sistema ci ha rinchiusi. Allora inizieremo a costruire INSIEME tutto il mondo che ancora non esiste, oseremo immaginare quello che da soli non avremmo mai immaginato.

 

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