Preparo il caffè.
Il fischio richiama la mia attenzione, la casa prende l’odore del mattino, l’ultima botta vera, quella che ti allontana da ogni sogno. Lo verso in tazzina, lo bevo. Ah. Ha un sapore di quotidianità.

Quella non manca, sti giorni, siamo chiusi qui da due mesi.
Ci sono altri appartamenti, ci facciamo compagnia, quando ci va bene intavoliamo assembramenti con il sole. Oggi piove. Pazienza. Non è male, a molti va peggio. Arriva una notizia:
“Donna presa a martellate dal marito, è grave. Donne vittime della violenza familiare, sfocia in disastro durante la quarantena.” (forse l’ho un po’ romanzata, moralmente corretta), per farla breve, un’altra sorella ammazzata.
Sento le loro grida a volte, mentre mangio tranquilla, ripenso a quella volta in cui ho visto piatti spiccare il volo tra i miei brividi, mi ci rivedo, le sento strazianti. Adesso più che mai, nessuno le vedrà. Neppure chi, per caso, poneva uno sguardo sfuggente a un livido sul volto, tra uno scontrino e l’altro. Neppure la vicina, le apre timidamente la porta dell’ascensore, accenna un sorriso, forse se ne vergogna, non fa nulla, la sente patire da anni.
Oggi, nessuno.
La quarantena ti stringe le mura sorrette a stenti dal tuo sangue, un centimetro ancora, per alcune, il definitivo.
I somitomeri segmentano e l’interruttore dei miei drammi si spegne per qualche ora. È amorevole distrarmi nel dovere, appropriarsi della conoscenza ti sgrava.
Immagina mangiare una fragola piena di sale, che schifo dirai, e dici bene, così bene che la fragola è la conoscenza e il sale merdoso è l’esame. Lo senti tendere l’arco dietro la tua nuca, un’ansia infame. Fuori è pandemia ma la mia generazione continua nevroticamente a produrre CFU. “ Potrei morire oggi ma domani st’esame me lo devo prendere”. Più di centomila positivi e nessuno di noi riesce a estirpare quella strana sensazione di non aver fatto mai abbastanza, ti attiva spasmodicamente o ti lobotomizza. Forse agiamo spinti dall’oggettiva consapevolezza di una fine della quarantena molto vicina, realisti moderni, siamo consapevoli: ci chiederanno il conto. La paura è forte.
Cosa hai fatto durante questa quarantena?
Provato a non impazzire, risponde uno. (Evidentemente, già pazzo).
Frequento le lezioni, fumo una sigaretta con gli amici, guardo un film, discuto di politica, mando un bacio ai miei genitori, scrivo questa roba, sempre nello stesso modo. Sempre nello stesso posto. Sempre qui. Ho gli occhi stanchi. Prolungamento delle mie dita, orizzonte del mio sguardo.
Ho la mente stanca. Vorrei triturare questo smarthpone nel frullatore. Vorrei farlo volare dal balcone, vederlo disintegrarsi in mille pezzi. Quanto mi manca, il fiato dell’umanità sul volto, lo strattonarci tra la folla, le file chilometriche per un gin tonic.
Non riesco a lasciarlo andare, non riesco a sottrarmi. È un buco nero.
Parlavano di noi, prima delle restrizioni, come la setta della tecnologia. Adesso ci costringono a mischiarci con i nostri demoni. Ore, ore, ore e giorni, giorni, giorni. È un buco nero.
È un pendolo che oscilla tra l’alienazione e un disperato bisogno di avervi tutti vicino.
L’abitudine ha dilaniato la mia creatività. Se chiudo gli occhi vedo musica infermiera, ricucire gli squarci della mia solitudine.
Se li riapro il volto della sofferenza è il grandangolo del mio riflettere.
Posso percepire sulla mia carne la rabbia di chi non mangia, di chi non vive, la claustrofobia dell’amico nella sua stanzetta di dieci metri quadri, il pianto dell’anziano moribondo, il mare abbandonato, il proletariato produttivo farsi spazio tra sopruso e malattie.
Le macerie di questa crisi costruiscono infinite fortezze delle nostre consapevolezze.
Ho sentito tanti dire di non voler vivere in un mondo che ha il sapore della merda, io dico: cazzate.
In verità io voglio vivere, voglio lottare, voglio potermi presentare alla morte e dirle che è finito il tempo del consumismo, della frenesia, della guerra, del patriarcato, degli abusi.
Il sole è sorto sulle nostre rivolte.

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