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Sono passate ormai svariate settimane dal decreto che ha reso l'intera Italia zona rossa e ha stravolto sensibilmente la nostra quotidianità e la nostra socialità.
In questi quaranta giorni di incertezza, bollettini e proiezioni, la società del dinamismo, della velocità e della competizione ha subito un brusco arresto (certo non per tutto, non per tutti), permettendoci paradossalmente di fermarci, obbligandoci in un modo o nell'altro a riflettere intorno all'esistenza nostra ma anche, più in generale, intorno all'esistente.

Anche il nostro calendario di attività sociali, di iniziative culturali e politiche è stato rimodulato. Fin dai primi giorni dell'emergenza ci siamo organizzati per costruire comunità e solidarietà là dove istituzioni insufficienti e pandemia producevano disperazione e macerie. Spese solidali, squadre di volontari, centinaia di pacchi alimentari preparati e distribuiti in tutta la città. In tante e tanti hanno telefonato per chiederci una mano, perché il lavoro nero, la disoccupazione, l'assenza di servizi sociali rappresentano quelle contraddizioni capaci di risignificare ed esasperare la crisi sanitaria rendendola a tutti gli effetti una crisi sociale, producendo probabilmente danni maggiori di quelli causati dallo stesso Covid-19.

Abbiamo incontrato centinaia di famiglie, abbiamo ascoltato tante storie, le abbiamo fatte nostre e rese pezzi di un bagaglio e di una lettura della realtà tutti collettivi.
A queste varie voci della quarantena abbiamo affiancato quelle dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri coetanei.

Abbiamo provato, con tutte le difficoltà del caso, ad ascoltare le voci di una generazione, parlando in senso ampio, su cui esperti e meno esperti hanno scritto, anche in queste circostanze inedite, pagine e pagine di riflessioni e congetture psicologiche e sociologiche, dipingendoci a tratti come dei colpevoli apatici, a tratti come delle compassionevoli vittime di un mondo stancamente stressante ed esigente.
Voci chiaramente discordanti, spesso tormentate dal persistente senso di inadeguatezza e di fallimento, a volte disilluse, altre più o meno coraggiose, non raramente sognanti.

Diverse ricerche negli ultimi anni hanno descritto i giovani italiani come impauriti, in particolar modo dalle relazioni, come i più conservatori politicamente e i meno attivi sessualmente d'Europa, ripiegati sulla famiglia o comunque su dimensioni ristrette, più controllabili, rispetto a un futuro e un contesto che non danno certezze.

Seguendo queste letture, la quarantena potrebbe rafforzare queste tendenze, e rendere i giovani ancora più timorosi, separati, tesi al salvataggio individuale.

Oppure no. Magari nel conforto che in tante e tanti hanno trovato nella reclusione, nella solitudine di questo lockdown si nasconde una, forse inconsapevole, forma di protesta a un mondo e a una società che ci obbligano a rispondere ad imperativi prepotenti e invadenti: essere veloci, competitivi, i migliori.
A scuola, sul lavoro, in amore e in amicizia, in ogni angolo, anche il più recondito dell'esistenza.

Sarebbe interessante confrontarsi su questo, raccogliere testimonianze e riflessioni che in molti, sicuramente, produciamo in abbondanza in queste giornate lunghe e monotone.

Studentesse, studenti, giovani precarie e lavoratori ci hanno scritto come stanno trascorrendo questa quarantena, cosa significa guardarsi indietro, cosa può significare guardare in avanti.
Molte contraddizioni stanno venendo al pettine. Stiamo rivalutando quella che era la normalità. La stessa normalità che ci manca, ma che ha posto i presupposti per l'avvento di una crisi di questa portata.
Cosa manca al nostro presente? Cosa vogliamo nel nostro futuro.

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In tempi di isolamento costruiamo sogni, comunità, solidarietà.

#oggivoglioparlare #diaridallaquarantena

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