La diffusione del coronavirus ha già messo a dura prova il sistema sanitario di alcune regioni del nord Italia e si appresta testare anche quello Campano, dove già in periodi di calma si evidenziavano non poche criticità.

Il governatore De Luca molti giorni fa ci ha intimato di stare a casa, in modo da rallentare la trasmissione del contagio ed evitare che le strutture sanitarie si trovassero impreparate a gestirne il picco. Molto ci ha colpito la sua recente lettera – rapidamente smentita dalla replica della Protezione Civile – nella quale si dice affranto dalla scarsa collaborazione del Governo nel dotare la Campania dei dispositivi e dei macchinari di cui sarebbe urgente disporre.

Registriamo che in queste tre settimane troppo poco è stato fatto per migliorare l’offerta di assistenza agli ammalati e ancora meno per garantire condizioni sicure di lavoro per tutti gli operatori sanitari impegnati nei servizi di accoglienza e cura degli ammalati positivi al coronavirus. Vediamo chiaramente quanto i dirigenti locali di alto e di medio livello in materia sanitaria abbiano pesantissime responsabilità politiche, morali e amministrative davanti alla gestione dell’emergenza COVID. Questo sarà il periodo più delicato che saranno chiamati a gestire, e non ci sarà da stupirsi se passeranno alla storia come criminali, data l’inconsistenza e l’assurdità delle misure finora intraprese.

Medici di Medicina Generale: La medicina territoriale e i servizi di continuità assistenziale sono ampiamente lasciati a se stessi. Ai medici di medicina generale sono state fornite indicazioni vaghe su come comportarsi in caso di sospetti COVID, ma nessun dispositivo di protezione individuale in grado di ridurre il rischio del contagio. Cosa gli si richiede insomma? Che non vadano a visitare i propri assistiti pur di proteggere se stessi, le proprie famiglie? Può un medico non visitare i propri assistiti, non incontrare un ammalato che gli chiede aiuto? Le consulenze telefoniche rischiano di non essere sufficienti sia per i pazienti contagiati da coronavirus sia per quelle persone affette da patologie croniche a rischio di riacutizzazioni o di complicanze, anche mortali. Ci pare veramente singolare che questi medici non siano messi in condizione di continuare a svolgere il proprio lavoro nel modo più serio possibile.

Dati epidemiologici: In aggiunta a quanto detto, va considerato che il Medico di Medicina Generale, essendo il sanitario più vicino alla comunità di cui si occupa, dovrebbe avere anche un importante ruolo di ricognizione della sua popolazione di riferimento, potendo ricostruire una mappatura epidemiologica affidabile della diffusione del virus e potendo mettere in atto un contenimento precoce dei contagi e delle complicanze da Covid. Lasciati in condizione di non poter lavorare a contatto con gli ammalati, non potranno svolgere un così delicato lavoro. A ciò si aggiunga che il numero di tamponi eseguiti in Campania è veramente esiguo e abbiamo ragione di credere che manchino dati su buona parte della popolazione contagiata che è rimasta asintomatica o ha manifestato una sintomatologia lieve. Che non ci sia mai stata una volontà politica di raccogliere dati sulla salute della popolazione campana lo sappiamo bene e non da ora. Nondimeno crediamo che la mancanza dei dati su una patologia infettiva veicolata da un virus ad altissima diffusibilità sia da denunciare con forza.  

La rete territoriale dell’emergenza e l’enorme carico di lavoro extra: la rete del 118, che già sappiamo essere dotata di mezzi insufficienti a garantire un servizio ordinario adeguato di gestione delle emergenze e delle urgenze in una città come Napoli, si è vista caricata di mansioni critiche aggiuntive, come l'esecuzione dei tamponi a domicilio, il trasporto dei tamponi stessi ai laboratori e, naturalmente, l’accompagnamento dei pazienti con insufficienza respiratoria da Coronavirus nei reparti indicati. Questo sovraccarico già oggi comporta che le autoambulanze siano sempre impegnate e che il loro intervento per problematiche altre rispetto all'infezione da Coronavirus avvenga con ritardo superiore al solito. A ciò si aggiunga che la carenza dei posti letto ospedalieri per pazienti Covid costringe spesso l’ambulanza a permanere presso l’ospedale dove ha eseguito il trasporto anche per ore in attesa che vi sia la possibilità di far accedere l’ammalato in condizioni di sicurezza per se stesso, per gli altri ammalati e per il personale tutto. Questi elementi ci fanno capire come possa succedere che un tampone a domicilio venga eseguito molti giorni dopo la richiesta, quando magari risulta ormai inutile. Ci fanno capire anche però quanto irrazionale sia stata l’idea di affidare queste mansioni alla rete del 118.

La rete ospedaliera: neanche gli ospedali hanno subito una riorganizzazione adeguata. Dei reparti previsti riservati alle persone con infezione respiratoria da Coronavirus, non tutti sono divenuti operativi, e tutti in ogni caso con un eccessivo ritardo. La mancanza dei posti letto in siti preposti ha già determinato diverse nefaste conseguenze: per prima cosa, nei giorni scorsi sono avvenuti diversi trasporti incongrui di pazienti sospetti e con sintomi gravi a Pronto Soccorso esterni alla rete 118-Covid, che non erano in condizioni di accogliere il paziente senza contaminare l’intero pronto soccorso, con successiva necessità di chiusura per sanificazione e quindi interruzione temporanea del servizio. Tutto questo lo si sarebbe certamente dovuto e potuto evitare se si fossero avute indicazioni chiare, praticabili e inequivocabili circa i percorsi da seguire, come del resto in alcune realtà più organizzate, anche della Campania, si è riuscito ad ottenere. Ovunque nella rete ospedaliera, anche nei pronto soccorso impropriamente divenuti reparti Covid, sono scarseggiati i dispositivi di protezione individuali, con conseguente rischio elevato di contagio per tutto il personale. Inoltre, sempre a causa della mancanza dei posti letto, alcuni pazienti con patologia confermata sono stati trasferiti in ospedali di altre province e questo, in un momento in cui già le disposizioni impongono che i parenti non possano entrare negli ospedali per ridurre il rischio di contagio, rende per i familiari ancora più complicato seguire le sorti del proprio caro. Vogliamo ribadire che trattare gli ammalati sospetti o positivi al Covid in luoghi non idonei, all'interno di un Pronto Soccorso o di un reparto di degenza dove non ci siano dei posti letto riservati né percorsi differenti per infetti e non infetti, dove non c'è un'ottimale “circuito pulito-sporco”, dove il personale non è dotato di DPI adeguati, è una grave minaccia non solo per i lavoratori e gli altri pazienti, ma attraverso di loro per l'intera collettività. Al momento sono divenute disponibili alcune altre unità ospedaliere dedicate, ma ancora scarseggiano i posti letto soprattutto per la terapia intensiva e sub-intensiva. Come se non bastasse quanto già detto, al momento nella città di Napoli sono solo due i laboratori preposti all’analisi dei tamponi rinofaringei e spesso il risultato viene comunicato all’ospedale più di 72 ore dopo l’esecuzione, ore in cui non sempre è possibile trattare il paziente in aree dove non sia in contatto né con pazienti negativi, né con pazienti positivi al coronavirus, con conseguente possibilità di infettare oppure di essere infettato.

A fronte delle categorie professionali fin qui menzionate e dei medici e operatori impegnati nei reparti Covid, moltissimi reparti e moltissimi servizi territoriali (ambulatori, chirurgia di elezione, ricoveri in elezione, parte dell’assistenza domiciliare…) sono di fatto sospesi. Questo fa in modo che se parte del personale sanitario sia oberato di lavoro, la restante parte sia sostanzialmente inattiva. Sarebbe naturalmente auspicabile una razionalizzazione delle risorse anche in questo senso.
Conclusioni: A fronte di quanto descritto, ci pare assolutamente fuorviante l'insistenza sulla colpevolezza di quei singoli che non si atterrebbero scrupolosamente alle ordinanze regionali vigenti. Il coinvolgimento massivo delle forze armate, compreso l'Esercito, è funzionale piuttosto a distrarre da questo tipo di responsabilità l'opinione pubblica. Proclami, denunce, pugni sbattuti sui tavoli, battute virali fanno da contraltare a una situazione che è rimasta pressocché uguale a un mese fa, ovvero allo specchio di un servizio sanitario locale a brandelli dopo anni di commissariamenti, tagli, tetti di spesa e una gestione affaristica e negligente degli ospedali e delle risorse sanitarie territoriali. Non ci stupisce nemmeno la recente stipula di un accordo con la sanità privata per la disponibilità di 3000 posti letto di degenza aggiuntivi. Ci chiediamo però quale utilità abbiano queste risorse, a quale prezzo siano state “comprate”, a fronte di una situazione nel pubblico già così caotica e disfunzionale da richiedere una pronta verifica e riorganizzazione in vista dell'acme dei contagi prevista per i prossimi giorni. E non ci stupiscono, infine, gli accorati ringraziamenti rivolti dal nostro governatore a Confindustria Napoli e a diversi esponenti dell'imprenditoria locale coinvolti in “opere filantropiche”, laddove però anche sui nostri territori queste categorie si sono battute per non recepire l’indicazione di chiudere immediatamente qualsiasi produzione non essenziale, rendendosi responsabili della prosecuzione dei contagi in deroga alle disposizioni vigenti.

De Luca ci ha chiesto proprio ieri di “avere fiducia”, di “aiutarlo ad aiutarci”. Noi replichiamo dicendo che, alla prova dei fatti, l'unico modo per riuscire in questo obiettivo è ottenere le dimissioni immediate dei direttori sanitari e delle autorità politiche coinvolte nella gestione di questa emergenza, lasciando l'intera macchina sanitaria nelle mani di chi sia realmente in grado di affrontare questo momento così delicato e difficile per tutti quanti noi.  

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