Martedì 24 Marzo

"Questa situazione è una prova, una prova per tutti noi. O la superiamo insieme oppure falliamo"

Due fogli con 25 nomi ognuno.
 Due squadre, due quartieri differenti. 
50 pacchi da caricare e da consegnare.

Ti rendi conto della materialità di quei nomi quando inizi a chiamare i primi numeri:
"Signó siamo i ragazzi della rete solidale per il pacco alimentare"
Quei nomi, anche se non sono ancora volti, iniziano a diventare storie. Un bambino che piange, un marito che chiede "chi è" al telefono, il silenzio di una vita sola o il casino di una casa affollata.
Ti rendi conto della materialità del pacco quando invece inizi a scaricarli. 15 kg di ceci, olio, passata, sale, biscotti etc. da portare nei vicoli stretti della Sanità, tra il silenzio e gli sguardi curiosi dalle finestre. Il furgone va lasciato nella strada principale, perché nei vicoli di Napoli è impossibile da fare entrare.

E poi il momento dell'incontro. 

Il pacco lo dobbiamo lasciare fuori il cancello, e quindi le possibilità di scambiare qualche parola sono limitate a qualche frase da lontano.

Anche se la necessità di parlare c'è, eccome.

I volti e le storie sono di chi la precarietà, la mancanza di lavoro, la povertà, la difficoltà di dare da mangiare ai propri figli, la solitudine, la malattia la vive molto prima del corona virus.

Questo virus bastardo non ha fatto altro che evidenziare certe contraddizioni, portarle a galla, mostrarle pubblicamente, ma il problema è molto più profondo.

Incontriamo F., ragazza madre, che aveva un lavoro a nero, e ora non sa nemmeno quando e se lo ritroverà un lavoro.

C. e la sua famiglia, che vivono in 5 in un basso piccolissimo.

A., ai domiciliari. Lui a casa ci deve stare per forza da tempo, ma almeno suo cugino prima riusciva a portare un piatto a tavola.

Ogni volta che apriamo le porte del nostro furgone alcune persone chiedono come poter accedere anche loro al pacco alimentare.
Ma a vico T. la situazione è differente. Vico T. è al margine estremo della Sanità, proprio sotto la collina di Capodimonte. Lì non arriva il turismo scintillante delle pasticcerie per turisti o delle Notti Bianche. Lì non c'è nessuna pizzeria Gourmet o bar rinomato.
Lì ci sono i dimenticati, coloro che non sono belli da fare vedere o che non producono abbastanza ricchezza.

Appena apriamo il portellone si forma subito una fila di 30 persone, in religiosa distanza di sicurezza, quando noi in quella via dovevamo consegnare solo 5 pacchi. Come se fosse uno scenario di guerra, ci mettiamo a segnare a uno a uno i nomi e i numeri di telefono, costretti a dire che per gli altri pacchi torneremo tra qualche giorno.

Segno nomi italiani, rumeni, arabi, ucraini. In quel vicolo vive tutto il mondo.

Passa una pattuglia dei carabinieri. Scendono dalla macchina e iniziano a distanziare ancora di più le persone toccandole con un manganello
.
"Non mi sembra il caso di usare un manganello, creiamo solo più tensione"

"E in qualche modo li devo pur toccare. Oh, voi fate un bellissimo lavoro eh, ma se vi danno fastidio questi, bhe chiamateci"

"Nessun fastidio, anzi"

25 pacchi da consegnare sono tanti, ma ogni piccolo avvenimento ti spinge a finire la distribuzione: passa un volontario della Rete Sanità, che ci regala qualche mascherina e ci racconta la situazione del quartiere; ci ferma un fruttivendolo, che vuole il numero dei pacchi spesa non per sé ma per alcune persone del quartiere; ci chiamando da un balcone: "Potere al popolo! Grandi così, continuate!"

Sono le 5 e decidiamo di andarci a fare un panino prima degli ultimi pacchi. 
Arriviamo alla cassa e per due bellissimi panini provola e prosciutto ci vengono chiesti 2 euro. 
"Sei sicuro?"

"Wagliu, mangiate. Si vede che state affamati. E poi io a voi dei centri sociali ho sempre voluto bene!
"
La solidarietà si è riversata anche su di noi.
R. è una delle ultime signore alla quale andiamo a consegnare il pacco.

Arriva da noi in lacrime.
"Dio vi benedica, e a' Maronn v'accompagn.
Sapete questa è una sfida che ci ha fatto Dio, per vedere se riusciamo a cambiare il nostro modo di vivere, il nostro egoismo.

Questa situazione è una prova, una prova per tutti noi. O la superiamo insieme oppure falliamo"

R. ha due figlie, entrambe rimaste senza lavoro. Una perché lavorava a nero e l'altra licenziata perché aveva un contratto a tempo determinato, e ora non serviva più.
Anche se non credo in Dio, credo che R. abbia ragione.

Questa tragedia è una prova, una prova che sta mostrando palesemente il fallimento di una società escludente, individualista, assetata di potere e profitto.

È il fallimento di alcuni falsi valori, di una rincorsa al "di più" a scapito soltanto dell'altro, e della terra e dell'aria che ci circonda.

Una prova che, come ha detto R., o superiamo collettivamente oppure sarà stato tutto inutile

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