La diffusione del nuovo Coronavirus ha condizionato le nostre vite più di quello che avremmo pensato fino a qualche settimana fa. Siamo chiusi in casa, spesso lontani dagli affetti, usciamo a fare la spesa rapidamente e coperti da mascherine più o meno improvvisate.

Le strade sono vuote (a Napoli!) il che già di per sé concorre a gettarci in uno stato di angoscia tutto sommato comprensibile. Molti di noi vanno a lavorare in ospedale o sul territorio come medici, infermieri o OSS e questo ruolo, che ci investe di responsabilità ma che talvolta ci carica anche di frustrazione e sconforto, ci fornisce una visuale particolare sulla crisi in corso.

Come ogni evento importante, questa epidemia si presenta anche come un’occasione per avviare delle riflessioni, ristabilire delle priorità, avviare dei percorsi.

La prima valutazione deve senz’altro essere sulla necessità di un Sistema Sanitario Nazionale che sia gratuito e aperto a tutti. Forse non riusciamo neanche a immaginare come sarebbe andata diversamente, se già fossimo a un punto avanzato della trasformazione del nostro modello in uno molto più vicino a quello americano. Oltre alla paura di essere infettati e di ammalarci dovremmo aver paura di non riuscire a pagare le cure in ospedale, di essere abbandonati dalle assicurazioni nel momento del bisogno, di dover rinunciare all’assistenza per noi o per un nostro caro a causa dell’impossibilità economica ad affrontare la spesa. Per questo crediamo che sia il momento di difendere con ancora più convinzione il sistema sanitario pubblico, nazionale, gratuito e aperto a tutti. Ci sarà da ricordarsene quando questo periodo sarà finito e gli interessi dei privati e delle multinazionali torneranno con più insistenza a bussare alla porta di assessori, ministri, commissari, presidenti.

Non vogliamo con questo dire che le cose attualmente stiano andando benissimo, pensiamo invece che si stiano evidenziando molti limiti del sistema sanitario.

Innanzitutto vogliamo esprimere vicinanza e solidarietà a tutte le lavoratrici e i lavoratori della sanità che in questi giorni stanno affrontando l’emergenza Coronavirus con dedizione e senso di responsabilità. Siamo solidali a loro ma non a chi ci impone di lavorare senza gli adeguati dispositivi di protezione individuali (DPI; leggi mascherine, guanti, camici monouso ecc). Troviamo vergognoso che si possa pensare di far lavorare un operatore in assenza di dispositivi di protezione o addirittura riferirlo al consiglio disciplinare se richiede di essere protetto prima di recarsi al cospetto del paziente COVID positivo. Esistono dei dispositivi in grado di minimizzare il contagio e di proteggerci: esigiamo che le ASL e gli Ospedali ne acquistino in numero sufficiente per ridurre il rischio di contagio nel personale sanitario.

Allo stesso modo riteniamo insufficiente il numero di test diagnostici che vengono effettuati al momento. Questi infatti dovrebbero essere estesi:
- al personale sanitario entrato in contatto con pazienti infetti, soprattutto se il contatto è avvenuto in assenza di dispositivi di protezione per ritardo nella diagnosi o altre cause;
- ai contatti dei pazienti COVID positivi, anche quando asintomatici;
- a tutti i lavoratori la cui professione ha uno stretto carattere di necessità, o che comunque stanno continuando a lavorare in questi giorni perché i datori di lavoro non hanno proposto altre soluzioni e rischiano perciò di trovarsi senza stipendio o, peggio, licenziati se non si recano regolarmente sul luogo di lavoro.

Pensiamo che l’esecuzione di test diagnostici con criteri restrittivi come quelli attuali possa avere molte ricadute negative, mentre una loro estensione consentirebbe un più scrupoloso isolamento del personale infetto e delle persone infette in comunità. Ciò aiuterebbe a ridurre il rischio di contagio e a circoscrivere l’infezione forse più di altre misure finora messe in campo. Inoltre crediamo che l’esecuzione di test diagnostici debba essere demandata ad un maggior numero di laboratori, essendo già adesso i tempi di attesa largamente superiori al tempo congruo per un’ottimale gestione dei pazienti in PS e smistamento nei reparti di degenza (ordinari o COVID). I luoghi i di isolamento non sono così numerosi da permettere ad un paziente di non entrare in contatto né con pazienti non infetti né con pazienti COVID per 48-72 ore, con conseguente rischio di contagio per il paziente sospetto o per gli altri pazienti. Pertanto è necessario che il test diagnostico sia svolto nel minor tempo possibile. Ancora aggiungiamo che un maggior numero di tamponi/test diagnostici eseguiti consentirebbe una corretta definizione della situazione epidemiologica che risulta necessaria non solo per noi stessi, ma anche per gli altri paesi del mondo dove ancora l’infezione non si è sviluppata con tale esplosività, ma dove il numero dei contagiati potrebbe accrescersi nelle prossime settimane. Molti di questi paesi possiedono meno risorse di quelle che noi abbiamo a disposizione e potrebbe essere fondamentale avere più informazioni su come affrontare l’epidemia.

Riteniamo altresì necessario che si accelerino le procedure di assunzione di personale medico e paramedico soprattutto nei reparti di pronto soccorso e di medicina d’urgenza/interna nonché nelle rianimazioni. Tali unità, i cui lavoratori sono ad oggi quelli più esposti al contagio e quindi alla possibilità di mancare per contratta infezione, sono le stesse che già nell’ordinario presentano spesso carenza di personale, carenza di posti letto (da cui l’annosa questione dei ricoveri in barella) e ritmi di lavoro elevatissimi. Si rende dunque necessario che i contratti relativi alle nuove assunzioni non siano a tempo determinato, per evitare il ritorno a uno stato di carenza del personale superata la fase di emergenza.

Crediamo infine che questo sia anche il momento per mettere a fuoco le differenze sostanziali che vigono tra la sanità pubblica e privata, seppur convenzionata. Sappiamo bene che alla seconda sono stati in buona parte demandati interi servizi, come ad esempio la dialisi o la lungodegenza/riabilitazione che nel pubblico trovano ormai poco spazio, nonché ampia parte dell’assistenza ambulatoriale all’ammalato cronico. Al privato è in larga parte affidata la diagnostica, di laboratorio e radiologica, servizio che però non è assicurato tutti i mesi dell’anno proprio perché al termine delle convenzioni si torna a lavorare con regime non convenzionato, cioè privato a tutti gli effetti. Siamo di fronte quindi ad una parte di sistema sanitario che non è gratuito, non è universalistico, non garantisce continuità assistenziale, non segue il principio della cura collettiva ma del profitto dei proprietari.
Di fronte ad una situazione di emergenza la domanda si pone con maggiore drammaticità: perché riteniamo di dover finanziare con soldi pubblici strutture il cui obiettivo ultimo è il profitto e non la salute collettiva? Perché non siamo in grado di garantire questi servizi nel pubblico? E soprattutto: come mai quando le cose si mettono male il lavoro sporco lo fanno sempre e solo gli ospedali pubblici? Forse quest’idea di collaborazione pubblico/privato sta solo dentro la retorica di chi ci governa, mentre sarebbe più onesto dire che queste strutture scelgono i servizi da offrire e spesso scelgono l’utenza in base ai propri interessi e al tornaconto economico. Tutto ciò che è in perdita, tutto ciò che è rischioso, viene comunque gestito all’interno delle strutture pubbliche. Leggiamo nel DL 18 del 17/03/2020 che il Dipartimento della protezione civile può requisire per un tempo limitato beni mobili e immobili che siano necessari per affrontare l’emergenza. Riteniamo che, qualora la situazione lo dovesse richiedere come già succede in diverse regioni d’Italia, si debba procedere alla requisizione delle strutture private, per assicurare alla popolazione un sufficiente numero di posti letto di terapia intensiva e subintensiva, nonché di ricoveri ordinari.
Pensiamo anche che si fosse davvero agito nell’interesse della collettività non ci si sarebbe limitati a obbligare le persone a stare a casa (a meno di non doversi recare in fabbrica con altre centinaia di persone o di dover prendere mezzi pubblici che, tagliate le corse, sono tornati ad essere pienissimi). Si sarebbe pretesa la cessazione di tutte le attività non necessarie, si sarebbe attuata una campagna informativa più seria in modo da rendere le persone in grado di capire da sole quali comportamenti avrebbero provocato problemi alla collettività e quali no. E probabilmente questo, insieme all’aumentato numero di test diagnostici, avrebbe reso meno necessarie tante altre misure. Ci siamo chiesti quanti nuclei familiari siamo riusciti ad isolare realmente?

Inoltre molte di queste misure, benché necessarie, porteranno di certo a un peggioramento della situazione su altri fronti. Ad esempio, possiamo già affermare che non conteremo mai tutti i morti di coronavirus, perché a quelli accertati dall’Istituto Superiore di Sanità dovremmo aggiungere tutti coloro che sono morti o moriranno per l’interruzione delle cure ordinarie che, in pazienti con patologie rilevanti (cardiologiche, respiratorie, metaboliche, oncologiche, etc.), può voler dire un rischio molto elevato di andare incontro a complicanze fatali.

Non possiamo permetterci che questa ondata così densa di problematiche passi su di noi senza immaginare come vorremmo che fosse il sistema sanitario e più in generale il nostro paese. Noi immaginiamo un sistema che risponda ai bisogni delle persone senza dover chiudere sempre la porta in faccia a chi necessita di assistenza, con un numero congruo di medici e infermieri per paziente e di posti letto per abitante. Vogliamo che la sanità sia molto più incentrata sulla prevenzione, sulla medicina di prossimità e di comunità. Vogliamo che le persone si sentano realmente partecipi delle scelte inerenti alla loro salute, che ci siano campagne informative capillari fin dentro ogni quartiere e ogni casa. Questo modello che i nostri governanti ci fanno credere difficile da realizzare sarebbe invece sarebbe la scelta migliore e consentirebbe, questo sì, di ottimizzare la spesa sanitaria. Lo sappiamo perché ce lo dicono molte fonti autorevoli della letteratura scientifica, che pure talvolta non è esente da complicità nei confronti dei grandi interessi privati. Ma lo sappiamo anche perché lo abbiamo visto fare da un paese del sud del mondo come Cuba che, nonostante un embargo cinquantennale e una economia molto meno florida di tanti altri paesi, ha saputo assicurare un’assistenza sanitaria in grado di competere con le più grandi potenze del mondo. Proprio da quella Cuba da cui oggi arrivano più di sessanta medici per aiutare l’Italia in difficoltà, riteniamo di poter ripartire per correggere la rotta di un’idea di assistenza che, poggiando su ottime premesse, ha subito durissimi colpi sotto la scure dell’interesse privato.

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