Nelle ultime settimane come Camera Popolare del Lavoro e come intera comunità dell’Ex OPG “Je so pazzo” abbiamo deciso di raccontare a quante più persone possibile una storia che ci dice tanto sul mondo di oggi, sulle terribili condizioni lavorative che ci vengono imposte, su cosa significa essere una donna e lavorare, sui ricatti, le molestie e le violenze che quasi ogni donna – lavoratrice e non – subisce quotidianamente. Questa storia vede come protagonista Grazia, una giovane ragazza napoletana. Quando l’abbiamo ascoltata, non abbiamo esitato a schierarci fermamente con lei.

Grazia ha deciso di rivolgersi a noi nell’ambito dell’inchiesta che abbiamo portato e continuiamo a portare avanti sulle condizioni di sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori del sito turistico più importante della città, cioè Napoli Sotterranea: giovani qualificati, preparati, poliglotti, costretti a lavorare a nero, senza garanzie di sicurezza, a fare straordinari non pagati e a subire molte altre vessazioni. Nel caso di Grazia si aggiunge una precisa specificità: Grazia lavorava a queste condizioni in quanto giovane donna. Allo sfruttamento, ai turni massacranti, alla dequalificazione costante del suo lavoro, si è aggiunta ben presto l’esposizione al desiderio, da parte del suo capo, di appropriazione del suo corpo.


Benché abbia trovato un eco importante a livello mediatico e sui social [https://www.facebook.com/camerapopolarelavoro/videos/1603574733103544/], la storia di Grazia è semplice nel suo riprodurre un meccanismo costante nella nostra società. E nonostante la messa in discussione di quanto accaduto e il tentativo di riportare tutto ad un piano di assoluta normalità da parte dei suoi superiori, Grazia non è riuscita ad accettare le molestie subite come qualcosa di normale. Se la regola non scritta è che le donne debbano subire passivamente ogni forma di molestia, ogni ricatto, ogni violenza, allora “meglio essere anormali” ha pensato Grazia. E con lei anche noi.
Ha deciso di alzare la voce, di non restare in silenzio, di denunciare, ma questa scelta non è stata indolore: ha dovuto cambiare lavoro, ha dovuto perdere delle certezze economiche e non solo, ha rinunciato all’impiego per cui aveva studiato e per cui si era formata, ma soprattutto ha potuto e dovuto fare affidamento sul sostegno attivo della sua famiglia, dei suoi amici e degli attivisti della Camera Popolare del Lavoro. Solo così si è sentita meno sola nella sua decisione di denunciare. Ma cosa sarebbe successo se Grazia fosse stata un po’ più grande, magari con figli a carico, o se non avesse ricevuto il sostegno della sua famiglia, se non avesse trovato delle persone pronte a sostenerla e a fornirle tutti gli strumenti per andare avanti? Quasi sicuramente avrebbe sacrificato il suo legittimo e naturale bisogno di giustizia in nome della tranquillità economica o della certezza di poter continuare a lavorare, costi quel che costi, come accade ancora a molte, troppe donne.

Grazia e tutte le altre
Questa vicenda, con tutto il suo squallore e tutta la violenza, ci riporta al novembre scorso, quando i giornali di mezzo mondo diffusero le notizie relative ai numerosissimi casi di molestie e violenze denunciati dalle attrici di Hollywood. La campagna mediatica del #metoo assunse dimensioni davvero imponenti. Già allora ci siamo esposti per sottolineare l’importanza del far esplodere in mille pezzi la pretesa naturalità di certi comportamenti ormai totalmente sdoganati a livello sociale, ma anche per ricordare che, oltre al mondo patinato del cinema, c’è tutto un mondo di donne lavoratrici nei ristoranti, nei bar, negli uffici, nelle fabbriche, persino nelle nostre case che ogni giorno subiscono simili atteggiamenti, ma spesso li mettono in conto come normalità perché, a differenza di molte star hollywoodiane, non si possono permettere di rinunciare a uno stipendio sicuro, fosse anche uno stipendio da fame.
La storia di Grazia ci racconta in maniera cruda e diretta che cosa significhi lavorare da donna in questo paese, soprattutto se sei precaria o se, come nel suo caso, lavori a nero. Restituisce sostanza e concretezza a tanti discorsi astratti e a tanti dati statistici, ma soprattutto conferma quello che per le donne è già un dato di fatto: le molestie e le violenze sul lavoro non sono un’eccezione da riportare con titoli eclatanti sui giornali e in TV, ma costituiscono la quotidianità per la componente femminile della popolazione.
Partendo da questa consapevolezza, la denuncia-sfogo individuale appare come punto di partenza fondamentale e necessario per mettere in crisi il processo storico e sociale di normalizzazione di questa realtà. Ma essendo questa patrimonio comune di tutte le donne (sebbene con modalità e intensità diverse, derivante anche da altri fattori quali posizione sociale ed economica, provenienza, orientamento sessuale), necessita di una risposta che sia collettiva e strutturale e che punti all’eliminazione di un sistema complessivo che ordina gerarchicamente certe differenze per legittimare simili forme di sfruttamento e dominio.
La dimensione lavorativa dell’oppressione di genere, come emerge dalla storia di Grazia, riveste tutt’oggi un peso fondamentale e ci permette di cogliere le contraddizioni di una società ancora profondamente sessista: l’ingresso consistente di molte donne nel mercato del lavoro non ha portato a una sostanziale parità tra i sessi. Un simile inserimento è avvenuto, infatti, attraverso un’organizzazione strettamente gerarchica che trova nelle caratteristiche fisiche – e quindi definite “naturali” – del soggetto in questione uno strumento di questo stesso inserimento. La donna, su cui ricadono ancora le responsabilità principali della cura della casa e della famiglia, resta spesso privata dell’accesso alle professioni più prestigiose. Inoltre sconta differenze salariali notevoli rispetto ai colleghi uomini e in tendenza svolge lavori part-time e precari, come dimostrano anche i dati raccolti dall’ultimo Gender Pay Gap Report.
E’ proprio in tal senso che il concetto di femminiliazzazione del lavoro non si riferisce più alla sola consistenza numerica delle donne lavoratrici, ma arriva a indicare un modello ormai diffuso al di là del genere, basato su precariato, assenza di tutele, lavoro part-time, in poche parole tutte le caratteristiche che hanno storicamente definito il lavoro femminile e che oggi, a causa della loro connotata tendenza a massimizzare i profitti di padroni e padroncini, si stanno universalizzando anche oltre il genere.
Se si parte da qui, quello che emerge chiaramente è il mancato riconoscimento della dignità del loro lavoro. I dati statistice ci raccontano che le donne ancora non sono riuscite a rompere in mille pezzi il tetto di cristallo che le blocca nella loro ascesa lavorativa. Nell’attraversare lo spazio pubblico, anche quello lavorativo, non arrivano a godere della piena uguaglianza rispetto ai loro colleghi; restano donne e, in ragione di ciò, subalterne. I casi di violenze e molestie sul posto di lavoro (senza sminuire le violenze e le molestie che avvengono anche in altri luoghi) rappresentano il contraltare di questo ragionamento sociale: sei donna e perciò potenziale preda per un uomo, sempre e ovunque, al di là del fatto che tu in quel momento ti consideri prioritariamente un’impiegata, una cameriera, una dipendente, una guida turistica. Punto cruciale è dunque l’essenzializzazione di certe differenze e il loro utilizzo per ordinare gerarchicamente la società: non è un caso che lo stesso meccanismo si metta in moto per quanto riguarda la differenza di “razza”, di religione, di orientamento sessuale.

Il lavoro come chiave di lettura dei rapporti sociali
In base a quanto detto, ci sembra fondamentale oggi, in una fase di rinnovata vitalità dei movimenti femministi in tutto il mondo, saper coniugare la dimensione individuale e identitaria che ha caratterizzato il femminismo degli ultimi decenni alla dimensione collettiva dell’organizzazione sociale del lavoro: i rapporti sociali in senso lato sono alla base della distribuzione del lavoro e dunque quest’ultimo appare cruciale per comprendere come funziona la categoria di genere, consentendoci di problematizzarla e intenderla in tutta la sua complessità. Poniamo qundi l’accento su come la rilevanza sociale di certe categorie identitarie sia strettamente relazionata alla loro valenza economica: basti pensare all’esempio citato poco sopra, ovvero all’essenzializzazione della donna come moglie e madre che consente di discriminarla sul posto di lavoro, sottopagarla e sfruttarla aumentando i profitti di chi la assume. E’ questo sistema economico che ha tutto l’interesse a essenzializzare queste differenze, metterle a valore e trasformarle in disuguaglianze per aumentare i profitti di chi ci sfrutta e preservare l’ordine stabilito. In tal senso arroccarsi sulla difesa delle proprie posizioni identitarie è un limite: l’identità univoca è un’espressione ridotta del nostro potenziale umano e prima di essere uomini, donne, neri, bianchi, dovremmo tutti essere riconosciuti e riconoscerci reciprocamente in quanto esseri umani. Questo ovviamente non significa annullare le differenze esistenti e tutto il loro portato storico e sociale, ma evitare che si trasformino in disuguaglianze e fare in modo che non intacchino un piano di interazione sociale realmente orizzontale.
Per farlo, per rompere il meccanismo sociale di riproduzione e normalizzazione di queste disuguaglianze, l’analisi dell’attuale divisione del lavoro, tanto su base sessuale, quanto su base “razziale”, ci permette di capire come opera questo meccanismo: è solo nei luoghi in cui l’ordinamento gerarchico delle differenze viene utilizzato per produrre valore che le contraddizioni di questo modo di produzione emergono in tutta la loro crudezza e ci permettono di toccare con mano l’utilità di certe differenziazioni e categorie. Ovviamente, questo non significa minimamente denigrare o relegare in secondo piano le rivendicazioni che, nel campo delle questioni di genere, riguardano la dimensione più identitaria e culturale: i due piani sono profondamente interconnessi, e non a caso.


Silvia Federici nel suo libro "Il Calibano e la Strega" porta avanti un’analisi fondamentale per capire quanto stiamo affermando: analizza la nascita del capitalismo a partire da una prospettiva di genere ed esplicita come l’imposizione del modello della casalinga, ridotta all’essere sola moglie e madre, sia contemporanea allo sviluppo del capitalismo moderno. Lo stesso vale per il portato di violenza costitutiva nella fase di accumulazione originaria (a cui fa riferimento anche lo stesso Marx) e che lei intende anche in questo caso a partire da una prospettiva di genere, come testimoniano la caccia alle streghe e le prime forme di controllo sul potenziale riproduttivo delle donne. Ciò non significa che l’oppressione sessista sia iniziata col capitalismo, ma che quest’ultimo abbia saputo mettere a valore una forma di dominio storicamente precedente per ricavare profitto.
Che profitto? Innanzitutto quello derivante dalla manodopera gratuita delle donne nel lavoro domestico e di cura, che altrimenti avrebbe comportato ingenti costi per garantire la riproduzione della stessa forza lavoro, ma anche quello derivante dalla manodopera in campo produttivo. La storia infatti ci insegna che le donne povere e le non-bianche non sono mai state esonerate dal lavoro produttivo, ma vi hanno preso parte in quanto donne e perciò considerate anche in questo caso subalterne e inferiori rispetto agli uomini, quindi sottopagate e iper-sfruttate. La costruzione culturale che vede la donna come inferiore in tutti i campi, come soggetto costantemente bisognoso della protezione di un uomo, non fa che naturalizzare e legittimare il ruolo subalterno che le donne hanno nel mercato del lavoro: decostruire una simile narrazione è sicuramente un passaggio imprescindibile, scardinarne i presupposti di naturalità ci permette di poter iniziare a cambiare le cose. Ma per fare in modo che il cambiamento sia concreto, occorre anche cambiare le condizioni di lavoro. Sono due binari che vanno necessariamente percorsi simultaneamente e alla stessa velocità.


Dalla presa di coscienza al contrattacco
Inoltre, l’utilità economica di simili forme di discriminazione ci mette in guardia anche su un altro aspetto, che pure avevamo evidenziato già in occasione della diffusione della campagna del #metoo, ovvero la necessità di andare oltre lo sfogo individuale e la denuncia mediatica per passare al piano dell’organizzazione nel concreto, dell’autorganizzazione dal basso.
Ci sembra abbastanza evidente che, fino a quando la comprensione e lo svelamento del sessismo diffuso socialmente resta relegato all’esperienza individuale che ognuna di noi fa, difficilmente si possa andare oltre il piano dello sfogo personale. Lo ripetiamo, questo resta un momento fondamentale di presa di coscienza e di svelamento di certi meccanismi, ma non può bastare da solo. Se, come abbiamo affermato in precedenza e come sperimentiamo ogni giorno noi donne, tutto questo sistema di discriminazione ha una sua precisa utilità economica, allora non possiamo di certo aspettarci che certi diritti arrivino come concessioni dall’alto da parte di chi da questo sistema trae profitto e stabilità: sta a noi e solo a noi organizzarci tra donne e con gli uomini sfruttati e discriminati per portare avanti una battaglia comune che è quella della fine della totalità dello sfruttamento e delle discriminazioni. La storia ce lo insegna: in Italia leggi come quella sul divorzio e sull’aborto sarebbero state impensabili senza la precedente forte mobilitazione femminista, così come oggi la discussione della legge sull’aborto in Argentina non sarebbe possibile senza l’esplosione della marea femminista di Ni Una Menos. Ecco, noi crediamo che i posti di lavoro continuino ad essere luoghi fondamentali per consentire il riconoscimento tra donne, per uscire dalla dimensione puramente individuale e permettere alle donne lavoratrici che non si trovano nella posizione sociale ed economica delle star di Hollywood di poter far sentire la loro voce organizzandosi in comunità resistenti.


La storia di Grazia ci ha insegnato che se una donna cessa di sentirsi isolata, condannata a un destino di sfruttamento e discriminazione, tira fuori tutta la determinazione necessaria per cambiare le cose. La sua storia ci ha insegnato che oggi più che mai costruire legami di lotta, reti di supporto e sostegno è fondamentale per fare in modo che la denuncia pubblica di dimensioni incredibili che qualche mese fa ha attraversato il mondo al grido di #metoo si trasali sul piano dell’azione immediata e concreta per generare un cambiamento nelle condizioni di vita e di lavoro di tutte le donne, anche di quelle che spesso subiscono in silenzio perché credono di non avere alternativa.
A noi spetta esattamente costruire questa alternativa, dimostrare che c’è; consiste nell’andare avanti insieme nella battaglia contro un sistema che mette a valore ogni differenza per trasformarla in disuguaglianza. In questo preciso momento storico il movimento internazionale di Non Una Di Meno, che è esploso anche in Italia con la sua potenza dirompente, ci facilita nel creare simili reti e comunità, ma occorre tenere insieme tutti i piani, da quello identitario, a quello culturale, a quello più materiale ed economico. Arroccarci esclusivamente sulla difesa delle differenze non potrà essere la soluzione: andare avanti insieme perseguendo un obiettivo comune nel rispetto di differenze che ovviamente esistono, ma che si mantengono su un piano di orizzontalità, ci sembra una strategia vincente e sicuramente più arricchente per tutte e tutti. Infine, forse, basta citare una grande donna e rivoluzionaria per sintetizzare il nostro pensiero, Angela Davis: “Il femminismo va ben oltre la parità di genere, implica molto più dell'aspetto sessuale della vita. Il femminismo deve portare alla consapevolezza di ciò che il capitalismo è.”

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