Se solo un paio di mesi fa qualcuno ci avesse parlato della quarantena, della pandemia, del momento drammatico che il mondo intero a varie sfumature sta attraversando, probabilmente in pochi ci avrebbero creduto.

Diciamocelo con onestà, nessuno poteva immaginarselo, nessuno poteva concepire un cambiamento così repentino e brusco della propria quotidianità, dei propri programmi, delle proprie relazioni.
Un cambiamento sensibile, soprattutto per noi, giovani fuori sede o meno, studentesse e studenti che si fanno coraggiosamente spazio ogni giorno tra i mille corsi obbligatori, tra le affollatissime aule studio, tra la precarietà emozionale e quella dei lavoretti che ci servono per poter pagare il fitto, comprare i libri sempre più costosi, concederci una birra ogni tanto. E invece ci troviamo catapultati ad affrontare l'inatteso, a vivere una condizione inedita e difficile, ma sicuramente interessante.
Si, perché in questo mese di reclusione forzata, dettata da regole speciali e da una riscoperta preoccupazione (indotta o spontanea) per una dimensione collettiva, oltre che individuale, si sono cristallizzate ai nostri occhi tutte le crepe di un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Una sanità sempre più svilita, ridotta in macerie da anni di tagli e privatizzazioni, un lavoro sempre più precario e privo di garanzie e diritti, la drammatica realtà delle diseguaglianze, la voragine spaventosa fatta delle insicurezze e dalle fragilità di una generazione cresciuta a pane e competizione, quello che resta del diritto allo studio.

E vale la pena fermarsi un attimo e riflettere proprio sulle misure e sugli interventi messi in campo dalle istituzioni universitarie per garantire questo diritto, calpestato e smembrato da decenni di riforme che hanno reso i nostri atenei sempre più simili ad esamifici, sempre più legati alle logiche delle aziende e alle esigenze dei mercati e sempre meno attenti alle necessità e alle attitudini degli studenti che si sono ritrovati privi di servizi, di spazi di socialità, di cooperazione e di formazione di un sapere critico e non nozionistico.

Chiarito che le falle del mondo della formazione non nascono con la pandemia, andiamo al punto. Cosa non ci convince della didattica a distanza?

Banalmente, tanto per cominciare, questo tipo di didattica risulta di per sé escludente per moltissimi poiché non tiene conto delle differenze relative alle possibilità e alle reali condizioni materiali che esistono tra gli studenti: piattaforme per le videoconferenze, materiali digitali, cuffie, microfoni. Il presupposto per disporre di tutto ciò è un’economia familiare che permetta ad ogni studente di avere un computer personale o comunque disponibile per molte ore e ulteriori dispositivi necessari per poter cogliere al meglio quel che sopravvive di un insegnamento ormai privo di contatti umani, in parte da prima della diffusione del Covid19. Ed ecco, dunque, che molti studenti vengono esclusi de facto perfino dai corsi per la propria semplice condizione economica. Poco o niente viene fatto per mettere tutte e tutti nelle condizioni di seguire e studiare serenamente, nessuna garanzia, nessun intervento reale.

E le cose non procedono a gonfie vele anche per i "più fortunati", che si trovano a dover passare ore ed ore davanti a dispositivi elettronici e digitali per seguire lezioni che, anziché essere dilazionate nel tempo dai docenti e adattate a questa situazione emergenziale, diventano sempre più lunghe e difficilmente sostenibili: la nausea, l'emicrania, la difficoltà a concentrarsi sono solo le lamentele maggiormente restituite dalle chiacchiere con le studentesse e gli studenti.

La didattica a distanza, inoltre, coglie l’amministrazione universitaria completamente alla sprovvista. Le difficoltà burocratiche in cui ognuno di noi si è imbattuto più volte sembrano moltiplicarsi in una completa inesperienza digitale, arretratezza fondata soprattutto sui tagli all’istruzione che hanno evaso completamente l’utile digitalizzazione di alcune pratiche e la formazione del personale.

E a poco servirà prorogare il termine delle tasse. Come faranno coloro che hanno perso il lavoro in questi mesi, abbandonati da un sistema che prevede, in particolare al sud, la possibilità di vivere per anni, anche tutta la vita, con una paga da fame, senza contratti, ferie, diritti? Come faranno a garantirsi una stanza in affitto, a procurarsi libri e dispense, tra l’altro in questo momento ancor più difficili da reperire soprattutto per coloro che vivono in provincia? Come si concilieranno le prossime scadenze con la crisi economica e sociale che già si intravede all'orizzonte?

Queste domande esigono risposte chiare e semplici, e già riecheggiano nei gruppi universitari, nelle petizioni social, nel racconto di una fetta di paese che sta già vivendo alla giornata.

Insomma, ora che abbiamo un pochino di tempo a disposizione ragioniamoci. Sono anni che ci raccontano che dobbiamo essere efficienti, veloci, in regola con il percorso di studi, flessibili e pronti ad adattarci alle richieste di un mondo che non è costruito a misura dei nostri sogni e delle nostre esigenze. Una società che ci ha cresciuti all'insegna dell'individualismo e dell'incertezza, che ha normalizzato il concetto di merito fino alle sue estreme conseguenze facendoci spesso sentire inadeguati e soli, che ci ha convinti di essere colpevoli o poco flessibili se determinati a volere continuare a sperare e a lottare per un futuro diverso nella nostra terra e tra i nostri affetti.

E allora l’insicurezza di questi tempi difficili e inediti è una sensazione che conosciamo già da prima dell'arrivo del virus. La sperimentiamo ogni volta che dobbiamo scontrarci con la burocrazia e la possibilità di accedere gratuitamente alle cure ospedaliere, ogni volta che nostra sorella è costretta a emigrare perché qua o ti accontenti di qualche lavoretto da fame o alternative non ci sono, tutte le volte che i nostri genitori ci ricordano i salti per mortali fatti per arrivare a fine mese, ogni volta che un nostro conoscente si ammala perché vive in una terra che viene continuamente avvelenata e abusata da chi mette il profitto prima della salute della gente.

Se questa crisi ha avuto un “merito” è stato proprio quello di aver fatto emergere con forza e chiarezza una verità che provavamo ad urlare da anni: il sistema in cui viviamo, quello che pretende di organizzare la nostra vita a partire dai luoghi del sapere fino a stabilire il nostro diritto alla salute e alla vita, è marcio fino all'osso. È irrecuperabile, non possiamo salvarlo.

Se abbiamo passato gli ultimi anni a dover accontentare le pretese di chi intanto ci ha tolto tutto, quando tutto questo sarà finito e torneremo a guardarci negli occhi, ci toccherà un confronto sincero, ci toccherà organizzarci e pretendere qualcosa di diverso. Ci toccherà costruire e poi realizzare un nuovo sogno collettivo.

I cileni, nelle mobilitazioni degli ultimi mesi, ci hanno regalato quello che più che uno slogan si configura come un invito alla vita: Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema. Non possiamo pensare di tornare a quella che ci veniva presentata come la normalità, perché è proprio la normalizzazione della distruzione dei nostri sogni e delle nostre esigenze che abbiamo compreso essere alla base del sistema che ha permesso una crisi di questa portata.

Ci troviamo davanti ad una duplice possibilità: abbandonarci a questa sensazione di rassegnazione e impossibilità di incidere e decidere delle nostre vite o iniziare a ragionare, a costruire un orizzonte nuovo, a partire dalle nostre esigenze e suggestioni. L'invito è a cogliere la seconda possibilità e a trasformarla in occasione.

Ne usciremo con nuove consapevolezze, con una nuova idea di universitá per una nuova idea di società. Ne usciremo con lo slancio ad osare, immaginare, pretendere un mondo nuovo. Non ripartiremo da dove ci siamo fermati. Faremo tutto da capo, tutto al contrario.

 

 

 

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