Come abbiamo vinto la battaglia su Napoli Sotterranea e che cosa abbiamo imparato.

Dal 14 Maggio 2020 Napoli Sotterranea, uno dei siti turistici più visitati della città omonima, stando agli impegni presi dall’Amministrazione Comunale sarà sottratta al profitto privato e diventerà un bene pubblico, un bene comune, di tutte e tutti. Ciò non sarebbe stato possibile, e nemmeno pensabile, senza la lotta che da oltre due anni le ex lavoratrici e gli ex lavoratori del sito hanno intrapreso, per denunciare le condizioni di sfruttamento, violenza, sicurezza e tutela del bene. La Camera Popolare del Lavoro dell'Ex OPG di Napoli ha sostenuto questa battaglia dall’inizio, contribuendo a generalizzarla, facendola uscire dal piano strettamente vertenziale e portandola su un piano politico generale, che investisse gli amministratori della cosa pubblica. Oggi, alle soglie di un cambiamento senza precedenti significativi in Italia (un sito gestito con profitto da privati che torna ad essere pubblico e, quindi, a portare profitti al pubblico), vogliamo condividere le riflessioni che abbiamo fatto in questi anni, con le lavoratrici, i lavoratori e tutte e tutti coloro che ci hanno sostenuto. Riteniamo, infatti, che in questa battaglia ci siano elementi importanti e generalizzabili, di cui vogliamo discutere pubblicamente.

Fuck the tourists? Su turismo, turistificazione delle città, etc.

Tutte le grandi città europee sono state interessate, nell’ultimo decennio in particolare, da un’esplosione senza precedenti del turismo. Si tratta di un fenomeno le cui cause principali vanno al di là delle specificità di questa o quella città, di questo o quel paese: le sue dimensioni globali e di massa rendono sistematicamente ridicoli i vanti delle varie Amministrazioni che si gonfiano il petto dicendo di “aver portato il turismo a X”. Il turismo di massa, semplicemente, esiste, è uno dei grandi fenomeni sociali, economici ed umani del XXI secolo.
Napoli ne ha iniziato ad avere percezione da una decina d’anni circa, con una forte accelerazione nell’ultimo quinquennio. Che ciò sia accaduto nella città che nel 2010 era letteralmente sommersa dai rifiuti è solo la dimostrazione della indifferenza del fenomeno alle mete: il turismo arriva e trasforma radicalmente i centri urbani, nel bene e non di rado nel male. Sia come sia, l’Amministrazione lo ha incentivato e cavalcato,: dal punto di vista economico era uno dei pochi modi per sperare di incidere sul cronico dramma della mancanza di lavoro a livello comunale; dal punto di vista dell’immagine sembrava esser parte del “grande riscatto di Napoli”, dopo gli anni della guerra di Camorra, dei rifiuti etc.
Ovviamente, come in tanti altri contesti, sono subito emerse le contraddizioni sociali (ed estetiche) di un selvaggio sviluppo turistico, o per meglio dire del turismo come fenomeno economico non governato in un sistema capitalistico: aumenta il costo della vita, cambiano gli esercizi commerciali lungo le vie del centro, diminuisce l’offerta di locazioni a scopo abitativo e contemporaneamente aumentano i canoni di locazione, cresce vertiginosamente un tipo di economia, quella dei servizi alla “persona turistica”, basata su scarsi investimenti, scarso valore aggiunto, alto tasso di sfruttamento (lavoro nero, grigio, demansionato, senza orari, turni etc). Il mercato è investito dai colossi mondiali del settore – su tutti AirBnB per gli alloggi temporanei – che contribuiscono ad accelerare e radicalizzare un processo comunque in corso.
L’elenco di “negatività” è mascherato da aspetti superficiali oggettivamente e non trascurabilmente piacevoli: le strade sono più popolate, aumenta la percezione di sicurezza, i commercianti sono contenti e, laddove intervengono anche piccole migliorie sul piano territoriale (sono casi rari) i residenti o chi ci lavora sono oggettivamente e naturalmente contenti, oltre al fatto che il turismo permette di riscoprire bellezze della propria città spesso dimenticate.
Per questi motivi, campagne incentrate sull’ “odio” nei confronti dei turisti – che magari si limita ad esprimersi con scritte in inglese sui muri – oltre a ignorare il fatto che il turista della domenica spesso è il precario del lunedì, hanno il grande difetto di non essere comprese proprio da quei settori popolari che subiscono per primi le conseguenze di quel processo che chiamiamo turistificazione.
L’approccio che ci sembra più interessante è, invece, quello di stare dentro i fenomeni contrastandone i nodi focali e combattendo una battaglia comprensibile e popolare: è ciò che abbiamo provato a fare con la vertenza di Napoli Sotterranea, indagando sulle condizioni di lavoro, sulla sicurezza di turisti e lavoratori, sulla tutela del bene, sulle ricadute sociali dell’azione di un privato, orientata solo al profitto, e su quelle potenziali dell’intervento pubblico, orientate possibilmente all’ottenimento di vantaggi per l’Amministrazione ed effetti positivi proprio per i residenti della città.
Per questo motivo abbiamo trasformato una lotta vertenziale – lavoro nero – in una lotta per la ripubblicizzazione di un bene, per la sua messa a tutela dal punto di vista storico-culturale (nessuno, durante gli anni della concessione, aveva mai controllato che cosa facesse il proprietario, Vincenzo Albertini, nelle cave), per la valorizzazione delle professionalità coinvolte, per ottenere ricadute positive sul territorio attraverso l’incremento del fondo per i contributi integrativi al canone di locazione con i guadagni derivanti dalla gestione diretta del sito.
Possiamo e dobbiamo lottare affinché i profitti generati dal turismo non finiscano nelle tasche dei soliti pochi ma vengano socializzati, con l’intervento attivo delle
Amministrazioni, e abbiano ricadute positive sul Welfare cittadino.
Lottiamo, quindi, per trasformare Napoli Sotterranea in Napoli Sotterranea Bene Comune.

Come lo abbiamo fatto? Mutualismo e dialettica tra sociale e politico

La battaglia su Napoli Sotterranea ci ha consentito di sperimentare la dialettica tra attività mutualistica e piano della rivendicazione politica. Questo rapporto, lungi dall’essere risolto nelle sue numerose contraddizioni, mostra nondimeno un’indubbia efficacia, tale da ritenerlo utilmente generalizzabile. Non si tratta tanto delle vittorie concretamente ottenute sul piano sociale, lavorativo e sindacale, ma della capacità di costruire e “addestrare” un gruppo misto di attivisti e lavoratori in grado di gestire la vertenza anche e sopratutto nelle sue ricadute politiche, passando dal lavoro di sportello e delle denunce contro il lavoro nero alla battaglia per l’internalizzazione del bene, per Napoli Sotterranea Bene Comune. Insomma, una serie di forze impegnate sul piano “sociale” (gli attivisti che fanno sportello legale) o impegnate in modo saltuario (il gruppo di lavoratori a nero ed ex lavoratori) attraverso la dialettica nata intorno allo sportello è diventato il contesto collettivo che è stato in grado di portare a casa la vittoria di una battaglia tutta politica: internalizzazione del bene e sottrazione al privato.
Ci preme sottolineare come questo passaggio non sia nient’affatto scontato: il rischio che il tutto si riducesse ad una mera prestazione di servizio legale – gli avvocati che seguono le vertenze e portano a casa il massimo risultato per il singolo lavoratore – è stato ed oseremmo dire che è tuttora sempre dietro l’angolo. Per evitare che l’immane lavoro di compagne e compagni si riduca all’erogazione di un servizio gratuito è necessario un processo costante, quotidiano, di riconduzione di tutto ciò che emerge dal piano vertenziale ad un contesto di discussione politica sul che fare; è stato necessario che le compagne e i compagni seguissero tutte le cause, astraendone gli elementi significativi, tenendole insieme nel discorso politico anche se erano separate sul piano legale, “sfruttandole”, per elaborare il quadro della realtà e la proposta politica.
Durante la vertenza è sopraggiunta, inoltre, una novità: la nascita di un soggetto politico nazionale, Potere al Popolo!. Questo avvenimento ha rafforzato il piano della proposta politica, lo ha reso generalizzabile e renderà i risultati finali della nostra battaglia esportabili su tutto il territorio nazionale (in termini, ad esempio, di ricostruzione di una gestione pubblica del patrimonio culturale, ormai sempre più spesso affidato a privati “poco sociali”). Insomma, ci pare che con la nascita e il rafforzamento del piano nazionale il cerchio della dialettica tra sociale e politico, insita nell’azione mutualistica, si chiuda molto meglio di quanto non potesse accadere quando, ad esprimere la visione politica, era un singolo centro sociale.

Che la paura cambi campo: combattere sfiducia e rassegnazione

Può sembrare un semplice artificio retorico ma, quando abbiamo intrapreso questa vertenza, l’abbiamo fatto sotto il segno della paura. Avevano paura gli ex lavoratori, che legittimamente temevano di subire conseguenze negative dall’azione legale e politica. Avevamo paura noi, che per la prima volta non affrontavamo un padroncino da quattro soldi, ma il fondatore di un piccolo impero – Napoli Sotterranea, una pizzeria, un bar, un b&b – ben radicato nel quartiere, con numerose conoscenze ed “entrature”, con un’immagine positiva nonostante qualche episodio opaco. Avevamo paura davvero, è bene dirselo e ricordarselo. Il coraggio non è piovuto dal cielo, ma è stato il prodotto di un lavoro paziente di tessitura di un collettivo, la risultante delle relazioni di fiducia createsi tra lavoratori ed attivisti, l’effetto dei primi riscontri positivi che iniziammo ad avere nelle uscite pubbliche, nel quartiere etc. Dopo, soltanto dopo sono arrivate le prime vittorie legali, i primi risarcimenti, e fra poco arriverà la grande vittoria politica: la sottrazione di un bene pubblico ad un privato che lo aveva trasformato in fonte di profitto con metodi loschi e discutibili.
Aver sconfitto la paura che viveva dentro di noi, tra i lavoratori, è la nostra più grande vittoria, particolarmente in una città come Napoli che della rassegnazione ha fatto la sua bandiera (“non cambia niente”; “è tutto inutile”; “perdiamo tempo”; “alla fine vincono sempre loro”, ecc...). Se domani un’altra lavoratrice deciderà di denunciare chi l’ha sfruttata, o chi l’ha molestata sul luogo di lavoro, e lo farà confortata dal successo della nostra azione, avremo vinto una seconda volta.
Ma non è tutto: qualcosa si smuove anche nella controparte, padroni e padroncini a guardare i loro dipendenti con occhi diversi. Un conto, infatti, è prendere una multa perché scoperti a sfruttare il lavoro nero; altro è essere cacciati dalla gestione del bene, vedersi sottratta la “gallina dalle uova d’oro” e la fonte di profitto.
Se davvero ci può essere addirittura questo rischio è probabile che molti lavoratori, anche solo nello stesso settore (e a Napoli ne abbiamo avuto la prova) inizino a pretendere diritti. Allo stesso tempo, alcuni padroni iniziano a regolarizzare i propri lavoratori, a preoccuparsi dei controlli e delle condizioni di lavoro nel momento in cui le conseguenze delle loro malefatte possono essere così grosse.

Conclusioni provvisorie

Fino ad oggi abbiamo vinto tutto ciò che era possibile vincere, dalle vertenze nei tribunali alla battaglia politica. Abbiamo ottenuto che della questione si interessassero il sindaco, gli assessori, l’ASL, l’Ispettorato del Lavoro, la Guardia di Finanza, tutti coinvolti ad accertare le irregolarità e gli illeciti commessi dal concessionario, tutti coinvolti solo grazie alla lotta, altrimenti gli abusi, lo sfruttamento, i rischi per la salute, le molestie e le violenze sarebbero
rimaste dov’erano, nel sottosuolo.
La nostra battaglia però è tutt’altro che conclusa. Mentre noi siamo certi e determinati rispetto all’obiettivo, diverso è il discorso per l’Amministrazione Comunale che è naturalmente sottoposta a diverse tensioni. Se da un lato molti ci appoggiano, ovviamente per interessi convergenti ma non necessariamente consonanti con i nostri, dall’altro molti remano contro, tutti coloro che questa situazione di abusi e sfruttamento l’hanno costruita, alimentata o più semplicemente taciuta o negata. Per molte istituzioni sarebbe stato più comodo continuare ad ignorare che lì sotto si lavorava a nero, o che i livelli di esposizione al radon erano da
controllare, o che c’era qualche problema col fisco. Per questo motivo non possiamo essere sicuri, fino alla fine, di realizzare ciò a cui siamo così vicini, né siamo sicuri che, dal giorno dopo, tutto andrà come deve andare: gestione efficiente, utile per le casse pubbliche, vantaggiosa per i residenti della città, basata sul riconoscimento contrattuale e professionale delle future lavoratrici e lavoratori coinvolti.
Per questo motivo è più che mai fondamentale implementare vere forme di controllo popolare, anche immaginando come formalmente questo possa avvenire. Dopo la lotta, infatti, è necessario che i settori popolari abbiano gli strumenti per controllare che l’Amministrazione operi nella direzione dichiarata, e questo si può fare solo attraverso la vigilanza quotidiana. È fondamentale, dunque, stringere alleanze e relazioni con altre associazioni, movimenti, reti, con tutto ciò che le classi popolari esprimono a livello organizzativo – contro la turistificazione, per il diritto al lavoro e al riconoscimento della professione etc.
È fondamentale, inoltre, cogliere tutti quegli elementi che sono generalizzabili e replicabili in altri contesti: solo la contaminazione di altri ambiti può rafforzare la resistenza di quest’esperienza.
Sul modello della delibera 100/2018 relativa al lavoro nero e all’occupazione dello spazio pubblico, è necessario elaborare la proposta di internalizzazione in una forma tale che possa essere estesa in primis ad altri beni della città, e poi ad altre città, che possa essere terreno di battaglia altrove.
Allo stesso modo, l’idea di entrare nelle contraddizioni dell’espansione turistica per sfruttarla, almeno in parte, a scopi sociali (fondi per l’affitto, moratorie sugli sfratti etc), deve essere riportata su un piano nazionale, pena l’indebolimento della conquista e l’assunzione del pericoloso carattere dell’eccezionalità. Tutto ciò che otteniamo da questa lotta deve essere generalizzabile e replicabile, altrimenti non avremo vinto del tutto.
Il mutualismo può servire a questo: intercettare, sui territori, le contraddizioni più sensibili, più acute, più accese, ed inserirle in una chiave di lettura politica, elaborata anche sulla base di quanto fatto e ottenuto altrove. Per questo servono le Case del Popolo, per questo serve Potere al Popolo!, per questo serve partire dalle condizioni concrete e materiali per costruire lotta, coscienza, organizzazione, nuova lotta. Noi siamo pronti.

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