Un medico ci ha scritto. Uno dei tanti che ci vengono descritti come impauriti, disperati, alla spasmodica ricerca della protezione che possono offrire poliziotti, militari e telecamere. Pubblichiamo le sue parole perché crediamo vadano oltre la descrizione del problema, della sua manifestazione patologica fatta di aggressioni, botte, sequestri di ambulanze, minacce. Qualcuno si chiede perché stiamo assistendo a tutto questo? Perché proprio oggi? E perché sempre più? C’entra forse la biologia? Serve un novello Lombroso a spiegarci che l’“homo neapolitanus” è un violento incivile? O forse c’è altro, una risposta che rende conto della complessità della realtà e della distruzione prodotta da anni di austerity?


Sono un medico specialista di un ospedale di Napoli, da consulente mi è capitato spesso di passare gran parte dei miei turni ospedalieri in Pronto Soccorso. Di litigi, minacce, risse, aggressioni, pattuglie di polizia accorse a rendere ancora più caotico lo scenario, denunce, controdenunce ne ho viste davvero tante, troppe. 

E nello sforzo di osservare questa follia collettiva con giusti distacco ed empatia, calandomi prima nei panni dei colleghi, poi in quelli dei pazienti o dei familiari coinvolti, la cosa davvero avvilente, straziante, è che mai, mai nessuno di loro ha mai assunto, a mio avviso, una posizione di torto.
Non chi si sente abbandonato alla sua sofferenza, trascurato, mal assistito. Non chi si sente egualmente abbandonato, stressato, aggredito ingiustamente, lasciato a combattere inutilmente con frustrazione e impotenza.

L'uso della violenza contro gli operatori della sanità è da condannare sempre, senza se e senza ma. 
Io non giustifico ma comprendo chi si lascia prendere da sentimenti e istinti bassi come quelli della rabbia, passando poi alla violenza. E non lo giudico perché per fortuna nella vita faccio il medico e non il magistrato né il poliziotto.

Io non giustifico ma comprendo chi dopo turni passati letteralmente all'inferno, acquisisce l'atteggiamento di chi combatte da solo, cinico, indurito, disperato, una guerra di trincea. E non lo giudico perché per fortuna faccio il medico e non il magistrato né il poliziotto.
Però proprio perché sono un medico posso farmi forte del mio abituale schema mentale di ragionamento: “inquadramento dei sintomi – formulazione di una diagnosi – scelta di una terapia”. Ed è con questo schema mentale che guardo alla crisi sempre peggiore in cui sono coinvolti i servizi di emergenza territoriale di Napoli, della regione Campania, di tutto il Sud Italia.

È disumano tagliare servizi essenziali costringendoci alla morte o ad atroci sofferenze evitabili, secondo il principio per cui anche la nostra salute, la salute di un intero popolo, deve essere sottoposta alle leggi del mercato e a criteri di convenienza aziendalistici, alla cattiva gestione della cosa pubblica, alla corruzione diffusa della nostra classe dirigente.

È disumano costringere a una vita lavorativa barbara un organico scarsissimo e stanco, troppo spesso anziano, di turno massacrante in turno massacrante, con la spada di Damocle del rischio per le denunce e il vizio della medicina difensiva a intossicare quello che dovrebbe essere solo orgoglio, quello di fare un bel lavoro, il massimo nelle proprie possibilità, non sempre sufficiente, per il bene della collettività.

Più risorse, più personale, più posti-letto, più autoambulanze, il funzionamento completo di una rete di assistenza sanitaria che spinga in Pronto Soccorso o sul 118 solo chi ne ha reale bisogno. La sicurezza di una tutela, per esseri umani soli e disperati, da parte dello stato, dalle istituzioni, non il terrore di dover varcare le porte di un ospedale, non l'amaro in bocca di non aver potuto evitare ciò che era evitabile, quando si era ancora in tempo.

Non risolve niente sprecare ancora denaro militarizzando gli ospedali con sempre più drappelli di polizia. E non risolve sprecare ancora denaro piazzando telecamere a pioggia su qualsiasi autoambulanza. La funzione deterrente, se non la franca repressione, non possono niente davanti a chi compie atti violenti, né nel caso in cui siano “razionali”, a causa di una degenerazione o sotto-dotazione culturale, né davanti a chi lo fa sulla scia di pulsioni e istinti non controllabili, quali rabbia e aggressività.

In entrambi i casi si tratterebbe di quello che, tornando a una metafora medica, potremmo chiamare “trattamento sintomatico”, se non “palliativo”. Curare è altro. È arrivare al cuore, alla causa prima della “patologia” - la deprivazione di cure, assistenza e diritti – risolvendola definitivamente.
Più risorse, più investimenti, più opportunità di cura e di salvezza, è l'unico modo per uscire da questa degenerazione e farlo insieme. Perchè nessuno si salva da solo.

 

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