Il 3 ottobre del 2013 l’Italia si sveglia con la notizia del più grande naufragio degli ultimi decenni, 359 persone perdono la vita nel tentativo di raggiungere le coste di Lampedusa, tra gli annegati più di 60 bambini e diverse donne incinte.  Sono siriani che scappano dalla guerra, la nave militare italiana Libra, si trova ad circa un’ora di navigazione, avrebbe potuto salvarli dopo la tragica chiamata di richiesta di aiuto, ma verrà lasciata senza indicazioni dal responsabile della guardia costiera, condannando letteralmente a morte 368 persone, una strage in diretta.

Il governo delle grandi intese, guidato da Enrico Letta, dopo tante passerelle e cerimonie di stato e molte lacrime di coccodrillo, 15 giorni dopo lancia l’operazione Mare Nostrum.  Davanti all’indignazione della società il governo rassicura tutti dicendo:” mai più!”.

Le Navi della marina militare potranno condurre operazioni di ricerca e salvataggio, nel 2014 verranno salvate più 150mila persone. L’operazione “Mare Nostrum” durerà un anno, l’Unione Europea decide  coscientemente che il salvataggio delle vite umane viene dopo, con l’operazione Triton gestita dall’Agenzia Frontex (agenzia creata con il chiaro intento di esternalizzare il controllo delle frontiere) la priorità diventa militarizzare il mar Mediterraneo. Dal 2014 ad oggi, secondo i dati diffusa da Amnesty International, i morti nel mar Mediterraneo sono 14.768, le persone deportate nei lager libici con la complicità della marina italiana sono 2745 nel 2019, e se nel 2018 moriva 1 persona ogni 29 che partivano, oggi ne muore 1 ogni sei che partono.

Le Ong iniziano a condurre le operazioni di salvataggio già nel 2014 perché si capì che la politica europea era quella di scoraggiare le partenze anche a costo di far morire le persone in mare, un pushfactor come direbbe l’agenzia Frontex. Se in un primo momento le ong operanti in mare vengono lodate per il loro lavoro umanitario, ad una certa iniziano ad essere visti come elemento di disturbo nella gestione militare delle frontiere del mediterreaneo. Iniziano i primi sequestri, il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro sostiene, ovviamente senza prove, connessioni tra trafficanti e ong arrivando a dire che l’immigrazione è un piano oscuro per destabilizzare l’economia italiana, e alle sue illazioni fanno subito eco dal Pd, ai 5stelle, FI,Lega, etc. sono tutti d’accordo, che l’unica maniera per liberarsi di chi oggi salva le vite in pericolo e monitora la militarizzazione del mediterraneo sia quella di inscenare processi farsa, sequestrare le imbarcazioni, convincere l’opinione pubblica parlando di taxi, trafficanti, business etc.  Cosi Minniti si inventa il codice di comportamento da far firmare alle Ong operanti in mare mentre lascia la gestione dell’accoglienza straordinaria nelle mani del privato e delle organizzazioni criminali. La legittimazione di questa narrazione è trasversale una corsa sfrenata a destra su chi si dimostra più duro, con tolleranza zero e pragmatismo inamovibile.

 

E mentre questo avveniva in mare, sulla terra ferma la situazione non sembra essere molto differente.

È il caso di Cèdric Herrou, agricoltore della VarlRoja, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, condannato a 8 mesi e ad una ammenda di 3000 mila euro per aver prestato assistenza a migranti in transito dall’Italia alla Francia.

 È il caso di Como, ottobre 2016, 16 attivisti vengono definiti “socialmente pericolosi” e puniti con il foglio di via, questo per aver dato vita ad una mensa  davanti alla stazione di como per dare ristoro ai migranti in transito che cercavano l’approdo in Europa.

È il caso di Udine dove sei operatori dell’associazioni “Ospiti in arrivo” vengono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione.

 È il caso di decine di attivisti del presidio No borders di Ventimiglia, perseguitati dalla procura di Imperia per l’assistenza umanitaria prestata ai migranti in transito.

 È il caso dell’attacco all’esperienza di Riace e a

ll'esilio di Mimmo Lucano.

È il caso del sequestro dell'Ex Canapificio di Caserta.

I casi sarebbero molti altri dagli sgomberi al Baobab allo sgombero di piazza Indipendenza, una volta costruita la criminalizzazione del soggetto migrante,  si deve isolare, è l’unica maniera per farlo è colpire tutte quelle organizzazioni umanitarie, politiche, le associazioni, i singoli.

Tutti coloro che cercano di rompere l’isolamento a cui sono costretti migranti e rifugiati oggi rappresentano un pericolo per la gestione securitaria e razzista dei fenomeni migratori portata avanti dell’Unione Europea.

Ma in tutti questi casi, lì dove i governi, i ministri, i sindaci o i vigili pensano di aver vinto, hanno sempre trovato qualcuno che ha alzato la testa e si è ribellato a questi meccanismi. Dai presidi di solidarietà permanenti sui territori alle manifestazioni per richiedere gli sbarchi, a chi oggi rischia la propria libertà in mare la responsabilità collettiva che sentiamo è la stessa, è la responsabilità di chi non chiede il documento o la nazionalità davanti al bisogno.

 

In questa battaglia al fianco degli ultimi non ci scordiamo che governo italiano insieme ai governi dell’Unione Europea, oltre a non assumersi le proprie responsabilità per la cause dei conflitti aperti in molti Paesi da cui oggi provengono i rifugiati, continua ad ingrassare l’export di armi made in Italy, secondo la Rete per il Disarmo, nel 2018 il governo ha esportato armi per un fatturato di oltre 5,2 miliardi di euro. E indovinate dove vanno a finire queste armi: Pakistan (207 milioni), Turchia (162 milioni), Arabia Saudita (108 milioni), Emirati Arabi Uniti (80 milioni) ed India (54 milioni), Egitto (31 milioni) oltre al Qatar e al Kuwait; mentre per le licenze singole (che non seguono programmi intergovernativi) parliamo di 36.8 miliardi (dal 2015 al 2018) specialmente verso Africa e Medio Oriente.

Per questo diventa ancora più necessario legare il tema dell’immigrazione al tema della guerra, dell’export di armi e alle politiche economiche di controllo coloniale che subiscono molti Paesi del Terzo Mondo.

Difendere il terreno della solidarietà vuol dire anche risignificarlo, riempirlo di verità, connetterlo con quello che succede a livello internazionale. Ci hanno abituato ad un’informazione parziale dove vengono spettacolarizzati gli effetti, ma vengono taciute le responsabilità, e se chi ci governa non lo dice allora è compito nostro. Come abbiamo dimostrato che non bastano i regolamenti etici, le leggi razziste, i fogli di via gli arresti e i sequestri delle navi per fermare la solidarietà, allora iniziamo a pretendere che i nostri governi e le nostre industrie si assumano le loro responsabilità della distruzione e del saccheggio di molte parti del mondo.  Perché difendere la solidarietà significa:  difendere il diritto alla libera circolazione, perché le persone vengono prima del profitto e delle merci, combattere le leggi razziste sull’immigrazione che frammentano i popoli e li mettono in competizione per la miseria,  vuol dire affermare un’idea di mondo dove le persone e la natura siano libere dallo sfruttamento e dalla logica spietata del profitto dei soliti pochi. Per questo nessuna legge potrà mai fermare la solidarietà, che è nient’altro l’espressione più istintiva e razionale dell’umanità che vogliamo!

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