Alla fine Luigi Di Maio ce l'ha fatta: il Reddito di cittadinanza ha trovato il suo spazio nella Legge di Bilancio 2019. Sono stati stanziati 9 miliardi di Euro per il sussidio che vuole, nelle parole di Di Maio, “abolire la povertà”, sussidio che secondo i piani del governo entrerà in vigore nei primi mesi del 2019, dopo la riforma dei Centri dell'impiego (Cpi) che costerà 1 miliardo di Euro.

Nella Legge di Bilancio sono definiti solo i fondi messi a disposizione per la misura, non le pratiche dell'applicazione che dovranno essere definite in una legge a parte. Uno sguardo ai numerosi dibattiti nei quotidiani delle ultime settimane ci consente però di capire in che modo il Reddito di cittadinanza si svilupperà. E lo possiamo dire già adesso: a noi non piace affatto!


Il ruolo dei Centri per l'impiego

Prima dell'introduzione del Reddito è prevista, appunto, una riforma dei 552 Centri per l'impiego che si trovano sul territorio italiano. Nelle parole dei legislatori, la riforma è indispensabile per attrezzare gli uffici con gli strumenti necessari per la gestione del Reddito, tra cui per esempio quelli informatici. Attualmente i mezzi di cui dispongono i Cpi non sono all'altezza: in media un Cpi su due ha una dotazione insufficiente, al Sud sono tre su quattro  (Il Sole 24 Ore 16 ottobre). Il governo vorrebbe introdurre un software che lega le banche dati dei diversi enti responsabili per l'applicazione del Reddito (Italia Oggi 17 ottobre). Il problema è che nessuno sa a che punto si trova lo sviluppo di questo strumento. Anche il premier Conte si è espresso solo vagamente su questo punto.
Un altro limite attuale è il numero di dipendenti dei Cpi. Sul territorio nazionale se ne contano 8.000, con variazioni regionali significanti. Di fronte alla quantità di persone povere o a rischio povertà però (si parla di più di 5 milioni, con una concentrazione elevata tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, il manifesto 19 ottobre), la dotazione di personale dei Cpi attualmente non è in nessun modo capace di assorbire le richieste, l'accompagnamento e il sostegno di persone aventi diritto al Reddito. Questo limite è posto anche dalle procedure per la pubblicazione e la realizzazione dei concorsi pubblici per assumere nuovi dipendenti. Per colmare questo vuoto, è paventata una collaborazione con le Agenzie di collocamento private (Adecco la multinazionale del settore più conosciuta, il fatto quotidiano 1° novembre) che, ricordiamo, generano il loro profitto fungendo da tramite tra compratore e venditore della forza lavoro, cioè tra aziende e lavoratori, estraendo una parte del salario dei lavoratori che intascano come profitto. Quindi più lavoratori o disoccupati possono gestire, più profitto traggono dalla loro attività.
A questo si aggiunge la proposta del capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato, Stefano Patuanelli: le aziende che assumono i beneficiari del reddito non dovranno pagare il salario totale, ma solo la differenza tra salario e reddito (La Repubblica 9 ottobre). Facciamo un esempio: Se il salario ammonta a 1000 Euro, il reddito previsto a 780, l'azienda pagherà 220 Euro. Quindi questo Reddito di cittadinanza previsto dall'attuale governo si trova in piena continuità con le politiche dei governi precedenti: incentivi pubblici per le imprese private in nome della lotta alla disoccupazione e alla povertà. Ma proprio l'ultima grande riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act renziano, ha portato ad una diminuzione del lavoro stabile e indeterminato e all'aumento di quello precario e a tempo determinato (Il Sole 24 Ore 1° novembre). E il Reddito proposto dal governo non rompe con questa logica.


Le politiche attive contro i lavoratori

Con l'introduzione del Reddito è previsto lo sviluppo delle cosiddette politiche attive: percorsi di inclusione lavorativa e sociale, organizzati e gestiti dai Cpi e per i quali sono previste assunzioni di psicologi del lavoro e altri professionisti con il compito di seguire il percorso formativo dei beneficiari del reddito (Corriere della Sera 24 ottobre). Due sono le problematiche di fondo delle politiche attive:
1° In tutti i paesi nei quali sono state introdotte queste misure di workfare (collegamento dei benefici sociali all'obbligo di lavoro), né la disoccupazione è stata ridotta, né le condizioni di lavoro sono state migliorate. Anzi, si può costatare la creazione di un mercato di lavoro parallelo per i beneficiari dei sussidi, un mercato precarizzato, con salari bassi e senza diritti sindacali. Si tratta maggiormente di attività “socialmente necessarie” (nel senso: necessarie per il funzionamento della società, per esempio la pulizia delle strade o dei trasporti pubblici) ma nelle quali le aziende private o pubbliche che erano normalmente attive nel settore, vengono rimpiazzate dai percorsi d'inclusione delle politiche attive. In Germania per esempio è stato proprio l'introduzione del Hartz IV – la riforma del sistema di welfare tedesco del governo socialdemocratico di Gerhard Schroeder agli inizi degli anni 2000 e al quale il governo giallo-verde si ispira per il Reddito di cittadinanza – ad aumentare i “lavoretti” nel settore, caratterizzati da una parte elevata del costo del lavoro, per altro mal pagato, in rapporto ai costi totali di produzione (ristorazione, pulizie, smistamento dei rifiuti). Più che di reddito quindi si deve parlare di obbligo di lavoro in settori precarizzati.
2° La promessa delle politiche attive di includere i disoccupati nel mondo del lavoro non prende in considerazione il problema sociale fondamentale: il lavoro realmente disponibile nei territori. Le politiche economiche che hanno portato alla desertificazione industriale e allo smantellamento di interi settori produttivi sono le prime cause della disoccupazione. Non sono in vista politiche industriali che permetterebbero un'inversione di tendenza e la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro. Un aspetto secondario del problema è legato alla situazione oggettiva dei disoccupati: in che modo possono essere inseriti nel mondo di lavoro persone di 55 o 60 anni che sono usciti dal mondo del lavoro 5 o 10 anni fa e che per le aziende sono semplicemente dei “superflui” con costi aggiuntivi troppo elevati? In che modo possono essere inseriti nel mondo del lavoro persone di 25 o 35 anni la cui formazione non viene giudicata appropriata dalle aziende presenti? Le aziende sono insofferenti all'idea di dover sostenere dei costi per la formazione e l'inserimento produttivo di nuove risorse, che però richiedono per esigenze produttive. Se le nuove risorse sono necessarie nel concorrere ad un maggiore profitto aziendale, perché il costo di questo inserimento è scaricato sulla società tutta?


Una misura propagandistica

Il Reddito di cittadinanza proposto dal governo è quindi tutt'altro rispetto a uno strumento contro la povertà. In più, difficilmente sarà applicabile a partire dai primi mesi del 2019. E questo lo dicono pure stretti collaboratori del Movimento 5 Stelle: il sociologo Domenico De Masi in un'intervista al Corriere del Mezzogiorno del 18 ottobre 2018 (immagine allegata) parla di 36 mesi per andare a regime.
Possiamo quindi definirla tranquillamente una misura propagandistica quella del governo, una misura che non ha niente a che fare con reali lotte contro le disuguaglianze sociali e economiche che non smettono di crescere.

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