Lunedì 19 abbiamo partecipato - insieme al sindacato USB, ai disoccupati e alle varie vertenze territoriali - al presidio davanti al Palazzo della Giustizia in occasione della visita del ministro del lavoro e delle politiche sociali pentastellare Luigi Di Maio.
Siamo riusciti a strappare un incontro con Di Maio, durante il quale le varie vertenze hanno presentato i loro problemi: trasporto, sanità, pubblico impiego e disoccupati.

Abbiamo partecipato all'incontro come Camera Popolare del Lavoro - Napoli, presentando le nostre vertenze contro il lavoro nero e il nostro controllo popolare verso l'Ispettorato del Lavoro. Inoltre abbiamo sottolineato la necessità di un impegno del governo di fronte alla vertenza nell'azienda Industria Italia Autobus (IIA, ex Irisbus) che seguiamo dal 2011. L'azienda viene spinta sempre di più verso la chiusura e la delocalizzazione, a spese di lavoratori, salute e ambiente.

L'incontro è stato importante, ma non facciamoci illusioni: il ministro Di Maio - così come tra l'altro Salvini - costruisce il consenso politico a traverso incontri di questo tipo. Aspetta a noi, tramite mobilitazioni e lotte, a non farli ridurre a semplici passarelle elettorali.

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Il lavoro irregolare, una piaga sociale

Viviamo in una città nella quale il lavoro ci permette sono in casi eccezionali di costruirci una vita, di aprirci nuove opportunità, di offrire un futuro migliore ai nostri figli. Le riforme del lavoro del passato ci hanno devastato: da un lato chi lavora deve farlo per più tempo, più velocemente e senza pensare ai rischi d’incidente se non vuole perdere il posto; dall'altra parte invece ci sta chi non lavora proprio o, se gli va bene, solo occasionalmente.
I numeri che ci offrono le statistiche ufficiali ce lo confermano: A Napoli esistono 400.000 lavoratori irregolari, il loro lavoro produce circa il 10% del PIL della Regione Campania. Nel 2017, l'Ispettorato del Lavoro ha segnalato 2200 irregolarità e 400 aziende sono state sospese: si tratta di una cifra molto bassa considerando che l'Ispettorato della nostra Regione conta 80 ispettori su quasi 6 milioni di abitanti!
Il lavoro nero non si ferma alle porte del Mezzogiorno, ma è una piaga in tutta l'Italia: nel 2017 sono stati contati almeno 3 milioni di lavoratori a nero, e nel 65% delle aziende ispezionate si sono trovate delle irregolarità, che oltretutto sottraggono al fisco, ogni anno, più di 40 miliardi di Euro.


Il depotenziamento dell'Ispettorato del Lavoro

Negli ultimi decenni l'Ispettorato stesso è stato sottoposto alle stesse logiche di produttività del mondo del lavoro: più controlli veloci, quindi meno scrupolosi, con meno personale e meno spese. Le tutele legislative sono diminuite perché le irregolarità sono state depenalizzate. Si lavora molto su denuncia perché le ispezioni d’iniziativa autonoma, “a sorpresa”, sono sempre più difficili da programmare, ma le denunce diminuiscono. In prima istanza c’è l’obbligo di cercare una conciliazione. Viene meno, insomma, la possibilità di svolgere un’azione sistematica di contrasto agli illeciti, e si perde oltretutto la capacità di avere una visione d’insieme dell’incidenza e della gravità delle irregolarità. Tutto questo ha quasi annullato il potere deterrente dell’azione ispettiva rispetto ai reati: con una transazione economica una tantum il datore di lavoro riceve una sorta di “condono”. In questo contesto, il potenziamento dell'Ispettorato di Lavoro previsto nella manovra – cioè l'assunzione di 1000 nuovi Ispettori – per quanto importante perché in controtendenza rispetto al passato, è semplicemente troppo poco.


Le nostre proposte

● Potenziare il ruolo degli ispettori.
L'Ispettorato Nazionale creato col Jobs Act conta, oggi, circa 5.000 ispettori. Con le assunzioni saranno 6.000, una cifra al di sopra di quella indicata dalle raccomandazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che fisserebbero il nostro fabbisogno a 2500 unità. Tutto bene dunque? No. Le indicazioni sono state elaborate per un mercato del lavoro totalmente differente; oggi il mercato del lavoro è una galassia infinita di tipologie contrattuali, differenze salariali, norme e regolamenti. Il tempo di lavorazione di un dossier si è enormemente allungato e questo comporta naturalmente un aumento del fabbisogno di personale. È necessario, dunque, in prima istanza, riportare il maggior numero possibile di ispettori in strada, restituire loro competenze e poteri, promuovere le indagini approfondite ed i controlli accurati. Sulla base degli esiti futuri dell’azione ispettiva, e ascoltando le organizzazioni sindacali, è necessario promuovere un aggiornamento della valutazione del fabbisogno, che sicuramente, al di là delle cifre, deve prevedere il turn-over pieno.

● Rafforzare le sanzioni.
Rilevare le irregolarità è una cosa, avere gli strumenti necessari per sanzionare realmente chi abusa dei lavoratori un'altra. L’azione ispettiva dev’essere realmente un deterrente: deve ad esempio prevedere l’assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori irregolari, la piena restituzione del dovuto, una forte multa. Senza tutto questo il lavoro degli ispettori diventa un lavoro di Sisifo: scoperta oggi l'irregolarità, dopodomani viene reintrodotta!
Occorre, inoltre, prevedere meccanismi di incentivazione positiva: ad esempio, per garantire che i requisiti per la partecipazione alle gare d’appalto pubbliche vengano rispettate (presentazione del DURC, garanzia che le imprese non abbiano commesso gravi infrazioni debitamente accertate alle norme in materia di sicurezza e a ogni altro obbligo derivante dai rapporti di lavoro e rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse), occorre procedere alla creazione di un’anagrafe nazionale delle imprese vincitrici di appalto, condivisa tra amministrazione centrale, enti locali e ispettorato, allo scopo di favorire i controlli sulle imprese che lavorano per committenze pubbliche: in caso di irregolarità accertate dopo l’aggiudicazione, questa dovrebbe essere ritirata.

● Istituire una postazione ispettiva permanente nelle grandi concentrazioni lavorative.
L'istituzione di una postazione ispettiva permanente (ispettore di sito) all'interno dei luoghi e dei contesti produttivi caratterizzati da una grande concentrazione di lavoratori – proposta già evidenziata come utile e necessaria da alcuni ispettori e alcune organizzazioni sindacali – rappresenta un forte strumento di deterrenza contro le violazioni e gli abusi nei confronti della legislazione sul lavoro e contro le inadempienze e irregolarità in materia di salute e sicurezza sui posti di lavoro.
In particolare alcune unità produttive o concentrazioni integrate di più luoghi di lavoro si caratterizzano spesso come vere e proprie "città nelle città", chiuse in se stesse e difficilmente accessibili dagli organismi di controllo. All'interno delle stesse sono non a caso evidentissime e frequenti le violazioni e la contestuale difficoltà di intervento degli organi di vigilanza proprio a causa del "gigantismo" e della "impermeabilità" strutturale di questi luoghi. Il preoccupante numero di infortuni in alcuni giganteschi stabilimenti industriali (ad esempio l'ex-ILVA), le continue violazioni nell'utilizzo delle ditte d'appalto e le costanti irregolarità in materia di diritti sul lavoro che in questa "giungla" si verifica e si cela (solo per fare un esempio, le sedi di Fincantieri) o il sistemico utilizzo di lavoro nero o "grigio" nei luoghi di forte afflusso turistico e esercizi rivolti alla ricezione (ad esempio il cosidetto "quadrilatero Unesco" del centro storico di Napoli) sono fenomeni che solo l'istituzione di una postazione ispettiva permanente al loro interno può concretamente contrastare.
Giusto per fare un elenco non esaustivo ma esemplificativo, è evidente come tale figura potrebbe risultare un immediato argine nei casi di lavoro nero, violazione degli orari di chiusura, straordinari, pause, carichi di lavoro, mansioni non regolamentate nel contratto, cosiddetto "lavoro grigio", interposizione di manodopera etc.

L'emergenza lavoro non potrà essere risolta semplicemente con più controlli. Abbiamo bisogno di un piano economico ben più completo che mette al centro i diritti e la dignità dei lavoratori in quanto produttori della ricchezza sociale e il loro ruolo in quanto utenti di servizi di base. Quindi ci serve:

● Nazionalizzare le imprese strategiche, assumere, stanziare fondi per gli investimenti pubblici. Ripubblicizzare la rete autostradale e ferroviaria, le aziende del trasporto pubblico locale, le Poste, le industrie che producono mezzi di trasporto, i servizi sociali alle persone, la sanità, la manutenzione dei beni pubblici e tutto ciò che, negli anni, è stato esternalizzato. Lavorare alle dipendenze del pubblico significa avere maggiori garanzie contrattuali, salariali, sindacali. Ripubblicizzare non significa sprecare: occorre costituire un comitato di saggi che studi i costi – economici e sociali – delle privatizzazioni, mettendone a verifica l’effettiva convenienza. Occorre, nelle imprese ripubblicizzate, un serio controllo delle spese ed un contrasto alle clientele e alle irregolarità che spesso hanno contribuito al discredito del pubblico. Un paese che dismette le sue imprese strategiche è un paese che non è più in grado di investire ed innovare, perché queste sono competenze del pubblico; un paese dove tutto è in mano ai privati può competere sul mercato internazionale solo abbassando ulteriormente il costo del lavoro, che è quello che è avvenuto in questi anni e continuerà ad avvenire. In tal senso va ripensata la strategia degli incentivi – superammortamenti, Industria 4.0 – assumendo direttamente, con opportuni investimenti in ricerca e sviluppo, il compito dell’innovazione.
● Il caso di Industria Italiana Autobus (IIA). L'attuale ad Stefano Del Rosso minaccia di portare i libri in tribunale e fermare l'attività di un'impresa di un settore strategico. L'intervento dello Stato, attraverso la nazionalizzazione del settore, garantisce sia i diritti dei lavoratori che il diritto alla mobilità.
Ad oggi, nei due siti produttivi di mezzi per il trasporto pubblico, Bologna e Flumeri (AV), centinaia di lavoratori sono a rischio disoccupazione, senza prospettive future. Si aggiungono alla lista di chi sarà in difficoltà quelli dell'indotto. Le ricadute negative, infine, colpiranno le famiglie di tutti loro.
Al di là della questione sociale ed economica, bisogna considerare il diritto alla mobilità come un servizio erogato che non può essere gestito da privati. Quando ci sono di mezzo i profitti di qualcuno, viene danneggiato il diritto di tutti. Il costante sottofinanziamento delle aziende pubbliche del TPL mina i diritti di lavoratori e cittadini. 
La salvaguardia del TPL come settore di produzione pubblico e come servizio a garanzia del diritto alla mobilità ci porta inevitabilmente a pensare a una transizione ecologica dei due ambiti. Il parco autobus in Italia è obsoleto, i mezzi sono datati, l'UE condanna ripetutamente l'Italia per le violazioni delle normative ambientali. C'è bisogno che la sostituzione del parco autobus diventi una priorità del governo per la tutela della salute e per le mobilità dei cittadini.
Abbiamo in Italia un patrimonio di conoscenze e di sapere operaio a cui non possiamo e non vogliamo rinunciare. Bisogna fermare la chiusura delle aziende e contrastare la delocalizzazione della produzione di autobus.

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