A distanza di 10 giorni  dalla sua uscita è impossibile tenere un conto di tutte le recensioni, gli articoli e i pareri che si sono susseguiti sul film ispirato alla storia di Stefano Cucchi. Ma al di là dei palesi meriti del film, quello che sentiamo necessario sottolineare oggi è la storia, secondo noi preziosa, che si è materializzata tutt’attorno.

Migliaia e migliaia le persone che hanno riempito piazze, centri sociali, case del popolo, per partecipare a proiezioni definite “clandestine” per i divieti imposti da Netflix e la conseguente eliminazione degli eventi da parte di facebook. La “mobilitazione” emozionale, accompagnata da una tale partecipazione, che ha coinvolto soprattutto la nostra generazione ci impone un ragionamento, ci invita a una riflessione alla quale non possiamo e non volgiamo sottrarci. E allora, proviamo a ripartire da Stefano, dal fenomeno che il film ha prodotto, dalla pelle di uno che è poi la pelle di tutte e tutti.

Cominciamo dall’elemento partecipativo. Al di là dell’impressionante dato numerico, abbiamo visto  due generazioni che si sono sedute l’una al fianco dell’altra come non accadeva da tempo. Da una parte chi ha vissuto la mattanza di  Genova 2001, ha visto le piazze piene svuotarsi, la ferocia che ha accompagnato le storie di  Giuliani, Cucchi, Aldrovandi, una generazione che con questi trascorsi ha un bel conto in sospeso; dall’altra c’è chi è nato dopo tutto questo, in un’epoca in cui addirittura sembra diventato “normale” lasciare che centinaia di persone muoiano in mare, che si utilizzino “Taser” o armi private, ma che quando gli si dà l’occasione di ragionare sulle ingiustizie, di riconoscersi, sembra che non aspettasse altro per poter dimostrare la propria indignazione verso uno Stato violento, corrotto e contro di “noi”.

Grazie a “Sulla mia pelle” queste due generazioni trovano, forse, per la prima volta, un elemento comune con cui elaborare collettivamente quel senso di giustizia, che nell'assenza di mobilitazioni di massa negli ultimi dieci anni, difficilmente si è manifestato nel senso comune, con la forza e determinazione che storie come quella di Stefano Cucchi sanno mettere in moto.

Ecco affiorare un altro elemento: la storia di Stefano è per tutti lontana da un semplice episodio di cronaca nera. Quella di Cucchi è una storia di sofferenza e di ingiustizia, è una storia travisata e violenta, dominata dalla bestialità e dall’irrazionalità di coloro che dovrebbero teoricamente proteggerci e, invece, finiscono troppo spesso col mettere in pericolo la nostra stessa vita.
Questo non ci meraviglia, se pensiamo che sono gli stessi individui che operano sfratti e sgomberi, che difendono un modello di società basato sull’accumulo di ricchezza e potere nelle mani di pochi, che conducono, anche fisicamente, quella guerra ai poveri che è ormai il trend dei governi degli ultimi 10 anni. Il film, dunque, ci restituisce uno spaccato quanto mai realistico di un sistema completamente marcio, in cui alla violenza espressa nelle sue forme più aggressive e palesi si associa quella strutturale, fatta di indifferenza e di omertà, di corruzione e di paura.

Ma non sta tutto qui. Ciò che emerge con maggior prepotenza è che quella di Stefano potrebbe essere la storia di ognuno di noi. Ci si identifica non perché sia la storia di un “eroe” vittorioso o di un “santo” che subisce un torto, ma è la storia di un ragazzo come noi, con le sue fragilità, con le sue paranoie, con la sua solitudine. Meritava forse di morire per questo?

Ecco perchè ha toccato le corde più profonde della sensibilità di ognuno, ecco perché si è inserita silenziosamente non solo nella coscienza del singolo, ma dell’intera collettività. Quel silenzio è stato spezzato negli anni grazie alla lotta costante e tenace della sorella Ilaria. Quel silenzio, oggi, è stato completamente sovrastato da un insieme di voci che gridano giustizia.

Non possiamo fare a meno di focalizzarci anche su un altro aspetto. Stefano è stato ucciso e non ha avuto la possibilità di parlare con il suo avvocato, di guardare negli occhi sua madre, suo padre o sua sorella Ilaria. Il film è avvolto da una sensazione che squarcia l’anima, una sensazione di disperazione mista  ad un ancor peggiore senso di impotenza che si fa pesante quanto un macigno. Questo macigno ci colpisce e ci spaventa, e smaschera quella consapevolezza di non riuscire da soli a vincere certi abusi, certe ingiustizie. E da qui il bisogno, la necessità di guardare tutti insieme questo film, di rielaborare gli uni vicino agli altri questo lutto, preferendo al divano del proprio soggiorno o alle sale cinematografiche degli spazi sociali, identificati come la “casa” di chi prova ad organizzarsi tutti i giorni contro chi ci opprime, contro chi offende la nostra vita e la nostra dignità.

Anche se questo significa stare scomodi, godere di una risoluzione e di un audio non ottimali. Perché, a questo giro, vogliamo anche rinunciare alla potenza del silenzio e alla perfezione dell’arte, ma proprio non possiamo fare a meno degli sconosciuti che ci siedono accanto e con cui condividiamo tanta rabbia e tanta frustrazione.

Certe storie, certi drammi, possiamo affrontarli solo insieme, perché è solo nella collettività che possiamo ritrovare e coltivare quella forza che può aiutarci a combattere certe battaglie, ad ottenere certe vittorie.

E, in una cornice di questo tipo, crediamo che vada a crollare automaticamente qualsiasi forma di polemica anche su copyright e diritti d’autore: non c’è legge che tenga quando si scontra con bisogni di una comunità e con la voglia di riscatto di una generazione, con la pretesa di giustizia e di affermazione della verità.

Così, non possiamo che rallegrarci di tutte le proiezioni clandestine organizzate da nord a sud, e del fatto che all’Ex Opg “Je So' Pazzo”, la scorsa domenica, circa mille persone sedevano insieme per ripercorrere la storia di Stefano in luogo che, fino a qualche anno fa, era di sofferenza e reclusione. Mille persone che quando si sono riaccese le luci, ancora scosse, non avevano voglia di alzarsi e di andare via, ma di partecipare al dibattito, per parlarne insieme, per condividere le proprie emozioni e la propria lettura, ascoltando testimonianze di ex-detenuti, o di attivisti, che si scontrano tutti i giorni con una quotidianità tanto brutale.

Dobbiamo ripartire da queste consapevolezze e da queste sensibilità, produrre discorsi nuovi, sviluppare ragionamenti chiari, condivisi, capaci di contribuire alla creazione di un nuovo immaginario, di una dimensione collettiva in cui tutte e tutti possano riconoscersi e ritrovarsi. Perchè questo sistema marcio e malato in cui siamo cresciuti, in cui viviamo, lo possiamo cambiare solo unendo le forze, mettendo insieme le energie, l’uno al fianco dell’altro contro le ingiustizie.

E allora verrà meno questo invadente senso di impotenza, allora troveremo la forza di restituire verità e giustizia a Stefano e a tutte le storie “sbagliate” come la sua, allora forse arriverà davvero il giorno in cui “le scale smetteranno di menarce”.


Un contributo del CAU - Collettivo Auroganizzato Universitario dell'Ex OPG "Je so' Pazzo"

Calendario

December 2018
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
1
2
8
9
14
15
16
21
22
23
28
29
30

Potere al Popolo!

Sito di"Potere al Popolo!"

#indietrononsitorna

Come si finanzia una struttura grande e piena di attività come l’Ex OPG?

Supporta l'ex opg

Abbiamo messo per iscritto le idee che stanno alla base del nostro progetto, e tutti i modi in cui si può dare una mano.

Come partecipare

Ecco la nostra dichiarazione di intenti, il nostro programma

Cosa crediamo, cosa vogliamo

Verità e Gustizia per Ibrahim Manneh. Vittima di razzismo e malasanità

Verità e giustizia per Ibra!

Seguici su facebook

Seguici su twitter

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand