Non ve lo nascondiamo: siamo preoccupati.
Come non esserlo davanti alla crisi economica che incide nelle nostre vite, all’assenza di un lavoro o di una pensione, al pensiero di ammalarci e non poterci curare, all’idea di dover passare la vita aspettando di prendere un bus o pagare un mutuo, senza poter avere quello che ci spetta, quello che un paese così ricco ci potrebbe dare? Come non esserlo davanti alla barbarie che avanza, agli spari contro chi ha la pelle nera, al vicino che diventa un nemico, alla parte peggiore del paese che si toglie la maschera, forte del numero? Come non esserlo quando sai che non è finita, che il ricatto economico e la creazione del nemico può andare avanti a lungo, che la guerra fra poveri può continuare, che nel nostro paese abbiamo davanti solo due risposte, entrambe pessime per noi?

Da un lato un blocco di destra aggressivo, il modello Orban-Salvini, che utilizza una retorica populista e sovranista che serve a ingannare molti, mentre allo stesso tempo stringe accordi con i poteri forti sia interni che esterni per fare gli interessi dei ricchi (flat tax, favori a Confindustria), schiacciare i lavoratori e la dissidenza interna, condendo il tutto con rimandi alla religione e a un identitarismo reazionario.
Da un altro lato un blocco di centro-sinistra, il modello Macron-PD, che utilizza la retorica della “responsabilità” e della “competenza”, che certo usa parole più politicamente corrette ma non è meno feroce, come abbiamo già visto in questi anni: tagli allo stato sociale, leggi contro i lavoratori, contro i migranti…

Non ve lo nascondiamo: siamo preoccupati, come tanti della nostra generazione. Ma la preoccupazione non ci rende pessimisti, non ci spinge a scappare. La situazione è grave, ma può cambiare. Ci sono contraddizioni forti che nessuno di questi due blocchi politici è in grado di risolvere. Perché per risolverli bisognerebbe redistribuire la ricchezza, attaccare la grande evasione, togliere privilegi e fare intervento pubblico. Mentre tutti e due i campi sono legati a doppio filo al privato, che è il loro azionista di maggioranza.
Non siamo pessimisti anche perché vediamo che c’è un terzo blocco nel nostro paese fatto di lotte, di resistenze locali, di un popolo che non si è arreso alla barbarie. C’è un paese sommerso che ha ancora valori  di solidarietà e umanità, che vorrebbe un cambiamento reale. È un blocco sociale ancora sfilacciato, confuso, intimidito, che però, se organizzato, ha una forza enorme.

Per questo non pensiamo ci si debba deprimere, ma è il momento di essere determinati e di combattere. I momenti di crisi sono anche momenti di opportunità. In una situazione fluida come questa chi è in grado di muoversi velocemente, in modo compatto e interpretando i bisogni e i sentimenti delle masse, può crescere rapidamente. E cambiare per davvero le cose.

Nelle prossime righe cercheremo quindi di spiegare quali sono secondo noi i passi da fare per arrivare a quest’obbiettivo.


Il piccolo miracolo di Potere al Popolo!

Dicevamo: siamo in una situazione così fluida che chi si muove velocemente, compatto e interpretando i bisogni, può crescere fino a incidere sul quadro complessivo. Ne abbiamo avuto un assaggio proprio con Potere al Popolo, un soggetto politico che è ancora giovane ma che ha già dimostrato le sue potenzialità. Un appello lanciato a metà novembre da un centinaio di ragazze e ragazzi di un centro sociale ha trovato echi ovunque, ha motivato persone che non facevano più politica o che la volevano fare per la prima volta, e tante compagne e compagni che sui propri territori resistevano da anni. Così da un centinaio siamo diventati migliaia, e poi quei 373.000 voti che – ora finalmente è sotto gli occhi di tutti – sono stati un’impresa visto quello che covava nel paese, l’odio verso tutto quello che era di “sinistra ovvero PD”, visti i mezzi economici (passeremo alla storia come la campagna elettorale fatta con meno soldi: 40.000 euro!) e i tempi (solo tre mesi e mezzo dalla fondazione al voto!), il fatto che nessuno ci conosceva…

Ma al di là del voto, le vere potenzialità sono emerse dopo il 4 marzo, quando invece di sciogliersi come è sempre successo, Potere al Popolo! è andato avanti, sospinto dalla forza di chi è venuto alle assemblee nazionali, ha aperto Case del Popolo, ha fatto fare alle lotte che faceva prima un salto qualitativo, inserendole all’interno di una cornice nazionale. Uno sforzo tutto volontario, fatto da militanti di base che si sono autofinanziati e hanno sacrificato il loro tempo, non per tornaconto personale o di organizzazione, visto che le elezioni erano ormai lontane, ma per aprire una possibilità collettiva. Gente che ha resistito ai soliti tic della sinistra che dopo il 4 marzo parlava di “azzerare tutto”, di ricominciare gli infiniti cantieri di discussione che mai hanno portato a niente, di mettersi alla ricerca di qualche leader che può salvarci…

A deprimersi o esaltarsi a sinistra si è sempre bravi. Un po’ meno ad analizzare sobriamente i propri risultati. Per noi – al netto della fatica che sentiamo addosso e di tanti dettagli che potevano essere più curati – il dato su cui misurare l’impresa è che mentre nell’ottobre del 2017, prima della nostra nascita, a sinistra si discuteva sul se andare o no con D’Alema, e il dibattito girava sempre intorno al PD e alle solite facce e ricombinazioni della sinistra italiana, mentre la prospettiva comunista era scomparsa agli occhi delle masse o aveva tutt’al più una connotazione parodistica, dopo nemmeno un anno abbiamo un soggetto politico nuovo, che vede protagonisti per lo più i giovani, che va in televisione a dire cose che non si sentivano da un pezzo, che riesce a comunicare – incredibile a sinistra! – in una maniera almeno decente, che è ancora piccolo (i sondaggi ci danno intorno al 2-2,5%), ma è in crescita e ha superato forze ben più ricche e visibili nei media come LeU o la Bonino…

Un soggetto politico che riscuote simpatia anche fuori dal microcosmo della sinistra, l’unico che abbia messo più di un migliaio di persone in piazza (primo corteo contro questo governo, il 16 giugno a Roma), che riesca a coinvolgere i giovani, ormai lontani dalla politica, che abbia spinto anche i movimenti sociali a dibattere, che sia riuscito in un’opera di tessitura fra esperienze e generazioni diverse che hanno marciato separate per decenni.

Tutto questo, va ripetuto, non solo senza mezzi, ma senza nemmeno un clima di attivazione (purtroppo anche reti di movimento e associative più consolidate di noi vivono una fase di difficoltà) o una spinta sociale di massa, che è quella che ha consentito negli altri paesi europei, dalla Spagna alla Francia passando per il Portogallo, la Grecia, la Slovenia, la creazione di nuove forze politiche o la risignificazione delle vecchie.

Insomma, un piccolo miracolo. Solo chi ha interesse a distruggere questa esperienza – non si capisce poi per fare cosa o per produrre quale avanzamento – può dire che si poteva fare di più, che quanto successo è trascurabile, addirittura che ora stiamo messi peggio di un anno fa…

Ma com’è stato possibile questo piccolo miracolo? Com’è stato possibile che dopo il magro risultato elettorale la nostra gente non sia tornata a casa, anzi l’assemblea del 18 marzo sia stata ancora più grande delle precedenti? Com’è possibile che siamo riusciti ad avviare un processo costituente nonostante dal 2008 soggetti ben più titolati di noi, con più soldi e strutture, ci provassero senza mai riuscirci?

Perché la chiamata su cui nasceva Potere al Popolo! non era di natura elettorale ma organizzativa, era la promessa della costruzione di qualcosa di nuovo, di una comunità a livello nazionale, che, per quanto piccola, fosse scevra di interessi personali, e votata alla lotta e al mutualismo, al metterci al servizio del nostro popolo.
Perché nulla si è giocato nelle stanze chiuse, ma è stato discusso insieme, dando protagonismo alla base e a chi faceva.
Perché si è rotto con le formule ambigue, con il fatto di stare un po’ qui e un po’ lì, e si è preferito il lavoro di massa al lavoro nei salotti.

Potere al Popolo! ha ancora tanti limiti, li dobbiamo conoscere e dobbiamo migliorare, ampliare i nostri numeri e l’analisi, trasformare le petizioni di principio in proposte concrete, radicarci meglio sui territori e far entrare le classi popolari nella decisione politica, ma anche i nemici ormai ci riconoscono una cosa: siamo coerenti e si capisce benissimo cosa vogliamo. Non è poco nell’Italia di oggi, ma in generale senza questa base forte non è possibile costruire nulla.

Insomma, abbiamo colto l’occasione e incassato un primo risultato: esistiamo, abbiamo un profilo. Ma proprio per questo non possiamo fermarci, farci decidere da altri, essere investiti dall’ondata di merda leghista o sovradeterminati dal ritorno di un centrosinistra “ripulito”… Rinviamo ad altra sede l’analisi dell’autunno e degli scenari che si aprono, da quelli più catastrofici (speculazioni finanziarie sui mercati, nuove elezioni con Salvini premier) a quelli comunque molto negativi (manovra di bilancio improntata all’austerità, governo che mantiene consenso popolare in virtù di qualche misura simbolica). Quello che è certo è la costante di fondo: da un lato Lega e 5 Stelle non realizzeranno la parte più “sociale” del contratto, e non è lecito aspettarsi nessun “cambiamento”, nulla di buono per le classi popolari. Da un altro lato l’opposizione ufficiale che si va determinando non ha caratterizzazione sociale, ma è una versione aggiornata dell’antiberlusconismo: ricorso all’autorità indiscussa dei mercati e della magistratura, critica, magari un po’ snob, del personaggio Salvini o Di Maio più che delle loro politiche, antirazzismo e antifascismo moralistico e di facciata, agitato per riattivare il “popolo della sinistra” ormai esangue…  

Questo scontro avrà come terreno di verifica le elezioni europee, che mai come in passato saranno un test nazionale, e purtroppo il proposito di Salvini e Orban di giocare la parte dell’“Europa dei popoli contro l’Europa della finanza e delle banche” al momento sembra terribilmente realizzabile. Senza un’organizzazione in grado di battere sui temi sociali e di praticarli, di inchiodare il governo alle sue promesse, di distinguersi dalla sinistra tradizionale, non solo lasceremo recitare alla destra la parte della “sovranità popolare”, ma è sicuro che le nostre condizioni di vita vedranno un rapido peggioramento. Per questo e non per altro la costituzione di Potere al Popolo! assume un carattere così politicamente rilevante e decisivo.


Perché sostenere lo statuto 1, “Indietro non si torna”

Abbiamo fra le mani un’opportunità senza precedenti, che mai era stata data negli ultimi decenni. Partecipare alla fondazione di un’organizzazione politica che al momento, per i sondaggi, per la visibilità sulla rete, per i numeri degli iscritti, si candida ad essere la più grande a sinistra del PD. Un’organizzazione che, in una fase come questa, se riesce a funzionare bene, ovvero senza farsi assorbire dal dibattito interno, può mettere in campo una grande mobilitazione autunnale, aggregare tanti altri singoli e collettivi, fare un bel risultato alle europee e inserirsi stabilmente nell’orizzonte politico, stando con il fiato sul collo delle forze di governo e quindi determinando effettivamente l’agenda politica e in prospettiva la storia di questo paese.

Ora, per crescere, bisogna prendere quello che ha funzionato e valorizzarlo, articolarlo sempre meglio. Se quello che ha entusiasmato è stato un messaggio chiaro, di discontinuità, organizzativo in senso pieno, che dava protagonismo alla base e intercettava persone nuove, be’, sono questi aspetti che ora a nostro avviso vanno sistematizzati e concretizzati.

Questo passaggio è lo statuto, che appunto alla lettera stabilisce il futuro funzionamento di un’organizzazione. Ma non lo può stabilire a partire da modelli astratti, o da colloqui fra “esperti”: lo deve stabilire a partire da una materia che c’è già, che ha nove mesi di vita, che ha già espresso delle predilezioni e che deve trovare un certo modo di funzionare - la forma - conveniente con quello che si è - il contenuto. Se forma e contenuto non si accordano, il rischio è che la forma si riveli paralizzante, il contenuto ne venga mortificato, e tutto si rallenti.

Per questo abbiamo voluto che la discussione sullo statuto investisse tutto il corpo militante di Potere al Popolo!, si potessero proporre emendamenti e fosse approvato da tutta la base piuttosto che svolta nel solo Coordinamento Nazionale o in un’assemblea di delegati.

Ovviamente chiediamo che questa discussione sia serena, rispettosa, che non venga interpretata come una “battaglia”, con tessere fatte apposta per vincere in una sorta di congresso. Questa è la parte peggiore della storia dei partiti che noi non abbiamo mai vissuto per fortuna e che rifiutiamo diventi parte della nostra storia. Gli ultimi anni ci consegnano infatti questi due scenari: o l’enfatizzazione di differenze che non sono politiche, di merito, ma di carattere personale e di potere; o al contrario differenze politiche che vengono nascoste, rimosse o procrastinate in nome dell’unità e del fare buon viso a cattivo gioco.

Noi invece crediamo sia fisiologico che, dopo un periodo di rapido sviluppo, in Potere al Popolo ci siano visioni organizzative in parte diverse. Anche perché queste visioni organizzative sottintendono delle visioni politiche generali. E che quindi sia giusto discuterne e dare a questa discussione la dignità che ha, che non ha niente a che vedere con le false dicotomie “giovani vs vecchi”, “movimento vs partiti” o con i personalismi...  

Si arriva infatti a due bozze di statuto perché dentro al Coordinamento Nazionale e al gruppo statuto dopo tante riunioni non si è riuscito a fare sintesi su alcuni punti determinanti, di merito, su cui nessuno pensava fosse giusto cedere e “tradire” quella che reputa essere la base di Potere al Popolo. Si è rimessa quindi la discussione all’assemblea nazionale di Grosseto del venerdì, ma quell’assemblea, che pure si è espressa in modo quasi unidirezionale per le scelte dello Statuto 1, non poteva – come hanno segnalato alcuni compagni del Coordinamento – essere deliberativa, perché non era un’assemblea di delegati. Dunque non resta che rimettere le due bozze alla discussione delle assemblee territoriali, per far esprimere la base, rielaborare eventualmente gli statuti e andare al voto, di modo che qualsiasi statuto esca fuori sia legittimato dal corpo di Potere al Popolo.

Ma quali sono i principali punti di differenza politici fra i due statuti? Sono in particolare tre.

1. La scelta del soggetto a cui ci si rivolge, il ruolo delle organizzazioni e la discontinuità di Potere al Popolo rispetto alla “sinistra” precedente (nello statuto: natura e finalità).
2. La scelta di una democrazia più partecipata invece di un’organizzazione burocratica (nello statuto: elezione delle assemblee e dei portavoce, natura dell’Assemblea nazionale).
3. La piena sovranità del soggetto politico che si va a costituire, che deve agire velocemente e non può essere limitato nella sua azione (nello statuto: questione del voto e del come si prendono le decisioni). 

Vediamoli nel dettaglio.

1. Noi crediamo che oggi nessuna operazione politica di alternativa può riuscire se non si rivolge direttamente al blocco sociale (giovani, lavoratori, pensionati etc), anche se politicamente questo blocco è ancora confuso. Per questo lo Statuto 1 si indirizza, sin dal preambolo, direttamente a questa componente, dandole poi protagonismo a ogni livello, in primis quello decisionale. Per noi l’autorappresentanza dei soggetti reali è fondamentale. Pensiamo che Potere al Popolo!, più che un classico partito, debba essere la struttura che permetta alle masse di organizzarsi, di far sentire la propria voce, di avere a disposizione strumenti pratici e teorici per migliorare su ogni territorio la propria vita.
Per riuscire in questa operazione bisogna innanzitutto tagliare i ponti con la storia ingloriosa della sinistra degli ultimi anni – come peraltro ben sperimentato da Podemos o da La France Insoumise. Le masse non hanno – e a ragione! – una buona valutazione dell’operato del PD, che per loro coincide bene o male con tutto l’arco della sinistra – anche qui a ragione, visto che anche le organizzazioni di sinistra che non sono del PD sono a esso legate, o a livello amministrativo, o a livello di dialogo. Invece di perdere tempo a spiegare perché la nostra sinistra è “vera”, mentre il PD non è “di sinistra”, invece di stare a difendere un termine equivoco, meglio chiarire da subito: noi siamo altro.
D’altra parte quello che una volta era “il mondo della sinistra” è esangue, invecchiato: noi non dobbiamo affaticarci a pescare in questo bacino per cercare di recuperare uno 0,5% alle elezioni, dobbiamo provare a intercettare quel mondo proletario che guarda soprattutto ai 5 Stelle o alla Lega. Certo, nel “mondo della sinistra” c’è ancora tanta gente in buona fede, ma queste persone non le recupereremo dicendo che “noi siamo la vera sinistra” o riaprendo cantieri con partitini come Possibile, SI o LEU, ma facendo cose di sinistra, ottenendo risultati che loro potranno toccare con mano. D’altra parte è proprio per non chiudere la porta a nessuno che teniamo aperta la possibilità di una doppia tessera. Una cosa rischiosa, perché di fatto un’organizzazione che decida di far tesserare i propri militanti e indirizzarli nel voto può determinare a livello nazionale molte scelte, ma è un rischio che preferiamo affrontare perché crediamo che sia importante dare modo a tutte le persone in buona fede, anche a quelle già iscritte altrove, di trovare in Potere al Popolo una casa, e per distinguerci dai partiti che pretendono sempre l’esclusività.
Però è quantomai necessario oggi presentarsi come qualcosa di nuovo, di compatto. Non possiamo passare il tempo a spiegare chi e quante organizzazioni sono dentro Potere al Popolo, se hanno aderito tutte o a metà, se all’epoca del Governo Prodi si fece bene, se i centri sociali son buoni o cattivi: è importante che mettiamo in evidenza poche e chiare idee-guida, che in un tempo di crisi diano alle persone fiducia e sicurezza, senso di comunità. Non possiamo sembrare un PD in sedicesimi, o una “coalizione” (cosa che, avendo l’1%, fa solo ridere).
D’altronde questa è anche la verità: Potere al Popolo segna effettivamente un inizio, è un progetto che non è riconducibile a nessuna delle organizzazioni esistenti, che ha prodotto un di più della loro somma, che sta costruendo un’identità che in Italia ancora mancava. È su questa strada che bisogna continuare, non tornare indietro verso una sorta di intergruppo o coordinamento di realtà, come di fatto propone lo Statuto 2, che mira esclusivamente a costruire Potere al Popolo come un aggregato o un contenitore.

2. La rottura che pratichiamo nei contenuti e nelle forme verso l’esterno va praticata anche verso l’interno. Noi pensiamo che oggi un’organizzazione funzioni se riesce a essere omogenea nel suo nucleo, e aperta e comunicativa verso l’esterno. Esattamente il contrario di quanto visto a sinistra negli ultimi anni. Direzione di partiti estremamente divise, che perdevano tantissimo tempo a discutere all’interno, senza mai trovare un assetto stabile, ma riaprendo i problemi a ogni passaggio, mentre ci si presentava verso l’esterno in maniera ideologica e respingente.
Pensiamo che questi problemi si evitino solo se a) sono ben condivisi i motivi ispiratori del progetto e b) se a fare politica non siano solo professionisti o persone che la possono fare perché hanno tempo e risorse, che tenderanno a decidere in base a cosa conviene a loro, e a formalizzare il dissidio, che è naturale, in correnti continuamente occupate a farsi la guerra. L’organizzazione deve coinvolgere tutta la base in ogni passaggio, e soprattutto in quelli decisivi.
Come ottenere il massimo del coinvolgimento? Da un lato facendo funzionare le assemblee territoriali e rendendole il canale privilegiato di confronto, perché parlare dal vivo all’essere umano fa sempre bene, da un altro lato prevedendo anche il ricorso al dibattito e al voto online per tutti quelli che non possono venire alle assemblee (perché lavorano tanto o in orari scomodi, abitano lontano e sono penalizzati dai trasporti, hanno figli etc). A questo serve la piattaforma, che non è una sostituzione della democrazia in presenza, ma una sua integrazione. Ovviamente l’uso della piattaforma deve essere graduale, per permettere che tutti imparino poco a poco, e supportato dalle sedi territoriali di Potere al Popolo che devono istruire le persone e aiutarle nel momento del voto. Ma la piattaforma è uno strumento utilissimo, che permette di mantenere un forte contatto fra base e organismi dirigenti, e procedere più coesi, evitando il classico effetto dei partiti: assemblee di “esperti” da un lato, per lo più noiosa e sclerotica, e platea anonima a casa che subisce le decisioni, finendo per disaffezionarsi alla politica.
Noi siamo per una democrazia più partecipata possibile, in cui la linea politica la decidano tutti gli iscritti dopo il dibattito, e non un’assemblea di soli delegati come nello Statuto 2. Delegati che peraltro avrebbero poteri enormi, potendo eleggere i portavoce di un corpo che oggi conta solo poche migliaia di militanti, i quali potrebbero vedere le loro scelte subordinate a movimenti di cordate. Nel secondo statuto si fa inoltre accenno anche ad un’assemblea regionale, dai contorni e dai ruoli non ben definiti, che sarebbe comunque un ulteriore appesantimento della struttura nonché uno strumento per far decidere pochi. Insomma, con tutti questi livelli intermedi saremmo di fronte a un nuovo partito, che però del partito avrebbe solo i lati peggiori, perché gli mancherebbero sovranità e “attaccamento alla maglia”.
Noi, al contrario, proponiamo un modello semplice, che eviti accordi fra delegati e conflittualità. Nello Statuto 1 l’Assemblea è composta da tutte le iscritte e gli iscritti, che eleggono i membri del Coordinamento e i due portavoce, uomo e donna. Una parte del coordinamento viene scelta sulla piattaforma da una lista di nomi che si candidano, e le candidature sono aperte, e un’altra parte viene scelta prima nelle assemblee territoriali e poi votata a livello regionale. Tutta la base saprà così chi sono i membri del coordinamento – unico organismo intermedio -, perché avrà potuto conoscerli nelle assemblee territoriali o nella votazione regionale, o avrà letto i loro curriculum e li avrà scelti per sensibilità e interessi. Chiunque, per salire, deve farsi votare dalla base, deve quindi essere capace e riconosciuto e impegnarsi di fronte a essa.
Stessa cosa vale per i portavoce, in cui la base si deve rivedere, perché rappresenta il corpo collettivo. Questa cosa non ha nulla del “presidenzialismo”, come qualcuno è arrivato a dire, perché il portavoce porta appunto la voce, elaborata dall’Assemblea e dal Coordinamento. Non ha poteri, ma un mandato imperativo. Inoltre non stiamo parlando né del governo di un paese, né di un’organizzazione di un milione di iscritti, ma – almeno in una prima fase – di un’assemblea di 4.000 persone. Un soviet di fabbrica, praticamente.
Il punto in ogni caso è politico: le forme tradizionali della sinistra non reggono in questi tempi di crisi in cui serve anche molta rapidità e per questo serve che la base dia fiducia e si riveda nel Coordinamento e nei Portavoce. Se vogliamo intercettare chi è fuori dai circuiti della sinistra, e i giovani, non possiamo spiegargli complessi meccanismi di delega, l’importanza dei corpi intermedi, ma dirgli chiaramente che possono votare tutto, decidere e contare effettivamente. È molto più intuitivo e vicino alla loro esperienza quotidiana.

3. Il terzo punto riguarda la sovranità di Potere al Popolo, ovvero il come si prendono le decisioni. Noi pensiamo che Potere al Popolo, in quanto organizzazione indipendente in cui si entra “una testa un voto”, debba avere piena sovranità e capacità di movimento. Non può passare il tempo a discutere, ma deve fare; non può perdere settimane preziose, ma deve essere adeguata ai tempi della politica. Quindi si istruisce il dibattito, sia nel Coordinamento che nelle Assemblee, si cercano mediazioni, ma a un certo punto si decide. E si decide ovviamente a maggioranza, come peraltro fanno tutte le organizzazioni.
È da notare che rispetto alle scelte importanti, si ricorre non solo al voto del Coordinamento ma anche al voto della base. Dunque su elezioni, modifica programma o statuto si istruisce il dibattito nelle assemblee territoriali, ma poi votano tutti gli iscritti. E qui anche se esce una maggioranza con uno scarto ridotto, al 51, al 55%, è comunque uno scarto non di uno o due membri, ma di centinaia, ed è la maggioranza del corpo di Potere al Popolo! che si è espresso, e va rispettato.
Nello Statuto 2, invece, le decisioni si prendono con i 2/3 dell'Assemblea Nazionale di delegati (non è chiaro come invece decida il Coordinamento). Attenzione, di organismi composti da delegati, quindi! Ciò significa che una qualsiasi cordata che organizzi un terzo dell'Assemblea Nazionale può bloccare ogni decisione, anche se il 65% dei componenti dell'organo “decisionale” e tutta la base la vuole. Facciamo un esempio concreto, le europee del prossimo anno. Il 65% dei delegati vuole andare con il simbolo di Potere al Popolo. Un restante 33% no (teniamo presente che tra i delegati ci sono anche persone che possono appartenere a un’organizzazione che su quel punto potrebbe avere un conflitto di interesse). Potere al Popolo che fa? Non va, anche se magari i sondaggi la danno al 3% e anche se la base, con una robusta maggioranza del 65%, voleva andare? E se i 2/3 valessero anche per le decisioni prese in coordinamento (cosa non chiara nel testo) sarebbe ancora peggio perché basterebbe organizzare 26 membri per avere il diritto di veto!
Insomma, in questo modello il rischio di veti delle organizzazioni è fortissimo. E un progetto che si blocca ogni due secondi è un progetto che non funziona.


I prossimi passi

Abbiamo provato a riassumere in uno spazio ristretto una discussione che è andata avanti per mesi, e che sottintende problemi su cui a sinistra si riflette da almeno vent’anni. Ci siamo limitati a presentare i temi principali e non gli aspetti di dettaglio, pure importanti. Speriamo comunque di essere stati i più chiari possibile. In ogni caso, le bozze di statuto presentate sono ovviamente emendabili. Si possono migliorare le formulazioni, la spiegazione di certi passaggi, aggiungere qualche punto ignorato. Quindi le assemblee territoriali, ma anche i singoli, possono contribuire al dibattito sul forum del sito, e noi lavoreremo su quei suggerimenti per produrre qualcosa di ancora migliore.

Intendiamo però rassicurare tutti su cosa succederà dopo la votazione sullo statuto. Potere al Popolo non si spaccherà, perché la sua intuizione di fondo è giusta e nessuno ne vuole uscire. Per quanto riguarda noi, sarebbe pura follia, visto il deserto che c’è fuori. Peraltro noi non abbiamo mai vissuto scissioni, non abbiamo questa cultura. Siamo partiti in poche unità e ci siamo allargati, ci piace coinvolgere le persone, non parlare fra pochi. E in quest’ottica abbiamo pensato lo statuto: anche a costo di far storcere il naso a qualche compagno, preferiamo puntare alla gran massa che oggi non fa politica e che però ci sembra capire di più questo linguaggio.

Comunque, indipendentemente da quale modello organizzativo risulterà più interessante per la nostra base, non verrà meno in nulla la nostra partecipazione a Potere al Popolo, che dipende dal senso storico e politico che ha. Chi minaccia di andarsene se non vince il “suo” statuto, ha forse mal interpretato lo spirito di Potere al Popolo che non è quello delle lotte fra correnti, ma uno spazio unitario votato al conflitto, alla soluzione dei problemi e non alla distribuzione delle cariche.

La realtà e la necessità di una mobilitazione autunnale bussano, per cui non dobbiamo farci assorbire da questa sola questione ma, mentre sviluppiamo la campagna di adesione e il processo costitutivo, continuiamo ad aprire Case del popolo, a farci vedere sul territorio, a preparare il corteo sulle nazionalizzazioni del 20 ottobre e le altre iniziative di piazza. Affrontare le discussioni interne dedicando la metà del proprio tempo al lavoro quotidiano con il blocco sociale, fa senza dubbio ragionare meglio e in maniera più aperta.

Ripetiamo: entrambe le posizioni hanno una loro legittimità e coerenza. Solo, noi pensiamo che la strada dello Statuto 2 l’abbiamo già vista all’opera, e non ha portato lontano, mentre quella dello Statuto 1 in Italia è ancora da sperimentare. E siamo in un tempo storico in cui, non possedendo nessuno di noi la Verità, non abbiamo altro modo di guadagnarla se non ragionando come fanno gli scienziati: ricercando, azzardando ipotesi, avviando una sperimentazione, traendone risultati ed eventualmente intervenendo a modificare successivamente. Niente infatti è per sempre, e noi immaginiamo uno Statuto fisso nel suo obbiettivo di fondo – il socialismo – ma flessibile rispetto alla crescita e ai bisogni dell’organizzazione, come si cambiano i vestiti di un bambino che si fa sempre più grande.  

Quello che chiediamo, dunque, è di provarci, di fare leva sulle cose che ci pare abbiano funzionato, di non tornare indietro alla frammentazione, ma amalgamarci, rendere le nostre analisi e pratiche più incisive armonizzandole in un disegno comune. La sfida portata dai nostri nemici è così radicale che la nostra risposta non può che essere altrettanto radicale, perché se non ci muoviamo rischiamo di essere cancellati, e se non produciamo qualcosa di nuovo rischiamo di essere travolti, come se combattessimo con le pietre contro i bazooka. Lo statuto non può che registrare tutta questa esperienza storica e nello scriverlo abbiamo cercato di far valere questo principio di realtà piuttosto che le nostre simpatie verso un modello o l’altro.

Per questo vi invitiamo a iscrivervi a Potere al Popolo, a sostenere lo Statuto 1, aiutandoci a migliorarlo, e soprattutto a impegnarvi dopo la fase costituente per far funzionare questo strumento che speriamo possa essere sempre più utile non solo al paese, ma alle nostre vite.

Indietro non si torna, non possiamo tornare, non ce lo possiamo permettere!

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