Una premessa necessaria

In queste pagine proviamo a dire che cosa, secondo noi, non va nelle intenzioni e nelle prime dichiarazioni e atti del nuovo Governo Lega-M5s, e che cosa tocca fare a noi.

Lo faremo guardando le cose dal punto di vista della nostra gente, quella a cui apparteniamo, che vive di lavoro, è pagata poco o nulla ed è trattata male. Si tratta della stessa gente che, in stragrande maggioranza, ha votato per i partiti al governo, prima di tutto per i Cinque Stelle ma anche per la Lega, spinti dalla pressante necessità di cambiare lo stato di cose presente, a qualunque costo. Il fatto che il primo atto concreto del nuovo governo – la gestione del caso Aquarius – sia stato di chiara impronta razzista e abbia trovato un sostanziale consenso nel paese non significa che la Lega e i Cinque Stelle abbiano preso voti per cacciare gli immigrati; al popolo interessano lavoro, welfare e sicurezza, per questo li hanno votati e per questo li sostengono, prescindendo dai provvedimenti razzisti, o comunque subordinandoli all’attesa del cambiamento. Per questo motivo, non distribuiremo patenti di democrazia, non staremo a scrivere se sono fascisti, se non lo sono, chi lo è di più, perché non gliene frega niente a nessuno. Sappiamo che se siamo arrivati a questo punto è grazie alle politiche attuate da chi oggi si straccia le vesti, sperando che il popolo dimentichi ciò di cui è stato responsabile prima: stiamo parlando del PD e della sua corte dei miracoli. Noi eravamo all’opposizione del governo Renzi-Gentiloni e lo saremo ora: con queste poche pagine spieghiamo perché.

La nascita del governo Conte

Poche cose ci hanno davvero colpito come il discorso di Mattarella quando ha annunciato – è passato circa un mese – che non avrebbe affidato il compito di formare il governo a Conte. Non si è trattato di stupore per il fatto in sé, bensì per l’ampiezza e l’intensità della  forzatura: Mattarella ha dichiarato pubblicamente di non poter accettare un ministro come Savona all’Economia perché “mercati” ed “Europa” avrebbero potuto avere dei timori circa la permanenza dell’Italia nell’Euro. Di fatto, il Presidente della Repubblica ha sancito che l’adesione ai trattati europei è al di sopra della Costituzione, e lo ha fatto in nome della Costituzione, con un’interpretazione piuttosto originale dell’articolo 92 e delle prerogative proprie del Presidente della Repubblica. Non è stato, invece, minimamente turbato dal fatto che sarebbe diventato – come è accaduto – ministro dell’Interno un razzista come Salvini, uno della stessa genia di Orban in Ungheria o della Le Pen in Francia, sicuramente più incompatibile coi valori costituzionali di un Savona, ma assolutamente compatibile con ciò che interessa davvero ai capitalisti europei, cioè la prosecuzione di politiche contro il popolo. Noi non abbiamo nemmeno per un momento pensato di sostenere la maggioranza Lega-Cinque Stelle, ma non possiamo non denunciare l’ipocrisia del “rispetto istituzionale”: quando sono in gioco gli interessi dei ricchi e dei potenti, infatti, questo scompare, e un Presidente della Repubblica, a cui la nostra Costituzione affida funzioni di garanzia, può svegliarsi la mattina e calpestare l’espressione del voto popolare, quale essa sia. Tutto il resto della squadra di governo va benissimo ai poteri forti, come pure il programma: è bastato infatti spostare Savona agli Affari Europei, mettere da parte ogni ipotesi di ridefinizione dei trattati europei – obbligo del pareggio di bilancio, parametri finanziari – per tranquillizzare tutti ed andare avanti. Del resto, la misura centrale del programma del governo Conte è qualcosa che, ai ricchi nostrani, fa venire la bava alla bocca per il desiderio: si tratta della riforma della tassazione.

La flat tax e ciò che ne deriva

La riforma denominata flat tax è stato il cavallo di battaglia di tutto il centrodestra in campagna elettorale, forse l’unica cosa che li ha tenuti davvero insieme. Di che si tratta lo sappiamo: le attuali cinque aliquote IRPEF – dal 23% al 43% – sarebbero sostituite da due sole aliquote, 15% per i redditi inferiori agli 80.000 euro annui, 20% per gli altri. Per dare un’impronta di progressività, il programma prevede una deduzione fissa di 3.000 euro per le famiglie. Tutti, compresi gli esponenti del governo, non nascondono più che si tratta di una misura per trasferire drasticamente una gran parte del reddito da chi guadagna di meno a chi guadagna di più, e lo giustificano tirando in ballo la cosiddetta teoria dello sgocciolamento: se ai ricchi vanno tanti soldi da spendere, prima o poi qualcosa “colerà” verso i poveri. Se fosse applicata la riforma, per i redditi medio-bassi – fino ai 30.000 euro annui circa – i vantaggi sarebbero quasi nulli, per i redditi superiori i vantaggi sarebbero consistenti, e arrivando ai redditi sopra i centomila euro ci si troverebbe a pagare meno della metà delle tasse che si pagano ora. Chi risponde alle critiche dice che sì, è vero che a trarne vantaggio sarebbero soprattutto i redditi alti, ma in fin dei conti pagare meno tasse, anche se di poco, conviene a tutti. È vero?

Alberto Bagnai, economista eletto tra le fila della Lega, è stato protagonista di un divertente siparietto col PD: lui sosteneva che la flat tax sarebbe partita prima per le imprese, con l’introduzione di un’aliquota unica dell’IRES, e poi per le famiglie. “Ehi, ti sbagli!” Gli hanno gridato dal PD. “Il regalo alle imprese l’abbiamo fatto prima noi, portando l’aliquota dal 27,5% al 24%”. In effetti le imprese hanno già beneficiato di un abbassamento delle tasse, e anche di più: proprio il governo Renzi, con i cosiddetti superammortamenti e il piano Industria 4.0, si impegnava a restituire, a chi avesse fatto investimenti produttivi, una somma anche di molto superiore a quella investita. In pratica, se l’impresa Tizio attestava una spesa di 10.000 euro in macchinari o tecnologia, lo Stato gliene avrebbe restituiti almeno 12.000 in forma di rimborsi fiscali. Che effetto ha avuto questo insieme di regali fatto agli intraprendenti imprenditori italiani? Qualcuno ha comprato nuove macchine, ma in generale gli imprenditori italiani hanno preferito continuare a guadagnare abbassando i salari e facendo lavorare di più le persone. I capitali eccedenti, beneficiati dal taglio delle tasse, sono finiti in speculazioni finanziarie di corto respiro, che spesso hanno messo in crisi la salute delle aziende. Gli anni recenti, quindi, ci dimostrano che i soldi lasciati nelle tasche dei ricchi non contribuiscono né agli investimenti, né ai consumi. È sicuro, invece, che i consumi della maggior parte delle persone resterebbero bloccati là dove sono, perché le famiglie ormai fanno i conti con l’erosione dei risparmi.

Gli effetti negativi sulle classi popolari non finiscono qui. La flat tax, comunque la si formuli, produrrebbe una consistente diminuzione del gettito fiscale: uno studio sulle vecchie proposte di Lega (15% per tutti) e Forza Italia (23%, deduzione a 12.000 euro, sussidio di povertà), prevedeva una diminuzione del gettito fiscale variabile tra 58 e 90 miliardi. Meno soldi nelle casse dello Stato significano minore possibilità di spesa per i servizi essenziali per tutti. Se pensiamo che sarebbero poi solo i ricchi a beneficiarne, quelli che già possono pagarsi sanità, istruzione e servizi vari per conto proprio, il tutto prende la forma di un cocente schiaffo in faccia a chi lavora e si suda il pane.

Dal Governo rispondono che la riduzione sarebbe compensata da una diminuzione dell’evasione: sarà vero?

Via lo spesometro, il redditometro, gli studi di settore, lo “split payment”, l’obbligo di tracciare i pagamenti: libertà di evadere!

La parte sull’evasione fiscale del contratto è un divertente mix tra dichiarazioni di principio contro l’evasione e carezzine e abbracci agli evasori “spaventati”, che non pagano perché hanno paura. Poverini! Sia chiaro: esiste in Italia una piccola evasione “di sopravvivenza”, dovuta ad evidenti storture nella determinazione dei redditi e di conseguenza delle imposte. Rispetto a questa quota di evasione, che riguarda essenzialmente le produzioni artigianali e il commercio al dettaglio, più che accanirsi magari per dare la notizia in pasto ai giornali (la ricorrente battaglia contro gli scontrini non battuti, ad esempio), occorrerebbe studiare una riforma della misurazione del reddito che renda più veritiere le stime e di conseguenza il computo delle imposte. Nel contratto, invece, si fa di più, e si decide che gli strumenti che, nonostante tutto, sono ancora i più adeguati per la stima del reddito – valutazione delle spese, studi di settore – devono essere semplicemente cancellati. Che cosa li sostituirebbe non è chiaro: si parla di rateizzazioni, di fisco amico, di agevolazioni, proposte di tassazione di capitali all’estero, ma la sostanza è che si sta dando mano libera alla grande evasione – che è già florida – per continuare ad agire impunemente come ha fatto finora. Per rendere ancora più chiaro il messaggio, Salvini – sebbene poi smentito da Di Maio – ha dichiarato di non voler porre limiti alla possibilità di pagare in contanti, tutto questo davanti allo sguardo attonito di 17 milioni di lavoratori dipendenti, che al massimo possono permettersi il lusso di non pagare qualche multa (a proprio rischio e pericolo). Di fatto, in quella che potrebbe essere la sceneggiatura per una commedia dell’assurdo, il piano di lotta all’evasione targato Lega e Cinquestelle farebbe felicissimo l’arcinemico dei Cinque Stelle, l’inossidabile signor B., che quantomeno aveva il coraggio di rivendicare pubblicamente il suo sostegno all’evasione!

La riforma Fornero solo smussata, e ancora una volta va bene ai ricchi

I manifesti STOP FORNERO erano forse i più diffusi in campagna elettorale. Dalla sera del 4 Marzo, quello slogan si è magicamente trasformato in “Fornero, vediamo…”. Oggi si parla di generico “superamento”, ma il ministro Tria, intervistato l’11 Giugno scorso, si è limitato a dire che può essere migliorata, senza specificare come, né parlare di introduzione della cosiddetta “quota 100” per le nuove pensioni di anzianità, oppure dei 41 anni di contributi a prescindere dall’età. Ma se anche dovessero arrivare, fra un paio d’anni, a riformare la Fornero in questo senso, per contenere la spesa per questa modifica sotto la soglia dei 5 mld annui – contenimento necessario, visto che se ne incasserebbero 60 in meno all’anno grazie all’improbabile flat tax di cui sopra – gli assegni netti di chi andrà in pensione a requisiti ridotti saranno diminuiti.

“Vabbé, però ci sarà una lotta senza quartiere alle pensioni d’oro (5.000€)”. In realtà le cose non stanno esattamente così. I minacciati ricalcoli che abbasserebbero il lordo sarebbero, secondo uno studio del Sole 24 Ore, ampiamente compensati dalla riforma della tassazione, per cui chi oggi percepisce 10.000 euro lordi potrà tollerare un taglio di oltre un quarto di questa cifra, senza veder variare il netto. Va da sé che, anche in questo caso, il vantaggio diminuirebbe col diminuire della pensione percepita. Evidentemente chi oggi si presenta come “avvocato del popolo” ha un’idea un po’ strana di che cosa sia il popolo…

Il reddito di cittadinanza? Sì, forse, parliamone

Il successo elettorale del Cinque Stelle ha tante cause: degli avversari squalificati, liste riempite spesso di persone valide e conosciute sui territori, una certa aura di “novità” che ancora si portano dietro, ma soprattutto punti di programma progressisti, attenti alle condizioni reali di vita delle persone. Tra tutti, il reddito di cittadinanza è forse quello che ha determinato di più il loro successo. 780 euro al mese garantiti a tutte e tutti, a tempo indetermin…no, non è così. La proposta del contratto di governo parla di una somma erogabile per due anni, durante i quali si diventa destinatari di proposte di lavoro, definite “congrue” ma non si sa bene come: al terzo rifiuto, si perde il diritto al reddito. E poi sono arrivate le dichiarazioni di Di Maio: chi percepirà il reddito sarà obbligato a 8 ore di lavoro gratuito a settimana! Non si tratta, quindi, di una misura universale e incondizionata, come si era voluto far credere in campagna elettorale, ma di una sorta di reddito di disoccupazione rinforzato, benché vincolato ad un numero davvero esiguo di proposte di lavoro rifiutabili. Il rischio, forte, è che si traduca in un intervento a piedi uniti dello Stato nel mercato del lavoro per forzare chi si trova in condizione di difficoltà ad accettare anche lavori sideralmente lontani dal proprio luogo di vita, dalle proprie predisposizioni, capacità, conoscenze; in buona sostanza, un ulteriore regalo alle imprese, che si vedrebbero arrivare lavoratrici e lavoratori “rabboniti” dal ricatto della perdita del sussidio, ben poco disposti, dunque, a discutere di condizioni e salari. Una pacchia, questa sì!

Però ammettiamo che stiamo immaginando lo scenario peggiore: nel migliore le offerte di lavoro sono davvero accettabili e congrue con i profili dei candidati. E 780 euro al mese, di questi tempi, anche solo per due anni, non sono una cifra su cui sputare, specialmente per chi davanti a sé vede zero prospettive. C’è solo un problema, questo sì, oggettivo. Costa, e pure tanto. Lo scopo – garantire una vita dignitosa alle persone in condizioni di precarietà – giustifica qualunque cifra, ma se hai promesso di rispettare i vincoli di bilancio decisi in sede europea; se devi ridurre un debito che negli ultimi anni non ha fatto altro che aumentare; se devi scongiurare l’aumento dell’IVA; se vuoi regalare un sacco di soldi ai ricchi, giovani e meno giovani, con la flat tax, insomma, ad un certo punto la giostra finisce  e non si capisce da dove prendere i soldi. Dalla Sanità o dalla Scuola o dal Patrimonio culturale? Sì, anche se sono limoni già spremuti. Il rischio però è che le coperture verrebbero dal completo abbandono, più di quanto finora fatto, da parte dello Stato di qualunque intervento di rilancio dei settori produttivi, che non sia nella forma dei regalini. Dall’inizio della crisi, la produzione industriale italiana si è ridotta di un quarto: continua ad essere il secondo paese manifatturiero d’Europa ma non si vede un vero e proprio rilancio all’orizzonte. I vecchi lavori produttivi sono stati sostituiti, solo parzialmente, da nuovi lavori che, invece di essere nei servizi ad alta qualificazione, come ogni tanto ci raccontano, sono nei servizi alla persona, nel turismo, nella ristorazione…praticamente tutto quel settore che per un periodo è stato coperto proprio da quei voucher che il governo vorrebbe reintrodurre. Insomma, il futuro che ha in mente il governo, tra zero investimenti produttivi, reddito “a termine” e una realtà fatta di lavoretti è quello di un paese strutturalmente debole, con una quota crescente di persone costretta a vivere di assistenza, in un aumento esponenziale della fragilità e del rischio di collasso del sistema.

Il poliziotto buono: Di Maio e i fattorini

Mentre Salvini continua a fare campagna elettorale spedendo dei poveri cristi in crociera in Spagna e minacciando censimenti razzisti contro i rom (tutte cose già dette o fatte dal centrosinistra, ma lui le fa con uno stile più autentico e meno ipocrita), Di Maio cerca, intelligentemente, di ritagliarsi un ruolo nel campo che ha scelto per sé, Sviluppo Economico e Lavoro, tentando di accreditare se stesso e il suo partito come “quelli che fanno le cose” mentre gli altri ringhiano. Ecco quindi arrivare un “articolato”, poi diventato un testo per un mini-decreto, a sua volta accantonato per un tavolo tra le parti, sulla questione dei cd. Riders, i fattorini che consegnano il cibo a casa, organizzati da grandi società multinazionali che sono proprietarie dei software di intermediazione: Foodora, Deliveroo, JustEat, UberEats, Moovenda e chi più ne ha più ne metta. Al momento non sappiamo che forma prenderà la regolamentazione del settore, soprattutto dopo che il ministro ha deciso di sospendere l’iniziativa diretta governativa e di favorire il confronto e la contrattazione tra imprenditori e lavoratori: la direzione che emergeva dalla piccola bozza di decreto conteneva, però, un segnale importante, vale a dire un’interpretazione più estensiva della subordinazione sul lavoro, per la quale ogni volta che il prodotto del lavoro va a beneficio di un soggetto diverso dal lavoratore stesso non si può parlare di lavoro autonomo o di collaborazione, bensì di lavoro subordinato. Chi volesse occultare il carattere progressista di questo tentativo, unito alle dichiarazioni di voler ripristinare la causale per i contratti a termine e di ridurre il numero di rinnovi possibili, sarebbe in mala fede. L’elemento da prendere in considerazione, piuttosto, è il motivo alla basa di questa iniziativa indubbiamente positiva: si tratta infatti, per un partito che storicamente odia l’organizzazione sindacale, della possibilità di dimostrare che il governo da solo, in quanto amico dei lavoratori, prende provvedimenti a loro favore. La realtà è che Di Maio ha colto l’occasione di una lotta che già faceva parlare di sé, oggettivamente accattivante perché “giovane”, per agire in maniera assolutamente neocorporativa, scavalcando i corpi intermedi, sulla scia di quanto Renzi fece durante i primi anni di governo (cfr. l’erogazione degli 80 euro). Come dobbiamo rispondere a questo tentativo proveremo a vederlo in seguito.

I “negri”, la pacchia, le crociere e noi

I punti più salienti fra quelli precedentemente elencati – flat tax, riforma della Fornero e reddito di cittadinanza – hanno in comune il fatto di costare tanto, e per questo sono stati rimandati senza data ad un futuro tutto da definirsi. E ormai non passa giorno che il ministro Tria ricordi che soldi non ce ne sono e che le regole imposte dall’UE vanno rispettate. Cosa rimane? I provvedimenti che costano zero sono l’iniziativa di Di Maio a favore dei fattorini (gli altri invece un costo ce l’hanno e non a caso giorno dopo giorno, uno alla volta, vengono stralciati dal “decreto dignità”) e la “campagna” retorica e concreta allo stesso tempo di Salvini contro immigrati, rom, poveri in generale. Entrambi i partiti stanno, di fatto, continuando a fare campagna elettorale senza soldi, ognuno agitando l’armamentario che più gli si adatta: Salvini quello del razzismo, i Cinque Stelle – che pure hanno posizioni vicine alla Lega sull’immigrazione – quello del lavoro. L’orrore suscitato dalle parole e dagli atti del Ministro dell’Interno non deve farci dimenticare che la strada gliel’ha aperta il PD. Una strada a quattro corsie tracciata da Minniti, per correre ad alta velocità verso la disuguaglianza di fronte alla legge, l’incriminazione preventiva e gli accordi con banditi libici per la gestione dei campi sulla sponda sud del Mediterraneo. Il nuovo governo, molto cinicamente, nel nome di “fermiamo il business dell’accoglienza”, prepara invece nuovi centri, nuove fabbriche di profitti per imprenditori senza scrupoli, certamente meno controllate e più disumane di uno SPRAR che, pur essendo ampiamente perfettibile, al momento è l’unica forma appena decente di accoglienza che esiste. L’immigrazione, ammesso che sia un problema, non è stata fermata prima e non sarà fermata adesso, perché è impossibile e perché non conviene a nessuno: quello che vogliono i nostri nemici è che tutti i lavoratori, bianchi o neri, italiani o immigrati, vivano e lavorino alle peggiori condizioni possibili. Al governo sanno che le promesse che hanno fatto sono di difficile realizzazione: tanto vale, dunque, dare da subito  la colpa ai negri, agli zingari, a chi occupa le case, a chi protesta e non ha voglia di lavorare, agli omosessuali, ai terroni. Del resto si sa, quando uno Stato non vuole o non può dare sicurezza economica toglie l’aggettivo e in nome della sicurezza e basta prende o fa prendere le pistole…i migliori governi autoritari sono nati dalla repulsione del “diverso”.

Che cosa fare? L’opposizione che non ci piace e quella che ci serve

Una parte del mondo della sinistra strepita, si aggrappa alla Costituzione, ridicolizza gli avversari, fa caricature delle posizioni politiche, rivendica valori di democrazia e antifascismo che la maggioranza sicuramente calpesta. Il piccolo particolare, però, è che se oggi ci troviamo con una maggioranza del genere lo dobbiamo, fondamentalmente, a questa gente qua. È per questo che usiamo la parola “sinistra” solo qui, e per indicare altri che non siamo noi. Non si arriva a niente se non si parte dall’assunto che le nostre istanze, le nostre parole, i nostri simboli e colori sono al grado zero della fiducia, nelle masse popolari, a causa di gente che ha fatto diligentemente, in questi anni, gli interessi dei ricchi e dei potenti. Noi con questi – PD e frattaglie – non abbiamo avuto e non avremo mai nulla a che vedere. Il nostro orientamento sono le masse popolari di questo paese, è la nostra gente, siamo noi stessi: la rabbia e il malcontento che hanno portato i nostri migliori amici a votare, o a militare, per il Movimento 5 Stelle sono il punto di riferimento che dobbiamo avere per orientare la nostra azione.

Dobbiamo, però, essere estremamente chiari su un punto: il fatto che oggi il PD si riscopra antirazzista e umanitario, dopo aver buttato la gente a morire di torture nei lager libici, non ci consente il lusso di cedere di un millimetro rispetto alla difesa del principio di soccorso, accoglienza, integrazione. Ciò che si sta producendo è un vero e proprio sfondamento culturale, la cui prima vittima è la vergogna, vale a dire quel sentimento di pudore rispetto ai pensieri più bassi e di pancia che pure abbiamo avuto e che sembra aver definitivamente ceduto. La differenza col passato non sta nelle politiche, ma nella legittimazione che esse trovano nel senso comune, per cui una maggioranza di italiani sembra ritenere giusto mandare una nave carica di disperati alla deriva nel mare agitato, e più in generale la comunicazione ha sempre meno freni inibitori e le manifestazioni di odio sono sempre più apertamente tollerate e incentivate. Ci sembra di stare in un vicolo cieco: più i responsabili del massacro sociale degli ultimi anni, PD e affini, gridano al mostro in direzione di Salvini, più Salvini rafforza i suoi consensi. Come possiamo fare per difendere l’umanità di fronte alla barbarie, senza farci riassorbire dalla finta opposizione liberale, borghese, amica dei ricchi? La via è stretta, ma è l’unica da percorrere: dobbiamo rimettere al centro, in ogni momento, gli interessi delle masse popolari, quale che sia il colore della pelle, tenendo ferma la barra sui più elementari valori di democrazia e rispetto dei diritti umani.

Un esempio, in tal senso, è stato la manifestazione del 16 Giugno, indetta dall’USB, a cui abbiamo partecipato con uno spezzone di Potere al Popolo. Tutta la manifestazione era unita dallo slogan “Prima gli sfruttati” ed è stata caratterizzata dalla denuncia dei provvedimenti che il governo ha intenzione di prendere e che vanno contro i poveri. Non è un caso, però, che questa sia passata, nei media mainstream, come manifestazione degli immigrati per l’omicidio di un loro fratello. Nulla sul carattere di classe della piazza, perché l’antirazzismo “acritico” può essere riassorbito, la lotta contro i ricchi e i loro amici no. È proprio su questo punto, quindi, che dobbiamo insistere.

Abbiamo detto che avremmo cavalcato la campagna elettorale per far arrivare al maggior numero di persone possibile, con le nostre sole forze, il racconto di una visione diversa delle cose, alternativa alle false opzioni “antisistema”, e l’abbiamo fatto. Abbiamo detto che non ci saremmo fermati, e non ci stiamo fermando. Sarà difficile, maledettamente difficile, almeno all’inizio, ricostruire un fronte ampio di opposizione. Allo scoramento e alla sfiducia si unisce il continuo peggioramento delle condizioni materiali che solo chi vive del proprio lavoro, nelle periferie delle nostre città, può conoscere e capire. Le condizioni materiali disperate, prima di indurre alla ribellione e alla lotta portano all’attesa, specialmente se chi è al governo non ci è mai stato prima. Il capitale di fiducia guadagnato dai Cinque Stelle in dieci anni non finirà in un anno, anche perché qualcosa dovranno concedere a chi li ha votati: le elezioni si possono vincere lanciando la caccia ai neri o gridando “Onestà”, ma per mantenere il consenso, se non sei il partito delle élites, ci vuole lavoro, reddito, certezza dei diritti, prospettive, fiducia nel futuro. Questo lo sanno e ci stanno provando, in modo surrettizio – pensiamo al tentativo di Di Maio coi fattorini – ma non potranno mai farlo fino in fondo perché non sono strutturalmente in grado di rompere con le politiche compatibiliste in materia economica. Si alterneranno, quindi, tiepide e timide misure a vantaggio delle classi popolari (o magari dichiarazioni roboanti seguite da un “volevamo, ma non abbiamo potuto”) a violente campagne contro i più poveri tra i poveri, per dare al popolo un nemico con cui prendersela. Che compito abbiamo noi in questo contesto? Quello di lavorare pancia a terra, guardando, con le nostre pratiche di solidarietà e mutualismo, al concreto e immediato miglioramento delle condizioni materiali di vita della nostra gente, ovunque essa sia. Dobbiamo dimostrare nella pratica che è possibile costruire la pace fra gli oppressi, rivolgendo l’odio verso il nemico giusto, cioè i ricchi e i potenti. Dobbiamo farlo creando luoghi di incontro, socializzazione, solidarietà e assistenza dove tutti coloro che hanno bisogno, bianchi o neri che siano, si possano incontrare e riconoscere come simili. Dobbiamo aprire e far aprire, in ogni angolo del paese, delle nuove Case del Popolo, dove i nostri possano trovare servizi materiali e organizzazione politica. Dobbiamo incalzare su ogni singolo punto i provvedimenti che il Governo prenderà, lottando contro quelli più razzisti e a favore dei ricchi e spingendo per far sì che il resto – riforma Fornero, reddito, cancellazione del jobs act, norme più rigide a tutela del lavoro, espropri e nazionalizzazioni – sia realizzato e lo sia nel modo più vicino agli interessi del popolo. Dobbiamo fare questo non per vincere una prossima tornata elettorale, piazzare un consigliere o magari un paio di deputati; dobbiamo farlo per garantire a noi tutte e tutti, vittime della crisi, poveri, emarginati che il nostro diritto al riscatto non venga cancellato anche dall’ideologia; dobbiamo evitare che la guerra agli ultimi diventi odio per gli ultimi; dobbiamo tenere la posizione, difendere la nostra opzione politica, essere consapevoli che ogni ambulatorio, doposcuola, centro di assistenza, comitato popolare, camera popolare del lavoro, rete di solidarietà, ogni ambito che riusciamo a creare e mantenere è un pezzo di resistenza alla barbarie. Se facciamo tutto questo, e lo facciamo bene, guardando in prospettiva, saremo presto milioni. Perché questo governo, per quanto possa sembrare godere di un consenso enorme, non è certo la “fine della storia”.

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