Vogliamo iniziare questo testo dicendo innanzitutto grazie!
Grazie a tutte quelle persone che hanno creduto in noi, che ci hanno spinto a osare questa follia, che hanno accettato la sfida. Ai candidati e alle candidate che si sono spesi per questo progetto senza alcun tornaconto personale, alle forze politiche e sociali che hanno appoggiato questo primo grande esperimento dal basso, unico nella storia del nostro paese. E ovviamente a quelle 13.061 napoletane e napoletani che ci hanno votato!

Quest’avventura è stata davvero entusiasmante, e già riuscire a creare una simile comunità in questi tempi tristi è una grande soddisfazione e un motivo di speranza per il futuro.
In questo breve testo cercheremo di analizzare “scientificamente” il voto napoletano, perché pensiamo di poter ricavare da questo passaggio elettorale alcune interessanti indicazioni di metodo, che possono permetterci di lavorare sempre meglio, e dunque di poter fare sempre più bene a questa martoriata e bellissima città.


1. Il voto cittadino fra rassegnazione e protesta

La prima cosa che emerge dall’analisi del voto è che a Napoli si conferma un tasso di astensione notevole rispetto alla media del paese. A Napoli città l’affluenza è stata del 60.51%, nell’area metropolitana del 64%, in ogni caso quasi 10 punti percentuali in meno del 73% registrato a livello nazionale.
Grossomodo si conferma quanto già visto al referendum del 4 dicembre 2016 (affluenza a Napoli del 53,9%), alle amministrative del giugno 2016 (54,12%), alle regionali del 2015 (addirittura 40,6%), alle politiche del 2013 (60%), alle amministrative del 2011 (60,3%).

In sostanza, negli ultimi dieci anni, 4 napoletani su dieci aventi diritto non vanno mai a votare. Ci pare che questo dato – in assenza di piazze piene, di altri segnali di impegno politico o di partecipazione alla vita sociale –, denoti per lo più distacco, ostilità, profonda rassegnazione. Non si crede che la propria condizione possa, in alcun caso, cambiare, nemmeno attraverso il gesto più elementare che è il voto, non si identifica la politica come uno strumento di partecipazione o di trasformazione dell’esistente.   

Certo, in questa astensione c’è anche l’idea che questo Stato e che questa politica non serva ai nostri interessi, ma questa intuizione non si trasforma nella ricerca di nuove strade di associazione, protesta, immaginazione di nuove istituzioni, quanto nella fuga nel “familiare”, nella “conoscenza personale”, nelle logiche criminali che regolano la sopravvivenza in tanti quartieri. Forme tradizionali, violente, che bloccano i processi di emancipazione sia degli individui che della società.

Niente di nuovo, ma per noi che mettiamo al centro della nostra attività politica la partecipazione, che pensiamo che il potere debba essere rimesso nelle mani del popolo, che il popolo possa essere informato e decidere in autonomia, per noi che crediamo che la politica e l’unità dal basso siano gli strumenti che gli sfruttati hanno a disposizione per uscire dalla loro condizione, questa rassegnazione resta il primo mostro da sconfiggere.

Ma non c’è solo rassegnazione nel voto napoletano. C’è anche un senso confuso di protesta, l’espressione di un malessere, la richiesta di una discontinuità.

Prevedibilmente, il partito che ha incarnato il sentimento di protesta è stato il Movimento 5 Stelle. Abbiamo scritto “prevedibilmente”, perché è ormai da anni che questo partito ha occupato tale posizione nello scenario italiano, perché risulta essere agli occhi di molti un’“alternativa al centrodestra e centrosinistra”, una “novità”, il “meno peggio”, visto che il partito non si è ancora cimentato con una dimensione di governo. Ma nessuno – e diciamo davvero nessuno – immaginava che l’M5S avrebbe ottenuto questo risultato record.

Parliamo di 232.649 preferenze, il 52,65% dei voti sulla città, toccando in alcuni dei quartieri periferici il 62,10%. Un dato senza precedenti nella storia, superiore addirittura ai picchi democristiani e alle storiche 215.341 preferenze di Achille Lauro. Risultato che sorpassa di molto quello ottenuto alle scorse amministrative dal sindaco De Magistris, che si attestava a 185.907 elettori…

Un vero cataclisma. L’M5S fa il “mangiatutto”: prende quasi tutti i voti della compagine di De Magistris, i voti del PD e del centrosinistra, i voti dal centro e anche da parte della destra. Prende i voti dei giovani e degli strati sociali più popolari, così come dei quartieri benestanti e degli imprenditori. La cosa più incredibile è come lo fa: senza quasi volantinaggi, manifesti, iniziative di piazza, senza sedi, senza quasi militanti, senza presenza territoriale, andando pure male nei pochi confronti pubblici per la scarsa consistenza politica e culturale dei suoi candidati.

È evidente che questo risultato eccezionale è il prodotto di una situazione eccezionale, che potrebbe non darsi mai più. Una campagna elettorale partita tardi, nel pieno di un inverno freddissimo, che si è giocata tutta in TV fra tre soggetti principali centrodestra (con addentellato Lega), centrosinistra (con addentellato LeU) e 5 Stelle. La situazione ideale per i 5 Stelle che, presidiando tutte le tv ed essendo il soggetto politico più “forte” sulla rete, hanno potuto capitalizzare tutta la loro rendita di posizione e anche di più, ben oltre le loro effettive capacità di poter rispondere ai problemi dei cittadini.

Un gigantesco voto di opinione “contraria” che continua negli ultimi 5 anni per il permanere di una situazione di crisi economica e sociale, di classi dirigenti estremamente inadeguate e di mancanze di forti alternative sociali e mobilitative, che però si potrebbe sciogliere rapidamente se dovessero emergere altri soggetti politici in grado di offrire risposte ai bisogni dei cittadini – quello della protesta certo, ma anche misure materiali…  


2. E gli altri partiti?

Stanno dentro allo stesso trend: perdono tutti. Si fermano tutti sotto la loro percentuale nazionale.
Il centrodestra è al 22%: un risultato misero nonostante fossero fra i pochi, con Forza Italia, ad aver investito molti soldi e personalità di rilievo come la Carfagna. Unico segnale positivo – per loro, negativissimo per noi – è il 2,53% della Lega. Comunque fra i dati più bassi che abbia preso la Lega nelle città, per quanto sia inaccettabile, sotto tutti i punti di vista, che ci siano 11.183 napoletani che votino un partito che ha contribuito alla distruzione del Sud, che ha drenato risorse verso il Nord, che ci ha insultato e perseguito le nostre sorelle e fratelli costretti ad emigrare… Certo che le situazioni poco chiare verificatesi in certi seggi di Scampia potrebbero aver contribuito a questo piccolo risultato...
 
Il centrodestra perde anche in quartieri dove storicamente, attraverso reti clientelari e distribuzione di risorse a pioggia, riusciva a procacciarsi il consenso. Questa notizia non può che far piacere, perché apre quantomeno una possibilità: constatata l’impossibilità del politico di turno di “dare il lavoro al parente o all’amico” o di “fare favori”, l’elettore si sente più libero di esprimere la sua preferenza, e decide di votare per punire una classe dominante che ha fallito. Chiaramente, la sfida per noi è passare dal voto “per punizione” al voto “per convinzione”, per coscienza nei confronti di un progetto che sia davvero alternativo, per una politica che sia partecipazione e non delega.  

Guardando al centrosinistra si vede lo sbando più totale: chiude la tornata con un 17,23%. Anche questo un segnale positivo: il PD è stato il partito che insieme al centrodestra ha condotto un sistematico smantellamento delle nostre condizioni di vita e di lavoro. Che con Renzi ha prodotto nuova precarietà e abbandono del Mezzogiorno, distruzione del territorio con lo Sblocca Italia, e con De Luca la distruzione della sanità pubblica. A livello locale poi il PD ha governato per venti anni con Bassolino, e quelle ferite pesano ancora: sui nostri territori inquinati, sul debito delle amministrazioni, sui carrozzoni delle società partecipate che hanno creato servizi scadenti. Bene quindi che i cittadini abbiano individuato la natura di questi soggetti e se ne separino.  

Per finire, i neofascisti di Casa Pound e Forza Nuova dimostrano la loro più totale inconsistenza a Napoli in termini di consenso e di capacità politica. Dopo il flop alle politiche del 2013, quello alle amministrative del 2016, peraltro con gli stessi patetici candidati, prendono tutti insieme lo 0,6. E questo nonostante i giornali abbiano parlato generosamente di loro per mesi. Se non fosse per qualche sponsor politico-istituzionale e i giornalisti che continuano a dare visibilità a questi gruppetti di esaltati di poche decine di persone, il neofascismo a Napoli si potrebbe tranquillamente dare per morto. Questo anche per merito delle mobilitazioni antifasciste che sono riuscite a spiegare alla cittadinanza la vera natura di questi soggetti violenti, razzisti, portatori di odio e sostanzialmente di danni per la vita collettiva. Anche per questo l’attenzione sul tema va tenuta sempre altissima, per evitare che questi germi di intolleranza e guerra fra poveri attecchiscano anche da noi come accaduto in diverse parti d’Italia.


3. E Potere al Popolo?    

Be’, è stato sottolineato poco, ma la vera altra novità delle elezioni, dopo il “cappotto” dei 5 Stelle è stata proprio la nostra lista. Nata in 3 mesi, senza godere di sponsor, soldi o visibilità mediatica, senza quasi esperienza elettorale pregressa, “Potere al Popolo!” ha ottenuto a Napoli il 2,96%, praticamente è giunto a quella cifra che, se fatta a livello nazionale, consentirebbe l’ingresso in Parlamento.

Un risultato che potrà non sembrare impressionante per chi guarda con superficialità, ma che diventa subito interessante se contestualizzato. L’Italia in cui siamo spuntati fuori è un paese molto arrabbiato e risentito, pieno di narrazioni tossiche (come quella degli “opposti estremismi” a cui hanno cercato di inchiodarci), è un paese in crisi nei valori, nelle forme di socializzazione. Noi siamo usciti fuori proprio per questo, perché pensavamo che bisognasse, almeno un poco, bloccare l’ingranaggio, far sentire la voce dei soggetti sociali oggi esclusi, delle classi popolari.

La nostra campagna elettorale è stata del tutto diversa da quella “classica”: incontri con i lavoratori, visibilità alle loro vertenze, protagonismo ai territori, occupazione di una Chiesa per dare una risposta ai senza tetto, persino la scrittura di un libro! una campagne differente, che non si basasse sulle finte promesse alle quali siamo oramai abituati, ma su quel lavoro sociale che ci ha sempre caratterizzato e permesso di venire a contatto con i reali bisogni delle persone.

Ovviamente tre mesi sono pochi per far conoscere simbolo e candidati, ma i risultati che abbiamo riscontrato ci soddisfano. E dimostrano che il metodo di lavorare sul territorio, essere presenti con sedi che fanno mutualismo e solidarietà, è valido. Vediamo nel dettaglio.

A livello cittadino quasi triplichiamo il dato nazionale. Prendiamo gli stessi voti che aveva preso Rivoluzione Civile nel 2013 – compagine che agiva in un’altra era politica, molto più favorevole, che aveva dalla sua molti soldi, un coacervo di forze politiche fresche di Parlamento e personaggi mediatici, la spinta della “stagione dei sindaci”… Ma prendiamo di fatto anche gli stessi voti che oggi ha preso LeU, forza che ha avuto dalla sua fondi importanti, l’appoggio di consiglieri comunali, municipali e presidenti di municipalità, che aveva ben altra visibilità mediatica, candidati con reti di conoscenze consolidate nel tempo (Scotto, De Cristofaro, che fanno questo di professione)…

E otteniamo questo risultato mentre i 5 Stelle fanno il 52% pescando proprio nel nostro bacino, di giovani e di settori popolari. Addirittura la Ciarambino, fra i più importanti esponenti regionali, si è premurata di attaccare Potere al Popolo pubblicamente dicendo che era un “voto inutile”, molti 5 Stelle hanno diffuso la voce che eravamo “una lista civetta del PD”, che ci saremmo addirittura alleati in Parlamento una volta saliti!

Insomma, gli avversari per quanto prestigiosi non hanno risparmiato colpi bassi, eppure siamo riusciti a portare al voto persone non già ideologicamente inquadrate, ma che erano alla loro prima esperienza di partecipazione, o perché giovani, o perché facenti parte di quella città “sommersa” a cui nessuno bada.

Ma la soddisfazione più importante viene dal vedere il voto scorporato per collegio e quartieri. Se guardiamo ai collegi, notiamo che Chiara Capretti, la candidata dell’Ex OPG nell’uninominale centro, porta a casa il 3,69%, quasi 4000 voti. Ma anche questo dato va letto. Perché in realtà nei seggi situati vicino all’Ex OPG tocchiamo punte dell’8-10%, a testimonianza di una grande fiducia da parte di chi ci conosce, che è sempre la base essenziale da cui partire. Ecco i risultati nei quartieri dove siamo attivi: Porto 6,21, Avvocata 5,7, San Giuseppe 5,81, Montecalvario 4,39%.
Notiamo che sotto tutti tendenzialmente quartieri popolari, con una stratificazione sociale abbastanza mista, dove è alta la concentrazione di collettivi e realtà di base che hanno prodotto pratiche di lotta concreta alla povertà e riqualificazione di spazi urbani.

Indovinate invece dove perdiamo voti? Nei quartieri più “ricchi” di Chiaia e Posillipo, dove comunque si è andati oltre il 2%. Comprensibile che un discorso sulla redistribuzione della ricchezza e l'obiettivo di ridare dignità alle fasce più popolari abbiano attecchito di meno in quelle zone.

Non così al Vomero e all’Arenella, sia per una maggiore apertura storica di quei quartieri a idee di sinistra, sia perché molti giovani di quelle zone frequentano l’Ex OPG, le università, i movimenti cittadini, sia per la presenza di un candidato di valore come Giuseppe Aragno: 4.52 al Vomero e del 4.35 all’Arenella. In quel collegio diminuiamo di voti dove non siamo conosciuti e non abbiamo avuto modo di intervenire.

Lo stesso fenomeno lo possiamo constatare a Bagnoli, dove c’è una comunità di attivisti molto vivace, protagonista di un’importante battaglia contro il commissariamento del governo centrale del PD dell’area ex Italsider di Bagnoli, a partire dalla rivendicazione di una bonifica popolare della zona. Proprio a Bagnoli Salvatore Cosentino raggiunge il 4.61% e, a Soccavo e Fuorigrotta, quartieri limitrofi al 3,32 e 3,35, grazie anche al continuo lavoro dei doposcuola sociali e dei presidi di mutualismo presenti in quei quartieri. Perdiamo voti in quel collegio dove siamo ancora poco conosciuti, come nella zona di Chiaiano.

Il collegio più difficile è stato quello che aveva Scampia, Ponticelli, San Pietro a Patierno... Nonostante il grande impegno dell’avvocato Barbara Pierro, dell’associazione “Chi Rom e chi no….”, si tratta di zone in cui “Potere al Popolo!” è arrivato poco, in cui i 5 Stelle hanno addirittura bucato il 60%, in cui abbiamo dovuto fare una campagna in rincorsa, e in cui si vivono condizioni sociali ed economiche molto complesse. L’1,54% di quel collegio, 1703 sono comunque un punto di partenza, e l'impegno sarà quello di rafforzare quei percorsi, supportarli ed ampliare quelle reti appena create.  

Insomma, analizzando le percentuali quartiere per quartiere emerge un dato: laddove ci sono presidi di attivismo, percorsi di solidarietà, esiste anche una possibilità di radicamento reale. Si tratta dunque di estendere e migliorare il lavoro, soprattutto nei quartieri periferici. Questo era il metodo che ci interessava individuare, per fare in modo che si riproduca in tutti i territori d’Italia, e che alla prossima occasione possiamo ottenere molto di più.


4. E ora?

Ora viene il bello! Passata la concitata fase elettorale, possiamo cominciare a lavorare ad allargare e a strutturare meglio “Potere al Popolo!”. Le risposte che sono venute dalle assemblee territoriali che si sono convocate dopo il voto sono incoraggianti. Ieri eravamo in centinaia all’Ex OPG, con molto entusiasmo. E centinaia sono i messaggi di persone che ci hanno conosciuto, anche a Napoli, solamente dopo il 4 marzo grazie alla “maratona Mentana”, e che se ci avessero conosciuto prima si sarebbero volentieri uniti a noi.
Ora si tratta di fare, di diventare per davvero un “partito sociale” che sta in tutti i quartieri popolari, che è a fianco dei lavoratori e dei disoccupati, che fa solidarietà concreta, che difende i diritti di tutti e tutte, che lotta contro il razzismo e le ingiustizie. Ancora molte sono le associazioni, le reti, i comitati impegnati nel sociale e nel lavoro di mutualismo che vogliamo coinvolgere nel nostro cammino e tanti ancora vogliamo farne nascere e supportare.
Insomma, restate sintonizzati che a breve ci saranno grandi novità! E chiaramente, se vi va di unirvi a questa esperienza, se vi va di aprire sedi e interventi come “Potere al Popolo!”, non esitate a contattarci! Abbiamo soltanto iniziato!

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