Scriviamo e condividiamo questo nostro contributo verso e in preparazione al corteo nazionale di Non Una Di Meno di sabato 25 Novembre, al quale parteciperemo in tanti e tante e per il quale stiamo organizzando pullman da Napoli [più info qui].

A un anno dall’inizio delle grandi mobilitazioni femminili e femministe su scala mondiale dobbiamo constatare quanto la violenza di genere costituisca ormai un tema centrale nel dibattito pubblico internazionale.

Non passa giorno in cui le prime pagine dei principali giornali nazionali non parlino dell’ennesimo scandalo, dell’ennesima denuncia, specialmente a partire dall’esplosione del caso Weinstein.

Tutto questo ci sembra un passo avanti incredibile e che sappiamo essere tutto frutto delle grandi mobilitazioni che sono riuscite a far aprire gli occhi persino ai giornalisti: finalmente l’intera opinione pubblica si sta accorgendo del sessismo che struttura la nostra società. Eppure dobbiamo essere onesti: quello che emerge dai giornali è quasi sempre limitato al mondo patinato di Hollywood, sempre troppo lontano dall’esperienza della maggioranza delle donne, un mondo in cui anche la violenza riesce a emergere più come scandalo eccezionale che come dimensione strutturante la nostra società nel suo complesso. Leggendo certi titoli, alla felice incredulità di vedere certe notizie in prima pagina si accompagna anche un senso di distanza dalla nostra esperienza quotidiana, un pensiero simile al: “è vero, anche alle attrici di Hollywood capita di subire molestie  violenze, eppure quello non è il mio mondo, loro possono denunciare, io no perché altrimenti domani il mio capo mi licenzia e io non ho i soldi per mandare avanti la mia famiglia…

Insomma se la solidarietà verso tutte quelle donne dello spettacolo che con le loro denunce hanno smascherato un modus operandi profondamente violento e discriminatorio nel loro settore lavorativo ci sembra quasi scontata, il riconoscimento un po’ meno. E perciò siamo convinte che solidarizzare con loro, dire “avete visto? persino loro che vivono in quel mondo così dorato e perfetto vivono in questo schifo!” sia fondamentale per poter parlare anche di altre donne, per restituire quella che è la dimensione davvero universale e strutturale di questa violenza, per uscire da quel mondo perfetto e dorato e far arrivare sui giornali anche il nostro mondo, quello della puzza di fritto delle pizzerie dove le studentesse svolgono lavori part-time per mantenersi durante gli studi, quello delle madri precarie che fanno tre o quattro lavori per mantenere i loro figli, quello delle donne migranti il cui corpo in quanto donne e in quanto non italiane diventa bottino facile di troppe guerre, da quelle che si combattono con le armi in Africa a quelle che si combattono con leggi, confini e sfruttamento anche qui in Europa. L’arrivo di 26 corpi di giovani donne migranti qualche giorno fa sulle coste di Salerno non ha fatto sconti alla nostra pretesa indifferenza e ha violentemente aperto gli occhi a molte e molti su quanto vale la vita di una donna africana oggi: se non muori in mare molto probabilmente morirai ogni giorno sui marciapiedi disastrati delle nostre periferie.

Per uscire dalla narrazione limitante della violenza come dinamica strettamente interpersonale tra uomo violento e donna vittima, per fare in modo che il tutto non resti limitato allo scandalo che si riassorbirà non appena il capro espiatorio di turno verrà (giustamente, sia ben chiaro!) punito senza mettere in discussione le condizioni e le cause che gli hanno consentito di agire in un determinato modo, occorre aggiungere altri elementi al discorso, altre storie e altre voci: solo questo può restituire realmente la dimensione e la concretezza di questo fenomeno, che riguarda davvero tutte le sfere della vita delle donne e che non si articola sulla temporalità singhiozzante dell’emergenza e dello scandalo, ma su quella costante e reiterata della quotidianità. Solo l’insieme di tutte queste voci ci permette di cogliere la radice materiale e concreta di quella violenza che si riverbera in tutti gli ambiti della nostra società, e se non sono i giornali e i grandi media a interessarsi a queste altre storie allora sta a noi impegnati in politica e attivi sui territori, militanti e femministe mettere sul tavolo davvero tutti gli elementi del discorso. Siamo convinti che questa sia davvero un’occasione da non perdere!

Quando parliamo di punto di inizio non ci riferiamo solo al progressivo incremento del numero di denunce pubbliche, ma anche al mettere in moto dinamiche di cambiamento incentrate sul protagonismo attivo delle donne, di tutte le donne impegnate in prima persona, ogni giorno, per scardinare questo sistema di prevaricazione e sfruttamento. Su questo vogliamo scansare ogni equivoco: se affidiamo la nostra testimonianza sempre e comunque a un’autorità terza giudicante, sia essa un autorità legale o la semplice opinione pubblica, cosa succede una volta narrata la propria esperienza, una volta diffusa la propria testimonianza? CHI si mobilita per cambiare le cose? Chi ha un reale interesse a farlo se non le donne stesse?

Per fare in modo che lo slogan “Adesso sono loro che devono avere paura” diventi concreto quello che deve cambiare sono i rapporti di forza su cui si strutturano le relazioni di potere in questa società. La denuncia via social e mass media restituisce l’imponente portata del fenomeno, ma per riuscire a cambiare davvero le cose e non solo l’ordine del discorso allora devono cambiare le condizioni materiali di vita delle donne, ovvero devono darsi dei rapporti più equilibrati tra i generi, rapporti che non si fondino più, finalmente, sulla dipendenza economica della donna, sulla svalutazione del suo lavoro e conseguentemente della sua persona, sulla sua riduzione a mero strumento di riproduzione o oggetto da esposizione. Se non si ricreano condizioni di vita radicalmente diverse, un sistema economico e sociale che non si fondi più sulla messa a valore di differenze che perciò si incancreniscono in disuguaglianze naturalizzate nel tempo, non riusciamo davvero a immaginarci come le cose possano cambiare, come una donna che non ha la stessa visibilità mediatica di Asia Argento possa decidere di dire basta ai ricatti del marito violento o alle minacce del datore di lavoro.

Siamo convinti, perciò, che i rapporti di forza da cambiare e riequilibrare siano la condizione davvero necessari a sovvertire l’attuale ordine delle cose. Questo non vuol dire abbandonare la battaglia culturale, che resta una componente fondamentale di questa lotta, ma sappiamo anche che, se il cambiamento esclusivamente culturale può essere tranquillamente accettato, a volte anche assimilato e a sua volta messo a valore da questo sistema, la proposta di un cambiamento del sistema stesso, della sua matrice economica e delle sue regole di funzionamento non potrà mai essere accettato di buon grado e costituirà sempre una terribile minaccia per chi ne sta a capo. Fino a quando vivremo in un mondo che vede nella donna la lavoratrice che può essere più facilmente sfruttata e ricattata, il cui lavoro e la cui vita in generale  vale sempre meno di quella maschile e che legittima questa inferiorità con la grande menzogna storica della “naturale predisposizione” a determinate mansione e compiti (casualmente sempre ai lavori meno qualificati economicamente e socialmente), non crediamo sia possibile immaginare una realtà veramente diversa. Ovviamente questa contraddizione può essere svelata solo dalle donne stesse, ovvero da coloro che per prime subiscono sulla loro pelle l’esperienza concreta di cosa significa vivere in una società sessista: se il punto di partenza necessario e fondamentale è innanzitutto diffondere consapevolezza e coscienza di questa realtà, parlarne pubblicamente e senza censure, il conseguente sviluppo non può che essere la ferma presa di posizione, l’attivarsi in prima persona e collettivamente per cambiare i rapporti di forza che strutturano questa stessa realtà, in una lotta che necessariamente vede le donne lottare insieme agli uomini per un obiettivo che ci sembra essere evidentemente comune.


Cosa si nasconde dietro i dati su discriminazione e disparità di genere?                                                       

La realtà che ancora non siamo riusciti a vedere in prima pagina, quella della maggioranza silenziosa delle donne che lottano ogni giorno per incastrare il proprio lavoro con le incombenze domestiche e si scontrano con sfruttamento, molestie e precarietà, talvolta arriva persino sulle prime pagine dei giornali sotto forma di dati e statistiche la cui lettura alla luce dei processi economici, sociali e storici che ne stanno alla base viene sempre sostituita dall’enumerazione spicciola e decontestualizzata, che non fornisce alcun elemento di analisi chiarificatrice.

Perciò vogliamo provare a restituire concretezza al nostro discorso analizzando politicamente alcuni dati che pure hanno creato non poco clamore mediatico qualche settimana fa, presi direttamente dal Global Gender Gap Report del 2017, che raccoglie i dati più rilevanti sulla disuguaglianza di genere in vari settori.  Innanzitutto, l’Italia viene classificata all’82esimo posto su 144 posizioni complessive, mentre solo nel 2015 ci attestavamo al 50esimo posto, ovvero si registra un peggioramento complessivo della vita delle donne italiane, che risponde comunque a un peggioramento su scala mondiale: sembra che in soli due anni la situazione in Italia sia drasticamente peggiorata e che le conseguenze della ristrutturazione economica post-crisi, della maggiore precarizzazione, dei tagli a welfare e assistenza pubblica siano stati pagati in prima battuta proprio dalle donne sotto diversi punti di vista.

Nel mondo del lavoro si registra un punteggio di 0.571 per quanto riguarda la partecipazione e opportunità economiche delle donne, secondo una scala da 0 a 1 in cui 0 indica la completa disparità e 1 la completa parità. Per quanto riguarda la partecipazione e opportunità economiche delle donne il punteggio è 0,646, mentre se analizziamo la partecipazione di uomini e donne alla forza lavoro complessiva il punteggio è di 0,737 e quello relativo al PIL pro capite analizzato per genere è di 0,518.  Le donne italiane, quindi, hanno di fatto meno opportunità lavorative degli uomini, sono meno presenti nella forza lavoro e, conseguentemente, sono spesso più povere e dipendenti dall’aiuto economico del marito o del compagno. Inoltre, se tra legislatori e manager, il tasso di incidenza delle donne è del 27.7% del totale, a fronte del 72.3% degli uomini, tale disuguaglianza si riduce per le professioni più tecniche, con un tasso del 45.4% per le donne e del 54.6% degli uomini: le donne quindi non sono ritenute adatte a ricoprire ruoli lavorativi di responsabilità e comando che nel nostro paese restano in gran parte appannaggio della componente maschile. Ma la svalutazione e subordinazione del lavoro femminile nel suo complesso trova riscontro anche in altri dati: il tasso di disoccupazione è pari al 12.8 % per le donne e del 10.9% per gli uomini, le donne che lavorano part-time sono il 40,3% del totale, mentre gli uomini solo il 16, 2% e soprattutto il 61,5% delle donne lavoratrici in Italia non vengono pagate per niente o non adeguatamene, a fronte del 22,9% degli uomini, pur lavorando più tempo dei secondi: 512,7 minuti contro 453,1. Le donne italiane, quindi, vengono escluse dai lavori più prestigiosi, di dirigenza e meglio retribuiti (il famoso tetto di cristallo che ancora sembra così difficile da distruggere), mentre di fatto costituiscono la maggioranza dei lavoratori precari, che lavorano part-time, perché in uno Stato che non fornisce servizi sociali e assistenza pubblica e che fa ricadere sempre di più gli oneri di un welfare inesistente sull’istituzione familiare, sono proprio le donne a doversi fare carico in via quasi del tutto esclusiva delle incombenze domestiche, dalle pulizie alla cura di bambini e anziani, dal momento che anche la divisone del lavoro tra uomo e donna interna al nucleo familiare non è stata mai messa seriamente in discussione. Inoltre, pur lavorando in media più dei loro colleghi uomini, sono proprio le donne a non essere pagate adeguatamente, ad essere in maggior parte disoccupate: ci sembra evidente che il lavoro femminile venga in tal modo dequalificato e inteso come accessorio e sempre secondario rispetto al lavoro maschile, soprattutto se consideriamo che per quanto riguarda l’educazione superiore il punteggio registrato dall’Italia è pari a 1,00, ovvero una situazione di completa parità: le donne studiano quanto gli uomini, ottengono gli stessi risultati in termini di preparazione e formazione, eppure non hanno mai accesso alle posizioni lavorative a cui potrebbero tranquillamente aspirare e molto spesso si vedono costrette ad occuparsi in maniera esclusiva della famiglia e della casa, ingrossando le fila dei disoccupati italiani specialmente se il salario familiare complessivo non permette di assumere altre donne a cui delegare le mansioni domestiche.

Inoltre, anche nel campo della rappresentanza politica l’Italia si attesta al 46esimo posto, con un punteggio pari allo 0.234: le donne coinvolte in politica, restano poche, pochissime, specialmente nelle dirigenze dei partiti e, a parte qualche rara eccezione più formale che sostanziale, viviamo in un paese che vede ancora la politica come appannaggio quasi esclusivo degli uomini, e che continua a riproporre la rigida demarcazione pubblico/privato basata sulla convinzione che le donne siano “naturalmente” inadatte a ricoprire posizioni di potere e responsabilità. E non vogliamo addentrarci nell’ambito della tutela della salute e della libertà di autodeterminazione sul proprio corpo, con percentuali di obiettori di coscienza che, specialmente nel Sud Italia arrivano a superare il 90%, impedendo di fatto a coloro che vogliono abortire di concretizzare questo diritto, limitando anche in questo caso in maniera molto concreta le opportunità lavorative della componente femminile.

Questo è il quadro desolante che ci restituiscono questi dati: fino a quando non otterremo condizioni lavorative e retributive realmente uguali, fino a quando non godremo concretamente del diritto di preferire la nostra carriera lavorativa alla maternità, fino a quando saremo condannate a lavori e lavoretti sempre più precari, sempre meno retribuiti e tutelati e soprattutto fino a quando non esisteranno politiche sociali che ci permetteranno materialmente di uscire dal ricatto della scelta tra lavoro e famiglia, saremo condannate alla dipendenza economica dal genere maschile e alla conseguente accettazione delle diverse forme di violenza di genere che ognuna di noi subisce quotidianamente. Questo, ovviamente non elude il piano culturale: se questo sistema è ancora così stabile e radicato è anche perché la subordinazione economica e la dequalificazione del lavoro femminile vengono presentati come conseguenze della naturale vocazione delle donne a prendersi cura di marito e figli ed è per questo fondamentale educare anche i più giovani, intervenire nelle scuole, pretendere che la natura strettamente storica e sociale di questa grande narrazione venga finalmente svelata con tutte le sue contraddizioni. Ma questi dati testimoniano chiaramente l’importanza economica della svalutazione del lavoro femminile: se ognuna di noi è naturalmente destinata a fare la moglie e la madre, pur non essendole negato l’accesso al mondo del lavoro, verrà messa a svolgere lavori meno “impegnativi” che le permettano di conciliare lavoro e famiglia, potrà essere facilmente licenziata in caso decida di voler avere un figlio (perché tanto una cosa deve escludere l’altra se di donne si tratta, no?), o perché tanto avrà un marito che comunque si prenderà cura di lei, magari riempendola ogni tanto di calci e pugni e lei dovrà stare zitta perché, di fatto, non ha alternative. E’ proprio per far fronte a questa situazione che le pratiche di autorganizzazione sono fondamentali sia per rispondere a bisogni estremamente concreti e reali (come ci ha insegnato anche la nostra attività quotidiana sul territorio tramite lo sportello medico gratuito, l’asilo condiviso, la camera popolare del lavoro, lo sportello di ascolto psicologico…), sia per iniziare un percorso di presa di coscienza collettiva che permetta di unirsi per pretendere che la politica ci garantisca i diritti all’uguaglianza, alla salute, alla dignità lavorativa.

È per questo che siamo convinti dell’urgenza di strutturare la lotta per la parità di genere a 360°, come prospettiva trasversale a tutti gli ambiti di intervento politico e sociale: siamo convinti che è questa la realtà che i giornali non mostreranno mai, troppo appiattiti sull’aspetto meramente culturale del fenomeno. Ma per farlo crediamo che l’unica soluzione sia il protagonismo attivo delle donne in ogni campo e settore, la ferma comprensione che questa lotta non può essere delegata a nessuno e che nessuno ci regalerà niente: siamo noi a doverci impegnare in prima persona e quotidianamente, anche per “educare” gli uomini e far loro capire che lo status quo attuale, legittimando di fatto violenza e prevaricazione, si ripercuote negativamente anche su di loro, specialmente su chi non si trova a i piani alti della gerarchia economica e sociale di questo paese. Siamo consapevoli della sfida, ma sappiamo già che tante, tantissime donne sono stanche di questa situazione e lottano ogni giorno nel loro piccolo: è di queste donne che vorremmo sentire parlare, ed è a queste donne che vogliamo parlare: organizziamoci ovunque, attrezziamoci  per riprendiamoci la nostra libertà di scelta, i nostri diritti, la nostra dignità di lavoratrici!  

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