Abbiamo ricevuto una lettera da una dottoressa napoletana! Pensiamo debba girare tanto.


Perché racconta come funziona oggi la Sanità pubblica, perché si rivolge ai suoi colleghi del Loreto Mare e di altri ospedali invitandoli a non chiudersi in una difesa della corporazione, perché dice quello che vogliamo fare noi: un’unità fra utenti – che siano italiani o stranieri poco importa – e lavoratori, contro le dirigenze sanitarie, la Regione e lo Stato che, tagliando i fondi, ci tolgono diritti…

“Sono un medico dei servizi pubblici di Napoli e la storia di Ibrahim mi ha sconvolta. Mi ha sconvolta perché è la fotografia di tutta l'indifferenza di cui l'uomo è capace ed al tempo stesso perché, pezzo per pezzo, il suo ultimo giorno di vita mi riporta alla mente fermoimmagini, assonanze con piccoli episodi apparentemente privi di significato che vedo troppo spesso anche sul mio posto di lavoro.

C'è molta ignoranza, molta superficialità, c'è corruzione nelle corsie e negli ambulatori pubblici di questa città, inutile negarlo. Ma c'è anche qualità, dedizione, professionalità, onestà. E ci sono grossi problemi strutturali, che costringono tutti, capaci e incapaci, volenterosi e non, a lavorare in condizioni indegne e spesso più approssimative di quanto si vorrebbe e si potrebbe fare.

C'è lo scaricabarile di responsabilità a senso unico dai vertici ai lavoratori dei servizi pubblici, la netta sensazione di lavorare all'interno di un'istituzione che è sempre più una barca alla deriva, che non tutela il paziente e nemmeno il lavoratore. C'è la scarsità di mezzi, fondi e risorse, il rimbalzo continuo di responsabilità che passano come patate bollenti fra collega e collega, la sensazione continua di essere in guerra, soli contro tutti, di doversi prima difendere dai propri pazienti e solo poi aiutarli, mentre si pagano polizze assicurative salatissime e si vedono gli spettri di avvocati e magistrati ovunque.

C'è la tentazione di lasciarsi andare del tutto alla corrente della medicina difensiva, dell'applicazione asettica di protocolli, della spersonalizzazione totale del proprio lavoro, solo perché è più “comodo” e semplice campare così da un 28 del mese all'altro, fino alla pensione, mentre della sanità pubblica restano sempre meno brandelli. La spersonalizzazione del proprio lavoro: ebbene sì, è una spada di Damocle che ci pende in testa ogni giorno, che ci colpisce tutte le volte in cui applichiamo un qualsiasi regolamento, solo perché “si deve”, senza ragionare sulle proprie azioni e chiedersi qualche “perché” in più.

E così ci si può trovare a compiere gesti che, visti col senno di poi, possono apparirci anche superficiali, ingiusti, discriminatori, lontani dal nostro modo di essere. O su cui non ci faremo mai una domanda, comodi nella nostra posizione di “innocenza”, lasciandoci passare addosso un'intera vita nell'applicare meccanicamente regole altrui, decise chissà dove, chissà quando, senza accorgerci che anche non scegliere mai con la testa propria è una precisa scelta.

Da medico sento che la morte di Ibrahim mi ha scaraventata davanti a un bivio. Potrei scegliere di prendere le parti dei colleghi implicati in questa vicenda perché “potevo esserci io” al loro posto, lasciandomi stringere dal caldo, rassicurante abbraccio di una stretta corporativa che prova a farci cascare sempre in piedi. Potrei far valere solo tutte le attenuanti possibili per le quali si è trattato di uno sfortunatissimo e tragico incidente, punto e basta. Potrei arroccarmi sui cavilli medico-legali più sottili, prendere il mio posto comodo nella piazza dei dibattiti da tastiera, appellarmi a tutti quei motivi per cui “non poteva andare diversamente e nessuno ha sbagliato”. Nessuno ha sbagliato eppure un uomo è morto, dopo atroci sofferenze.

L'altra strada è di certo più irta e difficile da percorrere, ma per me rappresenta l'unica possibile, come donna e come medico dei servizi di sanità pubblica: è quella di rinunciare a priori ad esprimere un qualsiasi giudizio di merito sugli aspetti giudiziari della vicenda, è guardare direttamente oltre, scegliendo di schierarmi semplicemente dalla parte di chi non vuole più veder morire un uomo così, dicendo basta a tutto ciò che ha prodotto questa tragedia.

Da lavoratrice so quanto sia una scommessa, ormai, chiamare il 118 e vedersi arrivare sul posto un'autoambulanza, mai in tempi decenti. E ho assistito personalmente a soccorsi prestati a immigrati, senzatetto, tossicodipendenti, sofferenti psichici, alcolisti, magari anche tecnicamente impeccabili, ma che al tempo stesso trasudavano un moralismo, una distanza, un'aria di disprezzo, quasi di schifo, che talvolta mi restava attaccata addosso per giorni e non mi faceva dormire.

Da medico so quanto ormai sia infernale lavorare in un Pronto Soccorso o in un qualsiasi reparto con turni e condizioni di lavoro indegni e so anche quanto sia facile scivolare dall'efficienza di un intervento rapido e risolutivo al franco pressappochismo, soprattutto quando le barriere linguistiche e culturali, le distanze sociali, il vuoto sociale che circonda alcuni pazienti, gli ultimi, complicano e magari di molto un intervento sanitario.

È in questi momenti che se anche solo per un istante ci si distrae dall'obiettivo di cura, se anche solo per stanchezza si pensa al solo panico di beccarsi una denuncia dal paziente e questa tensione inevitabilmente si allenta, il rischio di non fare l'interesse di chi si ha davanti, di fare un errore o un danno diventa terribilmente concreto.

Ho visto con i miei occhi migranti con sintomi organici acuti e potenzialmente rischiosi per la vita andare con i propri piedi in Pronto Soccorso e vedersi rifiutare l'accesso. Ho visto con i miei occhi come cambia lo scenario quando ad accompagnarli in ospedale è un italiano. Ho visto con i miei occhi immigrati appena usciti dal Pronto Soccorso con una sola terapia sintomatica e palliativa, mandati a casa con patologie ancora non diagnosticate in corso, del tutto inesplorate, immigrati per i quali bisognava letteralmente battagliare per strappare un ricovero, una diagnosi, una cura. Ho visto con i miei occhi donne immigrate che per portare avanti una gravidanza hanno fatto salti mortali, sballottate da una parte all'altra di Napoli per fare il minimo degli accertamenti necessari, terrorizzate dall'idea che qualcosa andasse storto, mentre se sei un'italiana benestante questa fase della tua vita rappresenta soprattutto una gioia...
Sono un medico, ma mi ammalo anche io ed anche io frequento i servizi pubblici di questa città. E so per certo che se prendersi cura della propria salute è sempre più un lusso, per uno straniero, un sieropositivo, un senza fissa dimora, un alcolista, per chi non ha una residenza né un medico di famiglia, è ancora più difficile. E, francamente, io non vorrei mai stare al loro posto, ne avrei paura. E non ho problemi a dire ciò che penso e che in una parte di ciascuno di noi tutti sanno: che Ibrahim è morto di malasanità ma è morto anche e soprattutto di razzismo.

Nessuno può e deve abituarsi all'idea di chiamare un'autoambulanza e non sapere se arriverà e se sarà trasportato per tempo in ospedale. Nessuno può e deve rassegnarsi all'idea di non potersi fidare nel proprio medico. Nessuno può e deve rassegnarsi all'idea che non si stia facendo il possibile per guarirlo o per salvarlo, che se chiede aiuto potrebbe essergli negato, che solo alcune categorie sociali possono farcela. E nessuno può e deve rassegnarsi all'idea di lavorare in un sistema che non è espressione del proprio modo di essere e di pensare, perché è un semplice atto di dignità cominciare a dire basta ad una qualsiasi involontaria connivenza con questo stato di cose.
La morte di Ibrahim ha segnato inevitabilmente un giro di boa per tutti, che ci piaccia o no. A noi scegliere da che parte stare. Dalla parte di chi vuole dimenticare presto questa brutta storia per tornare alla sua vita di sempre o dalla parte di chi è disposto ad accettare che il nostro popolo, tutto, ha fatto un passo indietro in civiltà, che nel qui e ora ci resta solo da provare a trasformare tutto questo in una rincorsa vero un futuro più degno da costruirci con le nostre mani.

Il diritto alla salute, la sanità pubblica, devono e possono essere accessibili a chiunque, gratuitamente e indiscriminatamente. E non è più tempo di dividerci pensando a chi ha più diritto alle cure rispetto all'altro o a chi sta messo peggio in questa guerra fra ultimi in cui ci hanno arruolato nostro malgrado...

Ibrahim vivrà ancora solo se impareremo a rifiutare questo terreno di scontro, se impareremo a lottare assieme, affinché venga fatta giustizia, affinché sia l'ultima volta in cui una vita, non importa se bianca o nera, ci viene strappata così brutalmente dalle mani”.

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