Introduzione | 1. LA DE-NATURALIZZAZIONE DEL RAPPORTO TRA I GENERI | 2. RAPPORTO TRA PATRIARCATO E CAPITALISMO | 3. É POSSIBILE UNA LOTTA SUL PIANO ECONOMICO (di classe) CHE NON TENGA CONTO DI QUELLO IDEOLOGICO E VICEVERSA? | 4. SUL “SEPARATISMO”


Negli anni, quando ci siamo trovati ad affrontare discussioni sul rapporto tra i generi, in assemblea o in maniera informale, abbiamo riscontrato la necessità di ragionare di più e più a fondo su questo tema, affrontandolo non come questione a sé, ma come problematica strettamente intrecciata a tutti i campi di lotta e di intervento politico (lavoro, salute, istruzione, etc.), laddove le donne sono sempre soggette ad una doppia violenza e a un doppio sfruttamento: quello che gli è imposto per la loro collocazione sociale e quello, soggettivo, legato alla loro appartenenza di genere1. Ci è sembrato, a partire dalle nostre necessità, ma anche da confronto con alcuni compagni nel resto d’Italia, che potesse essere utile buttare alcune pagine che potessero fare da traccia a queste discussioni e inquadrare l’interrogazione sull’antisessismo nella cornice dalla prospettiva materialista e di classe, che è quella nella quale ci riconosciamo.

Quello che abbiamo tentato di fare è dunque essenzialmente questo: costruire una piccola antologia che, seguendo una traccia (quella del legame tra contraddizione di genere e contraddizione di classe) ci fornisse qualche strumento utile alla discussione e, in primis, alla formazione interna (resa tutt’altro che semplice data la composizione eterogenea e ampia del nostro gruppo). Speriamo che queste poche pagine, scritte per discuterne tra di noi, possano essere lette e, perché no, essere oggetto di un confronto, venire criticate, arricchite, integrate, anche da altri compagni.

La forma di antologia e per quesiti (si sono individuate delle domande alle quali si è provato a far “rispondere” direttamente agli autori) è stata scelta per rendere, a seconda degli stimoli che possono emergere dal dibattito e dalle esigenze, agevole l’ampliamento o la riduzione di questo contributo. Pur nella consapevolezza di non poter essere esaustivi, abbiamo provato a ripercorrere, all’inizio di questo documento e brevemente, i vari approcci che si sono avuti rispetto alle questioni di genere nella “sinistra”. La necessità di questa ricostruzione – che fa torto a molte posizioni accorpandole con altre differenti o schematizzandole – è solo quella di inserire in una cornice il ragionamento e di elaborarlo criticamente2. Sono stati inseriti riferimenti ad autori e/o testi anche quando non sono stati riportati direttamente dei brani, così nel caso qualcuno ne abbia voglia, può andare ad approfondire specifici passaggi che non c’è stato tempo o modo di inserire.

Le domande cui si è provato a rispondere attraverso i brani degli autori sono:
• Quali sono i principali approcci alla questione di genere (e perché sostanzialmente i marxisti considerano questa contraddizione, pur nella sua importanza, subordinata a quella di classe)?
• Qual è la “natura” del rapporto tra uomo e donna e per quale ragione lo riteniamo modificabile?
• Qual è la relazione tra patriarcato e capitalismo?
• Qual è la relazione tra la lotta antisessista e anticapitalista? L’uomo è un potenziale alleato?
• Separatismo: quale approccio di lotta, alla luce della relazione individuata tra lotta rivoluzionaria e emancipazione di genere, è più utile assumere?

Non è possibile ricostruire qui tutte le correnti di pensiero che si sono occupate della questione di genere negli ultimi 150 anni, quello che possiamo schematicamente dire, per avere un quadro generalissimo delle varie posizioni che sono emerse, concentrandoci in particolare sulle riflessioni articolate a partire dalla seconda metà del Novecento, è che ci sono sostanzialmente:

A) un filone più “riformista”, che si occupa, nella cornice dell’esistente, dell’ampliamento dei cosiddetti diritti civili: senza contestare in maniera radicale il sistema economico (o, come vedremo, simbolico); chi si colloca in questa corrente ha come obbiettivo l’acquisizione formale da parte delle donne di uno status di parità con gli uomini (sulla critica di questo approccio, in termini generali, possiamo far riferimento a La Questione ebraica di K. Marx). Liquidare frettolosamente questo orientamento ci sembra poco utile sia sul paino teorico che – tanto più – su quello della pratica politica quotidiana, infatti esso ha caratterizzato tanto movimenti borghesi o piccolo borghesi, che si sono battuti per un accesso paritario all’istruzione o al voto (battaglie forse non rivoluzionarie in senso stretto, ma non certo trascurabili), quanto movimenti più popolari, che oltre che per voto e istruzione si sono battuti per l’equiparazione dei salari (quindi in un quadro più ampio e trasformativo), con due picchi nella seconda metà dell’Ottocento e dopo la Prima Guerra Mondiale. In secondo luogo anche conquiste “sociali” apparentemente interclassiste (divorzio, aborto) hanno, come è ovvio, un diverso impatto a seconda della provenienza di classe (scusateci l’esempio banale, ma che ci sembra calzante: sebbene sul piano morale fosse in ogni caso condannato e questo costituisse un problema per tutte le donne è evidente che, sul piano materiale, l’accesso ad una pratica come quella dell’interruzione di gravidanza è stata sempre meno difficilmente accessibile o pericolosa per chi poteva permetterselo, renderla pubblica e gratuita ha agevolato soprattutto chi versava in condizioni economiche peggiori).

B) in un secondo blocco, tagliando il discorso con l’accetta, possiamo collocare le riflessioni di quelle pensatrici (e qualche pensatore) che si sono concentrati soprattutto sulla necessità di distruggere il sistema simbolico del patriarcato e/o di conservare e valorizzare la “differenza” femminile (ciascuna a suo a modo, lo fanno ad esempio Spivak, Butler, Muraro, ma anche Bourdieu su cui più avanti). Ci sarebbe un discorso lunghissimo da fare su questo, ma ci sembra che in questa sede quello che ci può interessare è la principale differenza tra questo secondo approccio e il terzo, di carattere materialista/marxista riguardo alla collocazione all’interno della società capitalista (che pure i membri di questa “macrocorrente” criticano) della contraddizione tra i generi.
Nel “blocco culturalista” infatti, si descrive la contraddizione di genere (ma anche di razza) come qualcosa che si sviluppa parallelamente da quella di classe (come nella società ci fossero tante linee tangenziali, tanti tagli, che la separano in vari settori e che, a seconda del punto di vista dal quale la si guarda, al dividono in riquadri, in forme geometriche differenti). L’etichetta, non lusinghiera, che spesso, in un’ottica marxista, si attribuisce a questa macrocorrente è quella di “interclassismo”, in quanto il conflitto tra uomo e donna o tra bianco e nero (con tutte le dovute differenze) viene individuato come conflitto che ha un’origine e un’importanze parallele e indipendenti da quello che c’è tra le classi, tra ricchi e poveri, borghesi e proletari. Non bisogna fare il torto a questi pensatori di considerarli così ciechi (tranne che in alcuni casi eclatanti o versioni estremamente semplificate delle loro teorie) da non vedere che le donne sono più povere degli uomini (che c’è dunque un elemento di classe nel sessismo) o che le donne povere sono più sfruttate, dominate, di quelle ricche, resta il fatto che l’origine e la natura di queste divisioni vengono considerate del tutto o parzialmente indipendenti benché irrelate l’una all’altra.
L’elemento insidioso che ritroviamo in questo tipo di concezione e, in particolare, nella sua volgarizzazione, riguarda la visione quotidiana che si ha della battaglia tra i sessi: quando ad esempio la Clinton cerca di accaparrarsi, con gli scarsi risultati che abbiamo potuto vedere, nel corso della campagna alle presidenziali americane, il voto delle donne parlando del sessismo di Trump, fa leva proprio su questo tipo di riconoscimento, sull’idea che in quanto donna possa meglio interpretare i loro bisogni o desideri a prescindere dall’appartenenza di classe. Ovviamente si tratta di una degenerazione del pensiero culturalista o differenzialista (infatti la Clinton in quanto guerrafondaia assetata di potere e senza scrupoli non incarna affatto un modello alternativo a quello dominante, maschile), di un uso strumentale, ma molto in voga.
Con parole nette – soprattutto per noi che le leggiamo oggi – la comunista russa Alexandra Kollontaj descrive così la differenza tra comuniste e femministe (con questo termine, che nel tempo ha assunto accezioni differenti, l’autrice definisce quelle donne che vedono la contraddizione tra i generi come primaria):

Per quanto radicali possano apparire le richieste delle femministe, non bisogna perdere di vista il fatto che, a causa della loro posizione di classe, esse non sono in grado di battersi per una trasformazione sostanziale della struttura sociale ed economica della società contemporanea, senza la quale la liberazione delle donna non potrà mai essere completa.
Anche se in talune circostanze gli obiettivi a breve termine sono identici per tutte le donne di qualunque classe, gli scopi finali – quelli che fissano la direzione del movimento e la tattica da usare a lungo termine – nettamente contrastano da un campo all'altro. Mentre per le femministe il raggiungimento di pari diritti con l'uomo costituisce di per sé un obiettivo sufficientemente concreto nella cornice del mondo capitalista contemporaneo, per la donna proletaria la parità di diritti è al momento attuale solo un mezzo per condurre avanti la lotta contro la schiavitù della classe operaia. Per le femministe l'uomo è il nemico numero uno, che si è ingiustamente appropriato di tutti i diritti e di tutti i privilegi, lasciando alle donne solo doveri e catene. Per le femministe è quindi una vittoria se una prerogativa già riservata al sesso maschile viene concessa al “sesso debole”. Diversa è la posizione delle donne proletarie: nell'uomo esse non vedono il nemico e l'oppressore, ma il compagno col quale condividono l'ingrata fatica quotidiana combattendo insieme per un futuro migliore. La donna e il suo compagno sono schiavizzati dalle medesime condizioni sociali; le stesse odiate catene del capitalismo reprimono la loro libera volontà e il privano delle gioie e dei piaceri della vita. È pur vero che molti aspetti specifici dell'odierno sistema pesano doppiamente sulle donne, ed è vero altresì che le condizioni del lavoro salariato fanno a volte delle donne le concorrenti e le rivali degli uomini. Ma di tali condizioni sfavorevoli la classe operaia sa bene a chi attribuire la colpa…3

C) Il tipo di ragionamento che proveremo ad approfondire in questo percorso è quello che ruota attorno alla concezione marxista/materialista della differenza di genere, una concezione per la quale la differenza e la contraddizione primaria è quella di classe (sfruttatore/sfruttato) e tutte le altre (di razza o genere, ad esempio) discendono, derivano da questa, sono contraddizioni secondarie.
Questo non significa 1) sminuire la contraddizione di genere, ma collocarla diversamente e, soprattutto, fornire vie d’uscita differenti 2) né immaginare che scomparsa la contraddizione principale (ad esempio dopo una rivoluzione) o nel corso della lotta (all’interno di un partito o di un collettivo) meccanicamente scompaia quella secondaria.
Nel fare un ragionamento articolato e non di semplice legame tra causa-effetto tra capitalismo e patriarcato, così come per mettere in piedi campagne e lotte che siano efficaci nel campo delle rivendicazioni di genere, bisogna provare, questo il ragionamento che fa da sfondo a molti brani scelti, ad esempio a quello della compagna del Black Panther Party, a superare la scelta forzata tra rotture rivoluzionarie e conquiste riformiste (l’idea, ad esempio, che il voto o l’uguaglianza dei salari non serva, serve solo la lotta rivoluzionaria/con il voto abbiamo raggiunto la parità), tra uno sguardo puramente culturalista (è solo cambiando le “teste”, la mentalità, la cultura che si cambia il mondo) o una visione strutturale (è solo abbattendo l’impianto economico che si risolvono le contraddizioni) e cercare di smontare questo impianto (proprio come fa il Capitale, ma al rovescio) su tutti i fronti, tenendo ben presente che però la linea di demarcazione, di riferimento, è quella di classe.


1. LA DE-NATURALIZZAZIONE DEL RAPPORTO TRA I GENERI
Come può non esistere più una relazione – di subordinazione e oppressione materiale e culturale – che c’è sempre stata?

Sia che si parli di femminismo riformista, culturalista, che materialista e marxista il punto di partenza per l’analisi e lo smantellamento del rapporto di oppressione tra i generi consiste nella sua “de-naturalizzazione”. Per de-naturalizzazione si intende la distruzione dell’idea che i generi siano vincolati ad un elemento morfologico, biologico (la forma del corpo, il ruolo nell’atto riproduttivo, etc.) e non socioeconomico, la concezione cioè che determinati lavori, compiti, funzioni, ruoli sarebbero attribuiti alle donne o agli uomini in virtù di una predisposizione, un’inclinazione, una natura (pensiamo a proposito di questo al concetto di “istinto materno”). In questo tipo di ragionamento si postula che l’elemento biologico, per la sua intrinseca rilevanza (per es. solo le donne possono partorire) costituisca la base di una legittima classificazione e gerarchizzazione (posto che come spesso è stato sottolineato le cose non si conoscono per differenziazione gerarchica: cavoli e carote – dice Christine Delphy – non sono opposti, né tantomeno inseriti in una scala, sono semplicemente differenti). La condizione femminile è invece intesa dal femminismo materialista (e a maggior ragione dal marxismo) come precipitato di un meccanismo sociale che non ha niente a che fare con una disposizione biologica. Il primo elemento che quindi possiamo tenere presente in questa analisi è che sesso (la conformazione morfologica del nostro corpo) e genere (lo specifico ruolo sociale che ci viene attribuito) sono due elementi solo artificialmente, socialmente associati. In questo senso il genere, nella sua funzione e utilità sociale (come vedremo a proposito dell’accesso differenziato nel mondo del lavoro) precede e non deriva dal sesso (ovviamente su questo non si può che rimandare a Simone de Beauvoir e al suo celebre Il secondo sesso).
Perché ci interessa tutto questo? Perché, avrebbe detto Brecht, solo ciò che è storico (prodotto dell’uomo, delle convenzioni da lui create, artificiale) può essere modificato, ma non ciò che è naturale (che è per definizione soggetto ad altre leggi, immobile ed eterno). Per cui attribuire un carattere naturale (pensare come “dato” un determinato atteggiamento o inclinazione, individuali o collettivi), anche solo in minima parte, al rapporto tra i generi significa negarne la modificabilità, la nostra possibilità di intervento su di essi.

Per esempio: “pulire la merda rileva della natura delle donne”. Tale proposizione viene intesa, quasi ovunque come “le donne sono donne”, è un fatto naturale, le donne puliscono la merda poiché è nella loro natura e, d'altro canto, in funzione di questa specializzazione d'origine genetica, farlo non le disgusta, ciò che prova che farlo è per loro naturale. Nello stesso modo (negli Stati Uniti): “È nella natura dei negri non lavorare” significa che il fatto che i negri siano neri è un fatto naturale, ed è la loro natura che li porta ad essere disoccupati, e del resto essi sono pigri e non vogliono far nulla, il che dimostra che per loro essere disoccupati è naturale, e così via. Ma le donne non “amano” la merda più di quanto lo facciano gli uomini (ovvero per niente) analogamente al fatto che i Neri non “amano” meno lavorare dei Bianchi (ovvero non di più). Si tratta di processi alle intenzioni dei loro stati d'animo puramente soggettivi. In compenso ciò che è relativo alle pratiche effettive dei gruppi “donne” e “negri” (il pulire, la disoccupazione), ciò che ha a che fare con i fatti, è giusto: le donne puliscono la merda ed essere negro condanna alla disoccupazione... ma la relazione tra i fatti è falsa.
L'idea spontanea di natura introduce una relazione erronea tra i fatti, modificando i caratteri stessi dei fatti. E questo in una determinata direzione: la natura enuncia l'eternità degli effetti di certi rapporti sociali sui gruppi dominati. Non la perpetuazione di questi stessi rapporti (che nessuno vuole vedere, il che è comprensibile: essi sono come il sole, accecano), ma l'eternità dei loro effetti: l'eternità della disoccupazione e della merda. Il nodo della questione è precisamente questo: un rapporto sociale, qui un rapporto di dominio, di forza, di sfruttamento, quello che secerne l'idea di natura, è considerato come il prodotto dei tratti interni all'oggetto che subisce il rapporto, tratti che si esprimerebbero e si dispiegherebbero in pratiche specifiche. Parlare di una specificità delle razze, dei sessi, parlare di una naturale specificità dei gruppi sociali, significa dire in maniera sofisticata che una “natura” particolare è direttamente produttrice di una pratica sociale e fare l'impasse sul rapporto sociale che questa pratica attualizza. Insomma, si tratta di uno pseudomaterialismo.
Ora, l'idea di natura applicata ai gruppi in rapporto di relazione, evacua la conoscenza del rapporto sociale che li lega concentrando, dapprima, l'attenzione e, in seguito, la spiegazione su tratti isolati, frammentati, presunti intrinseci, eterni, che sarebbero direttamente le cause di una pratica, essa stessa puramente meccanica. È in questo modo che lo schiavismo diventa un attributo del colore della pelle, la non remunerazione del lavoro domestico un attributo della forma del sesso. O meglio; ciascuna delle multiple obbligazioni che impongono quei determinati rapporti che sono lo schiavismo e il matrimonio sarebbe un tratto naturale – a moltitudine di questi tratti naturali fondendosi per tracciare la natura specifica del gruppo sociale che subisce il rapporto di dominio. In tal modo si inventa l'idea di gruppo naturale: di “razza”, di “sesso”, che inverte il ragionamento.4


2. RAPPORTO TRA PATRIARCATO E CAPITALISMO
Come è possibile che il patriarcato sia un prodotto del capitale dal momento che, storicamente, lo precede? In cosa consiste il nesso tra capitalismo e dominio di genere?

Il patriarcato, nella lettura che abbiamo sommariamente definito femminista/culturalista, non è riducibile al capitalismo, ma rappresenterebbe un istituto “a parte” la cui base economica è individuata nel “modo di produzione domestico” (il lavoro di cura, il compito della procreazione e, secondo alcune teorie, anche la prestazione sessuale), le donne costituirebbero dunque una vera e propria “classe a sé”. Dopo aver letto la Kollontaj vediamo, con Engels, qual è la posizione del marxismo classico sulla questione.
Abbiamo detto che per il marxismo bisogna tener presente la funzione (e non dunque l’ordine temporale), ovvero l’utilizzo strumentale, del patriarcato fatto dal capitale. Non si tratta di un processo meccanico (né di derivazione, né, eventualmente, di scomparsa), ma della capacità del capitale di assumere a sé, di “mettere a valore” anche istituzioni, consuetudini precedenti alla sua comparsa nella forma compiuta nella quale lo conosciamo, laddove possono essere utili a far profitto o a mantenere stabile l’ordinamento sociale (salvo sbarazzarsene quando non gli servono più o sono troppo difficili o costose da mantenere in piedi). In particolare, nel brano seguente, Engels mostra come divisione di genere e famiglia monogamica vadano di pari passo col consolidamento della proprietà privata (istituzione alla base del capitalismo) ed accumulazione del capitale. Possiamo notare anche come valori “culturali” come la fedeltà e la monogamia (della donna, of course) non abbiano un’origine di carattere “morale” (culturale), ma siano legati a doppio filo con quest’idea di “funzionalità” (per questa ragione non possono essere estirpati solo tramite una rivoluzione soltanto etica, dei costumi, ma materiale, economica).

Essa [la famiglia monogamica] nasce dalla famiglia di coppia, come si è già dimostrato, nell’epoca che segna i limiti tra lo stadio medio e lo stadio superiore della barbarie. La sua definitiva vittoria è uno dei segni distintivi del sorgere della civiltà. E’ fondata sul dominio dell’uomo, con l’esplicito scopo di procreare figli di paternità incontestata, e tale paternità è richiesta poiché questi figli, in quanto eredi naturali, devono entrare un giorno in possesso del patrimonio paterno. Si differenzia dal matrimonio di coppia per una assai più grande solidità del vincolo coniugale, non più dissolubile ad arbitrio delle due parti contraenti. E’ regola ora che solo il marito possa sciogliere il vincolo e ripudiare la moglie. Il diritto alla infedeltà coniugale, anche ora, gli resta garantito per lo meno dal costume (il Code Napoléon glielo attribuisce espressamente sino a che egli non porti la concubina sotto il tetto coniugale) e viene sempre maggiormente esercitato a misura che avanza il progresso sociale. Se la moglie si ricorda della antica prassi sessuale e vuole rinnovarla, viene punita più severamente di quel che mai accadesse prima. Questa fu l’origine della monogamia, così come possiamo seguirla nel popolo più civile e di più alto sviluppo dell’antichità. Essa non fu, in alcun modo, un frutto dell’amore sessuale individuale col quale non aveva assolutamente nulla a che vedere, giacché i matrimoni, dopo come prima, rimasero matrimoni di convenienza. Fu la prima forma di famiglia che non fosse fondata su condizioni naturali, ma economiche, precisamente sulla vittoria della proprietà privata sulla originaria e spontanea proprietà comune. La dominazione dell’uomo nella famiglia e la procreazione di figli incontestabilmente suoi, destinati a ereditare le sue ricchezze: ecco quali furono i soli ed esclusivi fini del matrimonio monogamico, enunciati dai Greci senza ambiguità! 5


3. É POSSIBILE UNA LOTTA SUL PIANO ECONOMICO (di classe) CHE NON TENGA CONTO DI QUELLO IDEOLOGICO E VICEVERSA? In questa lotta l’uomo può essere un potenziale alleato?

Ovviamente il legame tra capitalismo e patriarcato non riguarda solo la sua origine (la conservazione e trasmissione del patrimonio di cui parla Engels nel brano qui sopra), ma ha molteplici sfaccettature. Restando sugli aspetti che riguardano il piano strutturale (ovvero economico) possiamo vedere come le donne costituiscano – parlando su larga scala, al di là dei casi specifici – una massa di forza lavoro a basso costo, da più punti di vista. “Se in tempi di espansione economica è necessario immettere le donne nel mercato del lavoro (spesso abbassandone così il costo), in tempi di crisi, licenziare una donna è più facile che licenziare un uomo: la donna è sempre in bilico tra il dentro e il fuori, non è, di norma, con il suo stipendio, che la famiglia pensa di dover tirare avanti. Ora, tutti sappiamo che non è affatto così, eppure nel nostro immaginario, costruito ad arte dal capitale, una mamma casalinga è preferibile ad un padre disoccupato, e finché il nostro compagno lavora noi possiamo “accontentarci” di un impiego in uno dei tanti call center (nei quali, non a caso, dopo i giovani, la categoria di lavoratori più diffusa è proprio quella delle donne di mezza età che vi lavorano temporaneamente per “arrotondare”) e di lavoretti saltuari. 
Così l’esclusione delle donne dal mondo del lavoro può avvenire in maniere differenti, più o meno soft:
• vengono licenziate più facilmente perché sono in linea di massima tradizionalmente meno organizzate per la lotta, sono culturalmente e socialmente più predisposte ad accettare con rassegnazione il ritorno tra le mura domestiche (benché ci siano, per fortuna, molti esempi che smentiscono questa tendenza);
• vengono assunte con maggiore reticenza (ma questa considerazione è forse, purtroppo retaggio del passato, con il lavoro a tempo determinato vale poco…): assumere una donna comporta degli oneri per l’azienda (permessi, maternità);
• di fronte ad una disoccupazione dilagante molte donne semplicemente rinunciano a cercare e trovare lavoro.
Similmente agli immigrati, le donne giocano un ruolo di primo piano nel cosiddetto esercito industriale di riserva, vengono assorbite ed espulse dal mercato senza soluzione di continuità, spesso vivendo questa estrema precarizzazione della loro esistenza come un destino, addirittura come provvidenziale, essendo gravate anche dal lavoro domestico. Le vite delle donne italiane sono così vite a basso costo: non solo vengono licenziate con maggior frequenza, ma vengono assunte – rispetto ai colleghi maschi – più frequentemente con contratti di lavoro atipici e percepiscono un salario inferiore anche del 20/30% e, nonostante il livello di istruzione femminile sia in media più alto, sono occupate in prevalenza in settori spesso non coperti da ammortizzatori”.6

Scrive Carla Filosa a tale proposito: Forse per parlare in modo concreto di donne, ancora oggi, vale la pena ricordare che questo termine “donna” è solo un’astrazione generica, in quanto riferito prevalentemente a dati di ordine naturale o esteriori. Acquista invece significato storico specifico se lo si mette in correlazione con determinazioni che lo sostanziano di contenuti sociali identificabili, quali l’uso della differenza come particolare “risorsa” capitalistica, per una gestione del reclutamento ed erogazione della forza-lavoro femminile che ingloba in modo invisibile tutti i meccanismi della marginalizzazione od esclusione lavorativa e sociale. Ciò che in altri termini si vuole sottolineare è che la “donna” è stata ridotta, per l’appunto, a una funzione storica dei rapporti capitalistici: addestrata alla mediazione del consenso tra le generazioni per la continuità temporale di tali rapporti, è altresì adattabile ad entrare ed uscire dal mercato del lavoro - in cui è relegata per lo più entro i livelli di reddito più bassi - per costituire un jolly perennemente usabile per il risparmio sociale, senza tèma di ribellione organizzata nei confronti del comando del capitale7. E ancora: “(La donna) diviene così veicolo di valore d’uso senza valore, ovvero assoluta appropriazione del capitale che, senza far nulla, per pura tradizione conservata, riesce ad occultare i fini sociali di siffatta attività coercitivamente “volontaria”, come se non si trattasse di valore d’uso per altri, reso inesistente nella rappresentazione culturale della “normalità”. Ella diviene così, in modo splendidamente virtuale e pertanto credibile, una minoranza da riguardare con sufficienza o noncuranza - se ai gradini più bassi della gerarchia sociale - o di attenzioni particolari, come standard d’integrazione attraverso tutte le forme di futilità privilegiata o di obbedienza ferrea alla normativa prestabilita - se appartenente invece alla cerchia del potere. In quanto apparente minoranza, connotata da un’identità fissabile oltre la storia, rinvia alla perfezione ad un modello di esistenza alienata tout court non più riconducibile alla lotta di classe, e pertanto continuamente sfuggente ad una coscienza che si emancipa nelle forme materialisticamente oggettive e soggettive dei rapporti sociali.8

È in quest’ottica che il piano strutturale (per es.: le donne guadagnano meno; vengono licenziate più facilmente, etc.) e quello sovrastrutturale (il loro salario è percepito come accessorio, etc.) vanno a braccetto e non si può smontare il primo senza intervenire anche sull’altro. Come scrive è dunque necessario spezzare una sorta di complicità che viene a costituirsi, ed è artificiosamente incoraggiata, tra dominante e dominare, bisogna spezzare un vincolo di violenza simbolica e contemporaneamente, aggiungiamo noi, di violenza materiale per liberare le donne dal doppio giogo che è imposto loro. Si tratta di un circolo vizioso: senza liberarsi della subalternità materiale non ci si può liberare dei quella culturale e viceversa.

La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che il dominato non può non accordare al dominante (quindi al dominio) quando, per pensarlo e per pensarsi o, meglio, per pensare il suo rapporto con il dominante, dispone soltanto di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui e che, essendo semplicemente la forma incorporata del rapporto di dominio, fanno apparire questo rapporto come naturale; o, in altri termini, quando gli schemi che egli impiega per percepirsi e valutarsi o per percepire e valutare i dominanti (alto/basso, maschile/femminile, bianco/nero) sono il prodotto dell’incorporazione delle classificazioni, così naturalizzate, di cui il suo essere sociale è il prodotto.9

Questo ha portato, come si è accennato, a parlare in taluni casi di “classe femminile” (e in questo senso si potrebbe forse parlare di “autonomia di genere” – ovvero di creazione di un universo di valori, di modi di vita, declinati al femminile, creati per reazione e contro quelli imposti dagli uomini – come si parla di “autonomia di classe”). Il limite di questa impostazione sta nell’anteporre di fatto, quando non anche in teoria, l’elemento del genere a quello sociale, economico di classe, facendo appunto un discorso che diviene, volontariamente o involontariamente, interclassista. In questa prospettva anche la libertà e l’autodeterminazione delle donne vanno intese sempre come elementi che si costituiscono socialmente e all’interno di questo dominio simbolico (per reazione o elaborandolo), non esistono in termini assoluti (questa è anzi l’illusione che vuole darci questo sistema: quello di essere completamente liberi e autonomi come se fossimo sospesi nel nulla e non soggetti a regole e convenzioni sociali più meno striscianti ) e non hanno tutte uguale “peso”. Se, in linea di massima, la libertà individuale riguarda i margini relativi che il capitalismo lascia alla scelta e all’azione del singolo, la libertà collettiva (che va verso un modello universale, che riguarda un’azione organizzata, che ha un orizzonte emancipativo generale) è sempre in qualche modo collegata al sovvertimento dell’ordine vigente.
Quello che può essere interessante tenere presente, come vediamo nei brani di Engels qui sotto, è come anche in una prospettiva fortemente concentrata sull’elemento strutturale (economico) e pure un pochino meccanica (Engels era un uomo del suo tempo, non bisogna prendersela troppo!), dominio simbolico e materiale siano sempre strettamente collegati e che l’antagonismo tra i generi (l’idea che l’uomo sia nemico della donna) si ponga solo per essere superato (si badi bene, non messo da parte, ma ricomposto attraverso un lavoro e una lotta).

Con la famiglia patriarcale, e ancor di più con la famiglia monogamica, le cose cambiarono. La direzione dell’amministrazione domestica perdette il suo carattere pubblico. Non interessò più la società. Divenne un servizio privato; la dona divenne la prima serva, esclusa dalla partecipazione alla produzione sociale. Soltanto la grande industria dei nostri tempi le ha riaperto, ma sempre limitatamente alla donna proletaria, la via della produzione sociale. Ma in maniera tale che se essa compie i propri doveri nel servizio privato della sua famiglia, rimane esclusa dalla produzione pubblica, e non ha la possibilità di guadagnare nulla; se vuol prendere parte attiva dell’industria pubblica e vuol guadagnare in modo autonomo, non è più in grado di adempiere i doveri familiari. E come accade nella fabbrica, così procedono le cose per la donna in tutti i rami della attività, compresa la medicina e l’avvocatura. La moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata, e la società moderna è una massa composta nella sua struttura molecolare da un complesso di famiglie singole. Al giorno d’oggi l’uomo, nella grande maggioranza dei casi, deve essere colui che guadagna, che alimenta la famiglia, per lo meno nelle classi abbienti; il che gli dà una posizione di comando che non ha bisogno di alcun privilegio giuridico straordinario. Nella famiglia egli è il borghese, la donna rappresenta il proletario. Nel mondo dell’industria lo specifico carattere dell’oppressione economica gravante sul proletariato, spicca in tutta la sua acutezza soltanto dopo che tutti i privilegi legati a particolari della classe capitalistica sono stati eliminati, e dopo che la piena eguaglianza di diritti delle due classi è stata stabilita in sede giuridica. La Repubblica democratica non elimina l’antagonismo tra le due classi: offre al contrario per prima il suo terreno di lotta. E così anche il carattere peculiare del dominio dell’uomo sulla donna nella famiglia moderna, e la necessità, nonché la maniera, di instaurare un’effettiva eguaglianza sociale dei due sessi, appariranno nella luce più cruda solo allorché entrambi saranno provvisti di diritti perfettamente eguali in sede giuridica. Apparirà allora che l’emancipazione della dona ha come prima condizione preliminare la reintroduzione dell’intero sesso femminile nella pubblica industria, e che ciò richiede a sua volta l’eliminazione della famiglia monogamica in quanto unità economica della società.
Ma ciò che sicuramente scomparirà della monogamia sono tutti i caratteri che le sono stati impressi con la sua nascita dai rapporti di proprietà: cioè, primo, il predominio dell’uomo; secondo, l’indissolubilità. Il predominio dell’uomo nel matrimonio è una semplice conseguenza del suo predominio economico e cadrà da sé con la scomparsa di questo. L’indissolubilità del matrimonio è, in parte, conseguenza della situazione economica nella quale è sorta la monogamia, in parte tradizione proveniente dall’epoca in cui il nesso di questa situazione economia con la monogamia non era ancora ben compreso ed era spinto troppo oltre per motivi religiosi.
(…) Quello che noi possiamo dunque presumere circa l’ordinamento dei rapporti sessuali, dopo che sarà spazzata via la produzione capitalistica, il che accadrà fra non molto, è principalmente di carattere negativo, e si limita per lo più a quel che viene soppresso. Ma che cosa si aggiungerà? Questo si deciderà quando una nuova generazione sarà maturata. Una generazione di uomini i quali, durante la loro vita, non si saranno mai trovati nella circostanza di comperarsi la concessione di una donna col danaro o mediante altra forza sociale; e una generazione di donne che non si saranno mai trovate nella circostanza di concedersi a un uomo per qualsiasi motivo che non sia vero amore, né di rifiutare di concedersi all’uomo che amano per timore delle conseguenze economiche.10


4. SUL “SEPARATISMO”. Quale approccio di lotta, alla luce della relazione individuata tra lotta rivoluzionaria e emancipazione di genere, è più utile assumere?

Fatto questo quadro sarebbe facile dire che un’ottica di lotta separatista (le donne che discutono e si organizzano in ambiti non misti) nelle questioni di genere sia in contraddizione con quanto detto fin qui. Questo varrebbe certamente se ci trovassimo in un “laboratorio sterile” e non in un mondo pieno di contraddizioni. Per quanto le prospettive marxiste più rigorose abbiano (con qualche eccezione nel femminismo tedesco) messo da parte questo tipo di impostazione, prima di lasciar parlare direttamente le compagne del Black Panther Party (che hanno dovuto affrontare, come loro stesse sottolineano, quotidianamente il problema del sessismo nelle loro comunità), aggiungiamo che ogni presa di coscienza passa per “guardarsi e riconoscersi” (si veda d esempio L’ideologia tedesca, K. Marx), comprendere cioè che chi ci sta di fianco ha i nostri stessi bisogni ed esperienze. In alcuni contesti questo rispecchiamento può essere più complesso e deve forse passare per una fase di separazione dei sessi (per questione di pudore, di disabitudine a relazionarsi con soggetti di sesso maschile), quando ad esempio ci sono condizioni di forte dipendenza economica e culturale dal modello patriarcale (da un punto di vista soggettivo o oggettivo)11. Sottolineiamo questo aspetto perché ci sembra che, se l’obbiettivo è lottare tutti assieme e comprendere che la lotta di genere non riguarda solo le donne, allora bisogna capire, con spregiudicatezza, quali sono gli strumenti migliori per farlo in contesti e situazioni differenti.

DOMANDA: Puoi spiegarci che cosa vuoi dire quando sostieni che il successo della rivoluzione dipende dalle donne? Le organizzazioni del movimento sono sempre state dominate dagli uomini, proprio come le organizzazioni per i diritti civili erano di solito dominate da bianchi.
PANTERA: Non so, la cosa mi sembra illogica, perché non si può risolvere il problema se non partendo dal problema. Non ci si può liberare dello sciovinismo maschile se non si ha neppure il coraggio di affrontarlo, se lo si sfugge. Io penso che formare un’organizzazione separata con quello specifico obiettivo significherebbe negare o contraddire proprio quello che si cerca di fare. Io penso che qualsiasi tipo di organizzazione interna che si occupa della liberazione delle donne dovrebbe tener presente che la liberazione delle donne è si importante, ma ciò che più importa è liberazione del popolo. Se si vuole formare un gruppo femminile non ci sono problemi: cose di questo genere esistono da secoli. Ma se facciamo un gruppo, occupiamoci di quello e non pretendiamo di definirci rivoluzionarie.
DOMANDA: Alcune sorelle sostengono che il movimento non è riuscito ad attirare un gran numero di donne a causa dello sciovinismo che esiste all’interno del movimento e dall’atmosfera di intimidazione presente in molte organizzazioni politiche. Non si riesce ad attirare l’altra metà perché dominano gli uomini. Le donne devono mettersi insieme e parlare dei loro specifici problemi per coinvolgere nella lotta un maggior numero di donne.
PANTERA: Io penso che la valutazione che noi diamo alle varie correnti, come del resto dei vari gruppi indipendenti, deve dipendere dal fatto se in fin dei conti essi promuovano o meno il movimento rivoluzionario. Voglio dire, se ci si riunisce per rendere più efficiente l’organizzazione e se in effetti si riesce a farlo attraverso la prassi, allora va benissimo. Ma se si cade nella trappola di riunirsi solo per piangere sul modo in cui vanno le cose e non si riesce a portare avanti un programma concreto, allora questo è un tipo di organizzazione sterile. Insomma, quello che ci si deve chiedere è se la prassi di una data organizzazione è tale da promuovere o no la maturazione di un’organizzazione rivoluzionaria.12


note

1 Sul doppio livello – strutturale e sovrastrutturale – di questo assoggettamento rimandiamo ad un documento che abbiamo scritto alcuni anni fa sul legame tra sopraffazione di genere e Crisi economica: La crisi ha il volto delle donne.
2 Non si è lasciato ad esempio sufficiente spazio all’approccio materialista, ma non strettamente marxista, che intende le donne come classe: è un approccio importante, ma che non condividiamo e che in parte rimanda alla teoria della produzione del valore – per intenderci alla “produzione sociale” e del “tempo di vita” –, il tema non si è esaminato perché richiederebbe forse, di base, un approfondimento preliminare proprio sulla valorizzazione tout court che in questo contesto non c’era modo di fare.
3 A. Kollontaj, Elementi sociali della questione femminile, in id., Vivere la Rivoluzione, Garzanti, Milano 1979, p. 57.
4 C. Guillaumin, Race et Nature. Systéme des marqus, idée de groupe et raports sociaux (1977), in AA. VV., Non si nasce donna, (a cura di S. Garbagnoli e V. Perilli), Alegre, Milano 2013, pp. 79-80.
5 F. Engels, L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato (1884), Editori Riuniti, Roma 1970, pp. 89 e 92.
6 La crisi ha il volto delle donne.
7 C. Filosa, La donna senza qualità, è possibile leggere per intero questo articolo e quello citato più avanti, assieme agli altri scritti di Carla Filosa pubblicati sulla rivista “La contraddizione”, a questo link.
8 C. Filosa, La questione femminile e il marxismo, per i riferimenti ai testi completi si veda la nota precedente.
9 P. Bourdieu, Il dominio maschile (1998), Feltrinelli, Milano 2015, pp. 45-46.
10 F. Engels, op. cit., pp. 101 e 109.
11 Permetteteci di aggiungere che ci auguriamo che invece in contesti “militanti” questa questione non debba avere ragione di essere posta.
12 Le compagne del partito e la questione dell’emancipazione femminile, in AA.VV., Il Black Panther Party, (a cura di A. Martinelli e A. Cavalli), Einaudi, Torino 1971, pp. 257-258.





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