PER LA FIEREZZA E LA DIGNITÀ

Avevo 18 anni quando uno dei papi più infami della storia (ma anche più amati e inattaccabili), il papa polacco della fine del blocco comunista, il papa amico dei dittatori sudamericani, Giovanni Paolo II, arrivò in visita a Cuba. Mi ricordo perfettamente di lui che scendeva dalla scaletta e di Fidel che lo aspettava sulla pista composto e fiero, per una volta col completo elegante e non con la mimetica.

Solitamente il papa nelle sue visite nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo (è proprio Giovanni Paolo II che ha inaugurato questo “trend”) andava a trovare i poveri, i bambini rinsecchiti e con le pance gonfie in Africa, i vecchi negli ospizi pubblici o riversi per le strade in India (chi come me era piccolo negli anni Ottanta certamente avrà bene in mente queste immagini). E io mi ricordo che ero incazzata e spaventata, che non volevo rivedere, a Cuba, le stesse espressioni di paternalismo, di carità pelosa dell'Occidente. Ma Fidel fa uno dei discorsi più belli di sempre, non l'ho più riletto e non potrei riportare le parole, ma diceva più o meno così: “ciao papa, benvenuto, non voglio niente da te, ma voglio offrirti io qualcosa: la possibilità di conoscere un sistema di vita nel quale i bambini vengono curati e non muoiono di fame, a voi europei non ho niente da chiedere – questo era il messaggio di fondo – ma qualcosa da insegnarvi”.

So che può sembrare una cosa retorica o banale, ma fu un momento entusiasmante, perché, in una delle fasi più nere della storia cubana, la fine degli anni Novanta, Fidel non si era piegato come tutti credevano, ma aveva dimostrato che la Rivoluzione non aveva solo vinto, ma stava vincendo ancora...


PER LA DIVISA MILITARE

Ho sempre pensato che quella divisa fosse un simbolo importante, che comunicasse l'idea che combattere per la rivoluzione significhi essere ingaggiati in una guerra infinita e senza tregua. Questo pensiero che nella mia testa non si era mai ben fissato in parole, l'ho visto scritto nero su bianco quando per la prima volta ho letto I dannati della terra di Franz Fanon, e proprio quello che lui ha scritto a questo proposito, la consonanza con quello che io stessa sentivo, mi ha fatto innamorare di questo autore. Vi riporto il passaggio (che dice molto anche sulla comunicazione politica e sull’empatia necessaria per rappresentare ed entrare in connessione con il popolo):
La diplomazia, così come è stata inaugurata dai popoli da poco indipendenti, non è più di sfumature, di sottintesi di gesti magnetici. Il fatto è che quei portavoce sono incaricati dai loro popoli di difendere al tempo stesso l'unità della nazione, il progresso delle masse verso il benessere e il diritto dei popoli alla libertà e al pane.
E' dunque una diplomazia in movimento, infuriata, che contrasta stranamente col mondo immobile, pietrificato, della colonizzazione. E quando Krusciov brandisce la scarpa all'ONU e la picchia sul tavolo, nessun colonizzato, nessun rappresentante dei paesi sottosviluppati ride di questo. Parchè ciò che Krusciov mostra ai paesi colonizzati che lo guardano è che lui, il mugik [il contadino] che del resto possiede missili, tratta quei miserabili capitalisti come si meritano. Allo stesso modo, Castro che siede in divisa militare all'ONU non scandalizza i paesi sottosviluppati. Ciò che mostra Castro è la coscienza che egli ha dell'esistenza del regime continuato della violenza. C'è da stupirsi che non sia entrato all'ONU col mitra; ma forse vi si sarebbero opposti? Le sommosse, gli atti disperati, i gruppi armati di coltellacci e di scuri trovano la loro nazionalità nella lotta implacabile che accende l'un contro l'altro il capitalismo e il socialismo.


PERCHÈ È UNO DI QUELLI CHE FANNO "IL GRIGIO LAVORO QUOTIDIANO"

Questa cosa che sembra (e forse è) la più stupida, per me è stata la più importante. Per carità Fidel ai compagni è sempre piaciuto ma... Che Guevara è un'altra cosa. Stava sulle magliette e sulle bandiere, gli hanno scritto 10.000 canzoni, era bello, avventuroso e pure fotogenico. Non mi fraintendete il Che piace pure a me e come tutti quelli della mia generazione avevo la bandiera in camera (e pure appesa al balcone al posto di quella della pace per un certo periodo!), mi esaltavo per la copertina del disco dei RATM, ho letto I diari della motocicletta etc. etc., però Che Guevara – certo spinto dal desiderio di contribuire alla rivoluzione, non semplicemente per voglia di avventura! – se ne va, non rimane a fare il ministro a Cuba dopo la Rivoluzione, ma si sposta prima in Africa, poi in Sud America a combattere fianco a fianco con i popoli che si stavano ribellando all'imperialismo. Invece Fidel resta, resta e si prende tutte le grane (sei un dittatore! no alla censura! stai affamando il tuo popolo! e compagnia bella...). A me questo fatto è sempre piaciuto, ho sempre pensato che se si doveva prendere qualcuno a modello quello era lui, il capofila di tutta quella serie di rivoluzionari che sono un po' meno affascinanti, ma altrettanto necessari degli eroi romantici e avventurosi. Quelli che devono nascondere le paure e gli acciacchi per non farsi vedere stanchi o abbattuti, quelli che muoiono vecchi.

E così nella “sfida” Guevara/Castro io ho sempre tifato Fidel (come mi è sempre più piaciuto Achille, il rozzo che fa il suo dovere, che quell'eroe sensibile di Ettore che alle porte Scee mi fa venire il latte alle ginocchia) e ora che non c'è più mi chiedo cosa pensa di lui chi oggi ha 16 anni, se la propaganda degli ultimi vent'anni ha offuscato per sempre il suo mito o se invece qualcosa rimane. E, scusate la retorica, penso che anche questo sia un po' il nostro dovere: fare in modo che qualcosa rimanga, non per lui, ma per noi, perché ne abbiamo ancora troppo bisogno, io almeno sì e, vi sembrerò stupida, ma sapere che lui – anche se ormai vecchio, non più in mimetica, ma in tuta e un po' tremolante – era lì, un po' mi rincuorava e invece oggi mi sento un po' più sola.

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