Il tempo passa veloce, soprattutto quando sei preso a fare tante cose, proiettato verso quel futuro che dobbiamo per forza cambiare.

E così non ci siamo accorti che è già passato un mese da quando si è chiuso il nostro festival. Per non dimenticare quel momento, e per socializzare con chi non è potuto venire un po’ di quello che si è detto e di quello che è stato, pubblichiamo qui una sintesi complessiva e il report dei quattro tavoli di lavoro… Consapevoli che la tre giorni di settembre è stata solo un inizio, che il percorso per costruire in questo paese una reale alternativa, che metta al centro la questione del potere popolare, sarà lungo. Ma allo stesso tempo anche inaggirabile: il Grande Rivolgimento, come lo chiamava Brecht, o metterà al centro le classi subalterne, il popolo, o non sarà!

Dal 9 all’11 settembre 2016 ci siamo incontrati all’Ex-OPG “Je so’ pazzo” con centinaia di compagni provenienti da tutta Italia per discutere di alcuni temi che ci stanno a cuore, fare un bilancio delle esperienze e delle lotte che abbiamo animato e sostenuto nell’ultimo anno, provare a trovare assieme nuovi percorsi e pratiche da sperimentare. Insomma: per farci tante domande e darci alcune risposte.
Così per tre giorni circa 400 persone (130 da tutta Italia, il resto da Napoli e Campania) si sono incontrate per confrontarsi non solo nell’ambito delle tre assemblee o dei quattro tavoli tematici, dei quali riportiamo i report qui in calce, ma durante i pranzi, le cene, le nottate passiate assieme.
 
Questo festival è stato per noi compagne e compagni di Je so’ pazzo, un’esperienza bellissima, l’occasione per conoscere chi non avevamo mai incontrato o per approfondire la conoscenza di quelli con cui stiamo facendo la strada assieme già da un po’, non per darci scadenze e appuntamenti, ma per socializzare le esperienze e i ragionamenti. L’entusiasmo che abbiamo respirato in quei tre giorni, ne siamo certi, ci sta servendo e ci servirà a darci energia e voglia di lottare per quest’anno che, tra mobilitazione studentesca, referendum e lotte sui territori, si preannuncia pieno di impegni e di sfide.

Questa energia non è soltanto frutto di un’ondata passeggera di esaltazione, ma nasce da una consapevolezza: se guardiamo da lontano il nostro Paese, nel complesso, e attraverso i media, sembra che si muova poco o niente in termini di lotte, che le coscienze siano addormentate. Invece, incontrandoci e confrontandoci, ci mettiamo in condizione di osservare più da vicino quello che sta accadendo, ci rendiamo conto che ci sono tanti fronti di resistenza aperti, tanto fermento, tante vittorie che conquistiamo assieme ogni giorno. È anche per questa ragione che è necessario “mettere in rete” le esperienze e le lotte, per renderle visibili, oscurate come sono dai media, e più forti, solo così ogni realtà politica può far sì che il suo lavoro quotidiano divenga carburante per quello delle altre.

Molti sono stati i temi ricorrenti e condivisi emersi in quei tre giorni di settembre, a dimostrazione che, nonostante non ci sia un coordinamento formale o una comunicazione costante tra le varie realtà che si sono incontrate a Napoli, i problemi, le difficoltà, ma anche i punti di forza sono spesso gli stessi. La battaglia per il NO al Referendum Costituzionale è stata individuata come nodo cruciale per arrestare la deriva autoritaria del Governo Renzi, e per incentivare piuttosto una vera partecipazione popolare e dal basso. Così come è stata condivisa la necessità di attivare reti e pratiche che rendano sempre più possibile ed efficace il controllo popolare sulle istituzioni. Non solo sulla spesa pubblica, ma sulle decisioni che determinano il nostro futuro, il nostro lavoro, la nostra salute, i nostri territori.

La messa al centro di queste due questioni, il referendum e il controllo popolare (in tutti i modi e le forme in cui è possibile declinarlo), muove da un’analisi del reale, non da prese di posizione stantie. Per le decine di collettivi, comitati, centri sociali intervenuti durante i dibattiti, mai come adesso è necessario superare l’elitarismo e l’autoreferenzialità che troppo spesso hanno contraddistinto il Movimento. Senza rinunciare alla nostra identità, alla nostra tradizione e storia, dobbiamo impegnarci concretamente – questo sembrava essere lo sfondo di molti degli interventi alle assemblee e ai tavoli – nel riattivare una partecipazione popolare e di massa, nel parlare a tutti, nel coinvolgere nelle lotte anche chi, fino ad ora, ne è rimasto escluso.

Questo passo implica uno sforzo non di piccolo conto: si tratta di rimetterci in discussione (talvolta di fare autocritica), di abbandonare armi spuntate, ma che ci erano familiari, e procurarcene altre più affilate, ma con le quali abbiamo meno dimestichezza, di iniziare a comunicare e ad impostare le nostre pratiche in modo che esse possano risultare veramente inclusive.
Così se l’elitarismo della sinistra riformista, inteso come mancanza di volontà di attivare e di parlare al popolo per coinvolgerlo, come tecnica di conservazione del potere, non ci è mai appartenuto, dobbiamo anche evitare, e questo è certamente uno dei nostri propositi come Ex-OPG, una sorta di elitarismo antagonista, quella tendenza – spesso dettata dalla difficoltà, dalla fatica, dall’incapacità a rinnovarsi, e non certo dall’opportunismo o dalla cattiva volontà – a parlare solo a noi stessi e a quelli come noi, alla ristretta cerchia degli attivisti e dei militanti. E pensare piuttosto una strategia che possa invece far stare dentro tutti, anche le cosiddette persone “normali” che spesso vedono i comunisti come degli “alieni”… Dobbiamo recuperare quel modo di essere e di sentire che è sempre stato il nostro sin dal 1848: quello di stare dentro la classe, a contatto con le persone, come pesci nell’acqua, diceva un vecchio saggio.

In cosa consiste questo sforzo? Certo, come si diceva sopra, nell’impegno a ritarare la comunicazione, nell’essere inclusivi, più organizzati e credibili, nell’offrire alternative concrete. Ma non solo. Si tratta prima di tutto di uno sforzo nel cambiare il nostro sguardo, nell’avere fiducia nel popolo, nell’andare “a scuola dalle masse”.

Se progressivamente si cercano di annientare gli spazi dove potrebbe guadagnare consenso un’alternativa radicale all’esistente (anche a questo servono la nuova legge elettorale e il referendum), dove potrebbero svilupparsi la partecipazione e il potere popolare (pensiamo all’accordo sulla rappresentanza nei posti di lavoro), se più in generale ci vengono sottratti e disgregati i terreni sociali su cui possiamo mettere radici, siamo noi a doverci assumere il compito di rifondarli, di ricostruire comunità non solo capaci di resistere, ma di andare all’offensiva, di riprendersi il proprio diritto alla decisione, alla partecipazione, alla scelta.
Anche per questo, dobbiamo creare nuove forme di socialità e di protagonismo popolare anche sulle piccole cose, senza dimenticare il quadro più ampio, in modo da trasformare l’inchiesta, il mutualismo, la partecipazione attiva e diretta, che tengono in sé germi di società futura, in intervento, riflessione e organizzazione politica.

Abbiamo il compito di prepararci ed essere creativi; proprio come il capitalismo è capace di cambiare e trasformarsi, di essere pervasivo e trovare sempre nuovi modi per fregarci, allora anche noi non possiamo restare immobili, ma dobbiamo mutare la nostra forma, non rimanere in disparte, ma “osare combattere e osare vincere”. Questa trasformazione è un modo effettivo di restituire forza e potere a parole e pratiche che sembravano dover essere messe in soffitta, non parlare e non coinvolgere più nessuno. E che però mostrano la loro vitalità di fronte alla barbarie di un capitalismo senza più alcun freno.

Nella Prefazione alla sua riscrittura dell’“Antigone”, Brecht si chiede a cosa servano i modelli: a fare dell’allievo un maestro, a trasformare il modello stesso, egli risponde. L’autorità del modello – delle nostre parole d’ordine, delle figure e esperienze storiche alle quali facciamo riferimento – non deve mai diventare la morsa della ripetizione che ci paralizza, ma la forza, sempre viva e attiva, che ci aiuta a trasformare il mondo.


Tavolo 1: Ripartiamo dal lavoro: lotte, sindacato, autonomia di classe

Al tavolo hanno partecipato circa 80 persone, espressione di una ventina di realtà impegnate quotidianamente nelle lotte sul mondo del lavoro.
Il tavolo tematico è partito dalla necessità di capire in quale fase ci troviamo oggi per quanto riguarda il conflitto tra capitale e lavoro. Da questo punto di vista il Jobs Act, ultimo atto dell’attacco padronale, è stato un successo innegabile per i padroni, perché ha portato alla precarizzazione di ogni forma di lavoro. Oggi, infatti, tutti i lavori sono più precari, dagli indeterminati alle tantissime ore di lavoro pagate a voucher. Il lavoro è diventato ancora più insicuro anche sul piano strettamente fisico: il progetto di riforma del testo unico sulla sicurezza infatti va nella direzione dello smantellamento dei controlli e delle garanzie.

Durante quest'anno, particolarmente nei mesi estivi, l'azione del governo si è rivolta poi contro il pubblico impiego: i provvedimenti che introducono il licenziamento preventivo, senza contradditorio, praticamente una presunzione di colpevolezza, sono stati accolti da un generale consenso e vengono puntellati periodicamente da casi sempre più fantasiosi di assenteismo che i giornali si affrettano a pubblicare. Il clima per i padroni, quest'anno, è stato talmente positivo che i chimici si sono addirittura concessi il lusso di provare a riprendersi pezzi di salario, in una sorta di scala mobile al contrario, in sede di rinnovo contrattuale: non ce l'hanno fatta ma gli aumenti sono vincolati ai risultati. Infine, è il dibattito di queste settimane, il governo punta a valorizzare la produttività in sede di contrattazione aziendale, indebolendo il contratto nazionale ma contemporaneamente rafforzando il dispositivo legislativo sul lavoro. Com'è stato possibile tutto questo?

Mai come l’anno scorso l'autunno è stato gelido, dimostrando a governo e padroni di aver colpito assolutamente nel segno. Lo è stato per tutti, anche per la CGIL e la FIOM che pensano di poter riempire le piazze a comando, dopo che passano decenni a invitare alla calma e alla moderazione. Il ritorno all'ordine della CGIL è stato quasi una scelta obbligata, che comunque non paga né in termini di consenso né in termini di potere: del resto, se un governo riesce a metterti 80 euro in busta paga senza un’ora di tavolo di confronto vuol dire che si sta sostituendo tout court al sindacato, anche a quelli gialli che comunque restano per tenere buoni i lavoratori: di questo, essenzialmente, parliamo quando parliamo di neocorporativismo.

Il sindacalismo di base non se la passa meglio, ma in questo caso parliamo di limiti oggettivi, non certo della dedizione al conflitto, alla resistenza e alle battaglie che centinaia di rappresentanti sindacali portano avanti tra mille difficoltà. È evidente che le attuali strutture reclamano rinnovamento, ed è per questo che abbiamo la presunzione di credere che una discussione sui temi del lavoro serva a tutti, sia a chi già milita in un'organizzazione strutturata sia a chi, da fuori, cerca di compensarne e superarne i limiti (ma sconta altre e diverse debolezze).

Le chiavi di lettura comuni dei vari provvedimenti che il capitale predispone a livello nazionale e sovranazionale sembra siano essenzialmente due: l'abbassamento del costo del lavoro nei paesi a capitalismo avanzato e la guerra contro la classe per sé. Il secondo obiettivo in questo momento è il più importante e infatti lo stanno ottenendo; si tratta dell'annichilimento delle organizzazioni della classe e della sua capacità di resistenza. Senza voler allargare troppo lo sguardo, è evidente come questa sia la linea di tendenza in Italia a partire almeno dai primi anni '90, ma nelle altre grandi economie continentali – Francia e Germania – la situazione è grosso modo la stessa, o almeno è lo stesso il tentativo. La disgregazione della classe è oggi l'obiettivo principale dell'azione del Capitale.

Di fronte a questa situazione tutti i partecipanti sono stati d’accordo nel riconoscere nella battaglia per il NO al referendum costituzionale una battaglia fondamentale per resistere ad ulteriori arretramenti delle nostre condizioni di vita e della nostra capacità di resistenza. Su questo si è convenuto di sostenere o promuovere la campagna per il NO su tutti i luoghi di lavoro, anche con la creazione di comitati di lavoratori per il NO.

Al di là di questa scadenza, si è discusso molto sugli strumenti da adottare per portare a casa, di nuovo, qualche piccola vittoria, recuperando per la classe quel potere che gli ultimi attacchi hanno preso di mira.

Da molti interventi è venuta fuori l’esigenza di forme di autorganizzazione dei lavoratori che andassero al di là dei confini classici del sindacato, senza per questo mettersi in contrapposizione: in alcune realtà, come a Livorno o a Napoli, esiste già un tentativo in questo senso, rispetto al quale sono state fatte osservazioni positive – sulla capacità di unire i lavoratori al di là delle appartenenze - e negative – c’è ancora molta debolezza e poca capacità di iniziativa autonoma.

Molto si è discusso pure sulla possibilità di generalizzare pratiche come il mutualismo o il controllo popolare dal basso sulle istituzioni. Rispetto a quest’ultimo punto molti interventi hanno messo in evidenza che, pur chiamandolo con nomi diversi, laddove si sviluppano le lotte questa è una pratica che già viene portata avanti anche come elemento per riprendere e rinforzare il protagonismo diretto dei lavoratori. Le varie esperienze riferite hanno mostrato le difficoltà ma anche le capacità che già esistono su tutto il territorio e i successi, anche piccoli, che qua e là si producono per la nostra parte: di fronte all’elemento comune della frammentazione tutti si sono trovati d’accordo sulla possibilità di trovare delle forme di relazione che, anche se solo su aspetti parziali, contribuiscano a ritessere quella rete di cui abbiamo bisogno.

Al termine della discussione i punti sui quali tutti i presenti si sono impegnati e accordati sono stati:

- la necessità di portare la campagna per il NO al referendum in tutti i luoghi di lavoro in cui siamo;
- la volontà di valorizzazione delle esperienze di autorganizzazione territoriale dei lavoratori, sul modello del Coordinamento livornese e della Camere del Lavoro già nate (Napoli) o nascenti (Roma, Firenze, Padova…);
- la messa in rete di tutte le esperienze e realtà di lotta riportate a partire dalla condivisione di uno strumento minimo, una sorta di cassetta degli attrezzi per chi porta avanti esperienze di organizzazione territoriale che possa anche far partire un minimo di confronto più costante e non più legato agli appuntamenti annuali;
- il controllo popolare come strumento per sollecitare le istituzioni, in particolare quelle più “prossime”, soprattutto su questioni legate al lavoro come, ad esempio, appalti, clausole sociali, lavoro nero e voucher;
- la condivisione di un metodo e di strumenti operativi che ci permettano di partire dalle condizioni materiali e riabituarci al protagonismo diretto mettendo in comune le competenze.


Tavolo 2: dal mutualismo all’intervento politico

All’incontro hanno partecipato circa 40 persone provenienti da doposcuola, palestre popolari, attività sociali. L'incontro si è sviluppato seguendo due traiettorie:

- di proposta, confronto e scambio di esperienze circa le attività di mutualismo messe in campo dalle realtà politiche e dalle compagne e compagni presenti alla discussione;
- di riflessione generale sul nesso tra attività sociale (ad es. ambulatori, sportelli legali e per il diritto all'abitare/antisfratto, doposcuola autogestiti, palestre popolari, intervento sui territori, etc.) e attività politica.

Punto di partenza comune per la gran parte degli interventi è stata la nostra difficoltà, come movimenti, attivisti e realtà politiche, negli ultimi anni, di coinvolgere nelle nostre battaglie la maggioranza della popolazione e sulla necessità di fare uno sforzo, anche in termini di linguaggio (rendendoci comprensibili, attrattivi, toccando i punti che interessano la “società reale”, pur senza rinunciare alla nostra identità e tradizione politica) per tornare a parlare a tutti e non solo ad una ristretta cerchia di militanti. Tutte le realtà presenti (da Nord a Sud, da Bergamo a Palermo, da Milano a Potenza, solo per citarne alcune) hanno sottolineato la necessità di riallacciare questo filo, di rimettersi in gioco per provare, ripartendo dalle esigenze quotidiane, ad essere riconosciuti dal proprio soggetto di riferimento e di ricostruire un senso di comunità (che in questa fase storica si è perso).

Le attività sociali, si è detto, ci consentono di avvicinare e far partecipare non solo giovani o persone già politicizzate, ma persone di ogni età (che, casomai, non si sono mai avvicinate prima ad un centro sociale o ad un collettivo politico). L’attività sociale è dunque da intendersi non in senso assistenzialistico (semplicemente come modo di sopperire alle mancanze dello Stato), ma principalmente come scuola di lotta in quanto:

- Rende immediatamente visibile il fatto che tutti insieme siamo una forza, siamo capaci di organizzarci e rendere migliori le nostre vite;
- Legittima il nostro lavoro politico: avere un buon doposcuola o uno sportello legale che funzionino bene significa dimostrarsi potenzialmente affidabili a 360°, divenire un punto di riferimento sul proprio territorio;
- Rendono possibile l’organizzazione immediata di rivendicazioni e lotte più complessive;
- Ci fa incontrare, parlare dei nostri bisogni e dei problemi del territorio: ci fanno prendere coscienza che la nostra situazione non è isolata, ma comune a molti, ci insegnano il meccanismo del governo e della gestione di tutto ciò che ci riguarda, valorizza e mette in comune il sapere e le conoscenze collettive, è il primo passo per un controllo dal basso delle spese e degli interventi pubblici.
Nonostante le esperienze raccolte e esaminate nell'ambito del tavolo (riguardanti sia le realtà presenti che molte altre, anche non italiane, che sono state richiamate nel dibattito, come Cuba, Grecia, Venezuela) mostrino che l'impegno nel costruire reti, attività sociali ed esperimenti di mutualismo portino a dei buoni (talvolta ottimi) risultati, questa strada non è priva di difficoltà o di nodi irrisolti. Possiamo elencarne schematicamente alcuni sperando che la sperimentazione, la pratica quotidiana e nuove occasioni di dibattito e scambio ci forniscano, col tempo, le soluzioni:

- Centralità dell'iniziativa politica: L'attività sociale rischia di essere vissuta come erogazione di un servizio, non favorendo l'estinzione, col passare del tempo, della separazione tra compagni che la “gestiscono” e soggetti che ne “usufruiscono”. Anche per questa ragione, perché questa possa innescare un processo di politicizzazione e di presa di coscienza e portare all'iniziativa politica, è necessario garantire una partecipazione orizzontale alle decisioni e all'organizzazione, non trascurare mai il carattere rivendicativo e di universalità dell'attività (fornire uno sportello per la casa o una palestra popolare significa in prima battuta rispondere ad un bisogno, ma deve divenire anche occasione di organizzare, ad esempio, una lotta, per l'assegnazione e la costruzione di alloggi popolari o la riqualifica di luoghi dove svolgere l'attività sportiva, e tenere al centro un più ampio discorso sul diritto all'abitare o alla salute). 

- Livello locale/nazionale: in alcuni interventi è stata sottolineata la difficoltà di praticare mutualismo o attività sociali in territori che non siano quelli metropolitani (piccoli paesi, o centri abitati rarefatti, nei quali è difficile avere funzione di raccordo) o in città nelle quali ci sia una situazione di relativo benessere, un’abbondanza di servizi (forniti dallo Stato o, a titolo gratuito o semi-gratuito, da privati o associazioni). Questa difficoltà può essere ridimensionata tenendo presente l'obbiettivo del mutualismo e dell'attività sociale, per come sono stati intesi in questo dibattito: costruire reti e incentivare la partecipazione diretta delle popolazioni, in questo senso è possibile individuare in ogni contesto strumenti adeguati e, senza pregiudizi, anche alleati (come associazioni e gruppi di volontari) che ci rendano capaci di riconnetterci al nostro soggetto di riferimento (anche attraverso l'organizzazione di eventi culturali e che promuovano la socialità). Un altro rischio legato ad attività sociali e rivendicazioni territoriali è che queste restino su un piano locale, completamente slegate da un livello nazionale e internazionale, è necessario per questo immaginare reti, rifiutare ogni forma di isolamento e connettersi il più possibile, in modo che ogni lotta rafforzi l'altra e che si possa trovare una cornice, non solo operativa, ma politica, comune.

- Rapporto con le istituzioni: alcune criticità ha sollevato anche il tema del rapporto con le amministrazioni locali. L'intervento territoriale e le attività sociali non hanno solo carattere assistenziale, ma rivendicativo e possono costituire l'avvio di percorsi di lotte, sono esercizio di sorveglianza dell'operato degli apparati pubblici e cercano di incentivare una maggiore partecipazione della popolazione (in particolare delle sue fasce più deboli); è importante, dove possibile, instaurare una dialettica con gli organi che amministrano il territorio per pretendere che le rivendicazioni elaborate collettivamente trovino riscontro e risposta, quest'attitudine va letta nell'ottica del superamento della logica della delega e dell'incremento della partecipazione dal basso, per la costruzione del potere popolare.


Tavolo 3: Migranti, comunità e pratiche antirazziste

Al tavolo hanno partecipato circa 50 persone che si occupano da molto vicino di razzismo, politiche di destra, frontiere e guerra.

Ed è proprio sull’escalation dei conflitti in Nord Africa e Medio Oriente (Libia, Siria, Afghanistan, Iraq) che bisogna iniziare a ragionare, incasellando in questo scenario le conseguenze della mancanza di regolarizzazione dei flussi migratori, e ci riferiamo all’assenza di sanatorie e ai decreti flussi ormai rivolti solo ai professionisti altamente qualificati. In tale quadro il migrante, la persona che intenda raggiungere e soggiornare in Italia in modo legale, si ritrova praticamente obbligato a richiedere e a sperare di ottenere una forma di protezione internazionale (status di rifugiato, protezione sussidiaria o umanitaria).

Come tutti sappiamo, un tentativo di fermare questi flussi, e specificamente di chiudere la rotta Balcanica, è stato la stipula del patto UE-Turchia. Un patto illegale, a detta di molti giuristi ed esperti del settore, siglato dall’UE con uno stato autoritario, dedito a pratiche repressive di qualsiasi forma di opposizione. Ebbene, proprio ad uno Stato che pratica costantemente la tortura, l’UE ha affidato un ruolo centrale nella gestione dei flussi migratori, che con ogni probabilità di concretizzerà nella costruzione di centri di detenzione, piuttosto che di accoglienza, dei migranti stanziati in Turchia.

Una volta identificata la causa, composita, della massiccia presenza di richiedenti asilo sul nostro territorio, siamo passati all’analisi dei problemi che abbiamo affrontato in questi mesi, anche questi eterogenei ma connessi da un fil rouge, ossia l’assenza di una volontà politica nell’affrontare e risolvere il dramma immigrazione in modo efficiente e trasparente, nell’interesse di chi è vittima – e non di chi trasforma le vittime in forme di guadagno.

È infatti inevitabile non collegare le lungaggini burocratiche della procedura per ottenere il permesso di soggiorno – che per un richiedente asilo può richiedere anche 5 anni – con la gestione dei CAS da parte di cooperative e s.r.l. che hanno modificato la propria causa sociale da un giorno all’altro, decidendo di occuparsi di un settore che, guarda caso, consente il drenaggio di fondi pubblici ed è affetto dalla carenza di attività di controllo. A ciò si aggiunga poi che i CAS sono sì proliferati, ma non nelle zone cittadine, bensì in quelle economicamente depresse.

Questa collocazione, dovuta alla mancanza di una pianificazione nazionale razionale, non è casuale, ma frutto di una scelta volta all’allontanamento fisico del migrante dai luoghi e dalle strutture pubbliche in cui si decide il suo destino, come prefettura e questura. Con tale allontanamento fisico cammina a braccetto la mancanza di autonomia ed indipendenza del migrante, dovuto al gap linguistico: la non conoscenza della lingua impedisce non solo al migrante di conoscere la normativa e quindi di potersi rivolgere in modo autonomo agli uffici preposti, ma anche e soprattutto di integrarsi con la comunità di circostante, e non mi riferisco alle richieste di aiuto, ma anche alla possibilità di socializzare. Il migrante è così distante dalle strutture del pubbliche e dalla dimensione del vivere collettivo, vivendo la realtà dei CAS come se fosse in un centro di detenzione.

È apparso fondamentale poi non focalizzarsi unicamente sull’accoglienza. Infatti, un’altra forma di privazione della dignità è lo sfruttamento lavorativo, che avvenga nelle fabbriche a settentrione o nei campi a meridione. Tale condizione comporta lo schiacciamento dei diritti e delle garanzie, tanto più vero se riferito a soggetti vulnerabili come donne e minori. Tale consapevolezza è fondamentale per contrarsi sull’identificazione dei responsabili di tale situazione, giungendo alla fonte del problema piuttosto che fermarmi alla proclamazione di sterili slogan.

La presenza di problematiche comuni ci ha spinti a creare una rete di contatti allo scopo di condividere le conoscenze scaturite dai diversi progetti attuati. Infatti, alle queste istanze che sono venute a bussare alle nostre porte abbiamo cercato di dare una serie di risposte che si sono rivelate condivise, tra cui scuole di italiano e sportelli legali, forme di monitoraggio, report ed inchiesta sui CAS.

Da segnalare che in cantiere vi è la scrittura un opuscolo informativo da distribuire presso i CAS, ma non solo. La decisione di creare tale rete di contatti tra le diverse esperienze territoriali non mira ad appiattire le differenze di approccio teorico o pratico, ma alla condivisione e al confrontare esperienze e modus operandi, con la consapevolezza che dare diritti ai migranti vuol dire anche allargare i diritti di tutti.


Tavolo 4: Scuola, università, formazione e cultura: fondamentale terreno di lotta

Il tavolo sulla scuola, cultura e università, è stato molto partecipato. Erano presenti 60 persone, tra ricercatori, docenti, studenti, e molte realtà, provenienti da diverse città (Roma, Padova, Massa, Milano, Torino, Urbino, Cava), che portano avanti le lotte su questo campo. Segno che attorno alla scuola e alla cultura si sta giocando una partita importante.

Siamo convinti che la scuola e la formazione, infatti, siano centrali non solo rispetto alle politiche dell’attuale governo, ma anche perché in generale, la scuola e l’università sono i luoghi deputati alla riproduzione del pensiero dominante. In quest’ottica ci è sembrato necessario inquadrare le recenti riforme della scuola, e quelle che si preannunciano per l’università, in un discorso che tenga presente anche quale sia il livello di accessibilità a una cultura libera, critica, e accessibile alle fasce popolari della nostra società.

Le riforme degli ultimi anni, l’introduzione di sistemi premiali per gli studenti che obbligano i ragazzi a sottrarre ore a una formazione sociale e gratuita per compiere veri e propri stage dequalificanti e del tutto diseducativi in aziende vere o presunte, serie o improvvisate (l’alternanza scuola-lavoro), il ritorno, di fatto, dell’obbligo di frequenza nelle università e la diminuzione delle borse di studio attraverso la riforma delle dichiarazioni ISEE o più semplicemente l’innalzamento progressivo delle tasse universitarie, sottraggono spazi importanti alla formazione di un sapere critico.

Ma anche i docenti, sottoposti come sono (e come saranno) alla lotteria della chiamata dei presidi, e i ricercatori, schiacciati da una valutazione del loro lavoro meramente quantitativa e da un sistema di reclutamento cooptativo e arbitrario, sono spesso costretti a rinunciare al loro ruolo di “formatori”, per limitarsi a diventare “riproduttori” della cultura dominante assecondando la richiesta di mantenere le scuole e le università luoghi fintamente neutri, dove non è opportuno parlare di politica, perché l’unica politica che si può fare e di cui si può parlare è quella favorevole ai governi, che garantiscono il mantenimento dei rapporti di potere vigenti.

Il confronto è stato lungo e produttivo e ha cercato di elaborare ragionamenti, e proposte concrete per intervenire a 360° sulla cultura e la formazione, a partire dallo scenario attuale che ci mostra una formazione totalmente funzionale alle logiche del capitale, e al contempo sempre più scadente e nozionistica, in molti casi non accessibile a tutti.
Non è possibile non inserire le battaglie che ci aspettano in un progetto collettivo di trasformazione della realtà, che non può permettersi di tralasciare il campo ideologico, terreno su cui, come tutti sappiamo, il capitale investe per edulcorare gli attacchi che ci sferra, per veicolare i propri modelli e contenuti e per proporre come “naturali” logiche di sfruttamento e oppressione che derivano dai rapporti di forza attuali.

Dal confronto sono venute fuori molte proposte, che nonostante la cornice generale della discussione descrivono una strada da percorrere piuttosto precisa. Le elenchiamo di seguito:

- Costruire e portare avanti forme di boicottaggio delle prove INVALSI e dell’alternanza scuola lavoro;
- Estendere la pratica del controllo popolare anche alla cultura e alla formazione. Il controllo popolare può essere applicato: a) alle imprese che si propongono per effettuare l’alternanza scuola-lavoro; b) all’operato dei presidi; c) alla gestione dei fondi delle Università;
- Aprire uno sportello di assistenza per i docenti che sopperisca alle carenze dei sindacati, ma che soprattutto abbia la funzione di permettere ai lavoratori della formazione di condividere esigenze e problemi, e trovare soluzioni, ricostruendo quell’unità che le riforme hanno distrutto attraverso la differenziazione del soggetto docente;
- Creare contesti di elaborazione per una cultura critica e di massa, che permetta di trovare soluzioni utili a migliorare la qualità del nostro sapere e in generale la nostra esistenza. Ma soprattutto, che ci permetta di comprendere quali sono le trasformazioni in atto nella nostra società, per provare finalmente non solo a interpretare il mondo, ma a cambiarlo secondo le nostre esigenze.
 
La discussione e il confronto ci hanno restituito la centralità della scuola e della formazione nelle riforme del governo del nostro Paese, e dei governi europei. La scuola e l’università sono sempre più asservite alle esigenze dei profitti privati, e sembrano più utili a formare bravi soldati del profitto, piuttosto che persone capaci di immaginare e di realizzare una società più umana, inclusiva, libera.

I prossimi appuntamenti di piazza (il più vicino, quello del prossimo 7 ottobre) potranno essere momenti produttivi di opposizione a questi progetti di riforma, ma allo stesso tempo dobbiamo potenziare tutte quelle attività che contribuiscono a creare una cultura libera, accessibile, critica e di massa, che proponga un’alternativa alla povertà del pensiero dominante.

Le tante attività dei centri sociali e delle reti territoriali (teatro, arti visive, doposcuola, asilo…) da un lato sopperiscono a un bisogno, dall’altro contribuiscono a veicolare dei contenuti diversi da quelli che ci vengono propinati. Generalizzare e rafforzare questi momenti di condivisione, in città e altrove, è importante per ricordare, alle persone che subiscono quotidianamente i soprusi della nostra società, che la nostre intelligenze devono essere quotidianamente coltivate per immaginare e realizzare un mondo migliore.

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