Condividiamo di seguito, per chi c'era, ma sopratutto per chi, per qualunque motivo, non è potuto essere presente all'Assemblea cittadina del 3 Ottobre all'Ex OPG "Je so' Pazzo", il nostro intervento, la spiegazione dei motivi per cui qui, oggi, assieme a tutti e tutte, ci mettiamo in marcia per cambiare questa città, questo paese, questo mondo.

Buona lettura e aspettiamo con piacere commenti.


Grazie a tutte e tutti per essere venuti!

Come avrete capito questo per noi è un momento importante, per questo ci tenevamo a essere in tanti: non solo per festeggiare i sette mesi di vita, o una piccola vittoria, cioè il fatto che questo posto, grazie alla lotta, sia passato dalle mani della polizia penitenziaria, cioè di una gestione privatistica, alle mani del Comune, di noi tutti. Ci tenevamo a essere in tanti anche perché volevamo condividere questo progetto che ci appassiona. Ma proprio per questo stavamo pure un po’ in tensione, perché una cosa che per te è bella non sempre è così per l’altro, che magari non sa quanta fatica c’è dietro e non la trova così straordinaria…

Ma alla fine ci siamo detti: mettiamo da parte l’ansia, il senso di dover fare una prestazione. È vero che vogliamo fare bella figura, ma è anche vero che non siamo a un esame: siamo davanti a persone che son venute qui per ascoltare quello che abbiamo da dire, quello che vogliamo fare, quello che sentiamo qui dentro. Siamo in mezzo al nostro popolo, e dobbiamo avere fiducia che ci saprà perdonare se ci sbagliamo a parlare, se sforiamo di due minuti, se non siamo professionisti. Non dobbiamo cercare chissà quali parole, dobbiamo solo raccontare quello che siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare. E sperare che vi rivedrete in quello che diremo.

Ecco, raccontarvi quello che siamo. Molti in questi mesi hanno detto: “però che bravi ragazzi, puliscono la scalinata, aggiustano i muri”, e sono stati contenti. E anche noi siamo stati contenti di aver dato quest’immagine. Perché qui davvero ci sono delle persone proprio buone, che faticano senza aspettarsi nulla, che ci mettono i soldi di tasca loro, che in una società che ti insegna a pensare solo a te tolgono tempo per impegnarsi in un progetto collettivo, continuando nel frattempo pure a studiare, a lavorare.

Però dobbiamo anche dire che questa è un’immagine parziale di quello che siamo. Intanto perché “ragazzi” alcuni di noi non lo sono da tempo, c’è chi ha oltre 30 anni, qualcuno 40. È vero che ormai sei ragazzo anche a 60 anni, soprattutto se conservi la gioventù dentro, però è per dire che non è che siamo proprio nati ieri… Alcuni hanno iniziato a lottare nelle scuole all’inizio degli anni ’90. Alcuni di noi erano a Genova nel 2001, a dire che volevamo un “altro mondo possibile”. In venti anni abbiamo attraversato tante mobilitazioni, preso manganellate e denunce, una storia di cui andiamo fieri, perché a volte siamo riusciti a evitare dei licenziamenti, altre volte uno sfratto, altre volte dei progetti che avrebbero danneggiato i cittadini. Sempre senza secondi fini.

Quindi non siamo proprio “ragazzi”. Quanto al “bravi”, a Napoli “bravo, buono”, significa anche fesso. “Quello è buono” spesso vuol dire: non dà problemi. E infatti alcuni politicanti hanno avuto verso di noi l’atteggiamento “fate bene, ci credete, pulite le scale, però poi le cose serie fatele fare a noi”. Noi che c’abbiamo i pacchetti di voti, che facciamo questo da una vita, che conosciamo la gente giusta etc.

Ma è proprio per rompere questa logica che nasce il progetto che vedete. Nasce mantenendo vivo il senso di protesta, il fatto che per farsi sentire bisogna fare casino, ma nasce anche con l’idea di proporre soluzioni concrete, delle strade percorribili a tutti. Nasce dall’idea che dopo questi anni di crisi, di tagli alla spesa, di riforme del lavoro, di tradimenti sindacali, non ci sta più nessuno che possa risolvere i nostri problemi, e dobbiamo essere noi a far sì che questo dissenso diventi un progetto credibile, diventi organizzazione politica.

La nostra idea è molto semplice, da un lato è nuovissima e da un altro lato è antica. È come la democrazia, che è una cosa inventata 2500 anni fa, e che oggi resiste anche se l’hanno stravolta. Democrazia, nessuno lo ricorda mai, vuol dire alla lettera “potere del popolo”. Vuol dire che a prendere le decisioni, dalla più piccola (rifare una strada) alla più grande (entrare in guerra), non sia un monarca, un gruppo di ricchi, o un comitato di “tecnici”, di “sapienti”, ma la maggioranza.

Perché è il popolo che abita i territori a conoscere i problemi, è il popolo che lavora a sapere come la fatica si può rendere più leggera e il lavoro farlo meglio, perché è chi ogni giorno va a scuola, all’università, o prende un mezzo di trasporto, sa come la sua situazione potrebbe essere migliorata. Perché quando si prendono le decisioni, queste decisioni ricadranno su qualcuno, e non è giusto che oggi a prendere le decisioni siano quelli che non le pagheranno.

Non è giusto che uno si sveglia e decida di tagliare i fondi al trasporto pubblico, tanto lui se ne frega, va in giro con l’auto blu, e noi dobbiamo aspettare un pullman un’ora.
Non è giusto che a tagliare sulla sanità sia la gente che poi in un corridoio su una barella per una notte intera non ci starà mai, perché tanto loro se ne vanno alla clinica privata.
Non è giusto che a decidere delle leggi europee, del debito, delle politiche d’austerità siano quelli che in questi anni hanno visto i loro patrimoni crescere e crescere, mentre noi dovevamo emigrare, ci dovevamo umiliare, dovevamo andare a chiedere con il cappello in mano: “scusate signori, ci fate lavorare gratis?”.

Queste cose possono sembrare astratte. Eppure è proprio da queste cose che in Grecia è arrivato al governo un partito che fino a pochi anni fa era piccolissimo, e quest’anno che ha preso il 36%. Quel popolo così colpito, ha cominciato ad alzare la testa, a dire che oggi come ieri un altro mondo è possibile, anzi necessario. È arrivato a sedersi al tavolo con quelli che ci hanno fatto fare la fame a tutti, e ha lottato anche per noi.

Noi siamo stati per le strade di Atene nei giorni del referendum contro l’austerità. Abbiamo visto la fame, ma non abbiamo visto la miseria morale che vediamo spesso in Italia. Abbiamo visto la fame ma abbiamo visto la dignità, abbiamo visto un popolo che non si piegava ai diktat. Abbiamo visto quel Parlamento dove per anni c’erano stati scontri pesantissimi, non essere ora difeso nemmeno da una guardia, i ministri scendere in mezzo al popolo, e persone di ogni età abbracciarli. Noi in Italia – e giustamente – ai politici gli vorremmo aprire la testa. Lì li abbracciavano. E noi pensavamo alle nostre famiglie, ai nostri parenti, ai lavoratori con cui abbiamo lottato in questi anni e ci dicevamo: ma quando mai i poveri hanno abbracciato un governante? Quando lo hanno sentito loro?

È vero, per il momento i greci hanno perso, ma quella storia non è finita. In Spagna c’è un altro grosso movimento, Podemos, che pone gli stessi problemi. A Barcellona è arrivata a fare il sindaco una che occupava le case e che impediva gli sfratti, in Catalogna la sinistra è cresciuta. In Inghilterra e guidare il Partito Laburista c’è arrivato Corbyn, uno che è stato più volte arrestato dalla polizia. E non, come tutti i politici, per corruzione, ma per aver protestato contro le guerre e per i diritti sociali…
C’è un vento di cambiamento che attraversa tutta l’Europa, un vento che chiede principalmente due cose: democrazia, e redistribuzione di quella ricchezza che ogni giorno produciamo e che altri si mangiano.

Qui si inserisce il progetto “Je so’ pazzo”. Sono questi stimoli che ci hanno fatto crescere e spingere a occupare un posto così grande, a fare una così eclatante. Certo, in Italia stiamo più inguaiati, perché non c’è nessuno che sembri in grado di intercettare questo vento di cambiamento. C’è una classe politica, anche a sinistra, che fa schifo. Ma questo vento tira anche da noi. Noi possiamo portare a testimonianza qualche piccolo esempio.

Quando abbiamo organizzato a Napoli la mobilitazione per la Grecia, e siamo scesi in corteo per sostenere le ragioni di quel popolo, la gente i bordi della strada per la prima volta ci applaudiva, si riconosceva in quello che stavamo facendo.

Quando abbiamo occupato questo posto, nessuno ha detto: “ma state facendo un atto illegale”, perché tutti sapevano che la vera illegalità era che, in un quartiere senza spazi, questo posto fosse abbandonato e saccheggiato. E nonostante le condizioni fossero durissime – questa è stata la prima occupazione in Italia di un carcere formalmente ancora attivo, quindi tutti il primo giorno ci davano per morti, ci dicevano che non c’era niente da fare, che sarebbe arrivato lo sgombero – la mobilitazione di migliaia di persone ci ha consentito di rimanere, di allungare i tempi, ha spinto le istituzioni a intervenire.

Ancora. C’era una targa qui fuori, piena di immondizia, coperta da vegetazione, illeggibile e dimenticata. Su quella targa ci sono i nomi dei morti delle Quattro Giornate. Scugnizzi, militanti politici, lavoratori che hanno dato la vita per darci questa democrazia. Da anni si chiedeva un intervento di pulizia. Questo intervento non è mai arrivato. Lo abbiamo fatto noi, in mezzo pomeriggio, e ora i nomi degli eroi di questo quartiere hanno un luogo più degno.

Il potere popolare è che se succede – come successo venti giorni fa – che una signora muore perché da venti anni su Salvator Rosa non si riesce a mettere un semaforo, noi ci organizziamo e andiamo al Comune a pretenderlo, come abbiamo fatto l’altro ieri. E se non ce lo mettono, ce lo mettiamo noi, dimostrando con i fatti che gli amministratori o fanno i nostri interessi o non servono a niente.

Questo è quello che intendiamo noi per potere popolare. È cercare attivamente una soluzione ai nostri problemi, e poi spingere le istituzioni a obbedire, perché loro stanno lì con i soldi nostri.
Non è, come fanno molti politicanti, andare dalla gente a dire cosa la gente deve fare, ma andare dal popolo e chiedere al popolo quali sono le sue volontà. Prendere queste volontà e trasformarle in programma.

Quello che vorremmo farvi capire è che abbiamo una forza che nemmeno ci immaginiamo. Spesso noi napoletani ci autorappresentiamo come un popolo di sudditi, di gente che pensa ai fatti propri, a fregare il prossimo. Non è vero: la maggior parte delle persone – soprattutto di quelle che hanno patito la povertà e che ogni giorno vanno a faticare – sono solidali, sono sensibili. Solo che non si conoscono fra loro, non sono organizzate, non sono unite: e così la minoranza, che è più violenta e senza scrupoli, che si chiami Camorra o Confindustria, vince, ruba, inquina, ci sfrutta.

Il punto non è se il popolo è buono o il popolo è cattivo: è non piangersi addosso, è dare subito alle persone gli strumenti per decidere e partecipare, per metterle in condizione di esprimere il loro meglio.
Noi vogliamo partire da qui, per fare questo. Come ci insegna la Grecia, la Spagna, il Sudamerica, non è che non si possa fare: è tutto un problema di rapporti di forza, dalle grandi alle piccole cose.

Pensiamo alle grandi: in Italia i soldi ci sono: siamo il quarto paese al mondo per ricchezza privata, uno dei primi per evasione fiscale, uno dei primi per corruzione. C’è qualcuno che questi soldi li tiene, e non ce li dà. Bisogna andarseli a prendere, per esempio facendogli pagare le tasse, imponendo ai palazzinari un calmiere sugli affitti etc. È sempre una questione di volontà politica, anche quando parliamo di piccole cose. Il semaforo qui fuori si può mettere, l’immondizia su Salita Raffaele si può togliere: se noi facciamo pressione si fa, se non diciamo niente o pensiamo che qualche politicante ci risolva il problema abbiamo voglia di aspettare!

Per questo, per ristabilire i rapporti di forza, per avere una vera democrazia, dobbiamo impegnarci e fare politica, che non è una cosa brutta, ma qualcosa di divertente, che ti lega, che ti fa sentire vivo. Questo volevamo dirvi oggi.

D’altronde, non possiamo fare altrimenti. Perché, se stiamo fermi, quale vita ci aspetta? Non lo diciamo noi, lo dicono i più importanti centri di ricerca: il Sud fra venti anni sarà un deserto, fine delle attività produttive, strade distrutte, clientele… Che vita ci aspetta? Dover emigrare, dover farci sfruttare a nero, essere ammazzati dalla camorra?

Questa non è vita. Noi vogliamo mettere fine a tutto questo. E siamo certi che anche voi lo volete, perché sennò non venivate qui, perché sennò non vi impegnavate ognuno a suo modo a fare di Napoli un posto migliore, perché sennò non avremmo visto nei vostri occhi la nostra stessa scintilla… Quella scintilla che ad alcuni sembra pazzia, ma che in questo mondo dove tutte le cose sono rovesciate, è forse l’unico modo per non impazzire davvero…

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