Le trasformazioni politiche con tendenze effettivamente democratiche e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai, e a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d’ordine della rivoluzione socialista.
Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano alla lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie.
D’altra parte, le rivoluzioni politiche sono inevitabili durante lo sviluppo della rivoluzione socialista, la quale non deve essere considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse politiche ed economiche, della più acuta lotta di classe, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.

Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, 1915


1. COME PREMESSA, COME PROMESSA

Ormai lo riconoscono proprio tutti: in questi mesi e in queste settimane in Grecia e in Europa è accaduto qualcosa di storico. Qualcosa che, come tutti gli avvenimenti di questo tipo, deve essere capito e approfondito, ma anche maneggiato con cautela. Perché questo piccolo pezzo di storia non si è ancora concluso, continua a esercitare effetti.

Per questo l’atteggiamento che ci sentiamo addosso è uno strano misto di entusiasmo e di umiltà. Ovvero lo stesso atteggiamento che abbiamo visto nei compagni, di qualsiasi estrazione politica, quando siamo stati in Grecia nei giorni del referendum. Erano entusiasti, perché sentivano di stare partecipando a qualcosa di grande, a uno di quei momenti in cui la collettività inizia a discutere e decidere, ma erano anche cauti, non sparavano condanne o giudizi, perché sentivano con tutto il cuore la difficoltà della situazione, sentivano di stare davanti a una storia che si fa…
Essere entusiasti e umili, non significa rinunciare alla critica, ma esattamente l’opposto: innanzitutto imparare da quello che è accaduto per riuscire a riprodurlo, e poi sostanziare le cose che diciamo in modo da far sì che il nostro scrivere non sia uno sfoggio di identità, ma sia effettivamente utile a noi e agli altri per fare un passo in avanti in termini di consapevolezza e strategia.
Anche per questo, prima di iniziare, vogliamo subito dichiarare chi scrive, per chi si scrive, perché si scrive.
Innanzitutto chi scrive: apparteniamo alla città che obbiettivamente è stata quella che in Italia, e per certi aspetti anche in Europa, ha dato più solidarietà alla Grecia. Negli otto giorni del referendum abbiamo avuto ben due presidi e un’assemblea con centinaia di persone, un corteo cittadino di oltre un migliaio di persone, ancora un corteo spontaneo la notte dei risultati, e un ulteriore corteo nel giorno in cui si votavano le misure di austerità, che è arrivato a sanzionare la sede della Banca d’Italia e a bruciare una bandiera dell’Unione Europea sotto la prefettura.  
Tutto questo non è stato fatto da uno o più gruppi politici. È stato il materializzarsi di un sentimento collettivo. Noi ci abbiamo creduto, certo, ma ci siamo limitati a dare una spinta dal punto di vista organizzativo, a cercare un metodo di lavoro “aperto”. Ma la solidarietà era nell’aria.
Sarà che Napoli è già la Grecia, dal punto di vista della rabbia e della depressione sociale, dal punto di vista della disoccupazione e della fame, ma abbiamo assistito – pur nella limitatezza dei numeri e nella velocità della mobilitazione – a qualcosa di genuino e per certi aspetti incredibile. Gente che non conoscevamo e che non aveva mai fatto politica si fermava a parlare con noi e chiedeva come essere utile, altri, vedendo il corteo passare, si aggregavano, perché ne condividevano il senso…
Ecco per chi scriviamo: per loro, per quei colleghi di lavoro che non si sono mai interessati alla politica e che nei giorni prima del referendum ci chiedevano con apprensione: “allora, ce la facciamo?”, per i nostri parenti che mai hanno capito le nostre scelte politiche, e che per la prima volta hanno afferrato che quello che diciamo non è un sogno, e gli è piaciuto, per tutti quelli che si sono emozionati, e che ora non ci stanno ad accettare la versione depressiva imperante sui media. 
Ecco perché scriviamo: innanzitutto per capire, oltre ogni impressionismo giornalistico, il significato globale di questi mesi, per capire cosa ci insegna la Grecia, cosa ci lascia, sia in termini di conoscenza della situazione oggettiva, dei rapporti di forza, delle condizioni di fatto, sia dal punto di vista soggettivo, ovvero del cosa imparare da questa esperienza e del cosa dunque dobbiamo fare da qui in poi.
Ecco perché scriviamo: per mantenere una promessa.

2. COSA È DAVVERO SUCCESSO CON LA GRECIA

Cominciamo smontando alcuni luoghi comuni sulla Grecia che, ripetuti ossessivamente da più parti, rischiano di diventare verità, e affermando di contro alcune cose che, anche se banali, non sono state sottolineate abbastanza.


2.1 In Grecia è successo qualcosa di grosso, che ha rotto, almeno per un momento, il quadro delle compatibilità


Quando Syriza salì al governo tutti i media dicevano che non sarebbe cambiato niente. Vi ricordate i titoli strillati dai giornali già ai primi di febbraio, e poi ripetuti di settimana in settimana? “Syriza si piega”, “Il Governo greco si arrende” etc. Li avevano dati per morti già all’indomani della vittoria. Tutto questo accadeva perché i media dovevano minimizzare la portata dell’evento, che agli occhi dei padroni appariva intollerabile: un partito che si dichiara anticapitalista che prende il 36% dei voti, dopo che per venticinque anni dalla caduta del Muro vi abbiamo imbottito la testa di cazzate e ripetuto che questa è la sola società possibile! Insomma, bisognava che il fatto non si ripetesse altrove, che i popoli se ne stessero buoni: va bene protestare e fare un po’ di casino, ma se pretendete di andare al governo, questo proprio no... Be’, ora nemmeno il giornalista più fedele alle veline dei padroni può negare che abbiamo vissuto qualcosa di storico, che “l’Europa non sarà più la stessa”.
Certo, in questi giorni i padroni, i media e i politici provano a veicolare l’idea che comunque tutto questo casino non sia servito a niente: “che l’avete fatto a fare, se tanto dovevate beccarvi l’austerity?”, “vedete che non c’è alternativa?”, “non siamo meglio noi che almeno non vi illudiamo con promesse di cambiamento?”. Ma questa è proprio la retorica che il potere usa quando gli facciamo paura! Lo sa chiunque abbia fatto uno sciopero: il giorno dopo i caporali mettono in giro la voce che lo sciopero non è servito a niente, che alla fine comunque si è perso e si perderà etc: in realtà ai piani alti temono che iniziamo ad alzare la testa, che magari otteniamo qualcosa, e che finiamo per provarci anche gusto…
Perché questo è il punto. Sette anni di crisi hanno prodotto tanti effetti nel mondo: guerre, rivoluzioni, sommovimenti geopolitici, ma in Europa avevano prodotto principalmente la compressione dei salari e dei diritti, il taglio alle spese sociali, un impoverimento diffuso, l’irrigidimento dei meccanismi decisionali sia a livello dello Stato che a livello dell’Unione Europea… Le conseguenze erano state principalmente due: da un lato il sorgere e l’affermarsi di movimenti populisti, razzisti, tesi alla conservazione e a un nostalgico ritorno all’Europa delle patrie e della purezza etnica, da un lato il nascere di movimenti di protesta, a volte anche molto grandi, e in certi luoghi e in certi momenti pure radicali, che però non riuscivano a produrre un reale cambiamento delle politiche di austerità, ma nei casi più fortunati solo a impedire, ritardare, certi provvedimenti. Questo perché, pur esprimendo un dissenso molto forte, tali movimenti mantenevano una caratterizzazione principalmente metropolitana e giovanile, non riuscivano a darsi forme organizzate, rivendicazioni praticabili, non si ponevano su un piano strategico.
In Grecia la forza delle mobilitazioni, l’esasperazione dettata dalla situazione davvero drammatica, la discesa in campo di buona parte del popolo, ha fatto sì che questa potenza non venisse sprecata, ma creasse reti di base, circuiti di solidarietà e di mutualismo attraversabili da compagni di diverse estrazioni, una pluralità di collettivi che iniziavano a ragionare non solo su cosa non vogliamo, ma su cosa vogliamo e sul come lo vogliamo.
Questa potenza ha trovato il suo punto di precipitazione in Syriza, che, come ci hanno spiegato i compagni greci, è cresciuta perché dal 2012 ha fatto suo il programma che le masse esprimevano, ponendosi come il riferimento politico-generale di questa capillare tensione sociale. Così sono arrivati velocemente al governo – anche troppo velocemente per certi aspetti, senza avere modo di strutturarsi a fondo, di definire una precisa strategia etc… Ma in politica spesso i tempi non li decidi tu e l’occasione la devi prendere anche se non sei preparato al massimo, perché se ti rifiuti il popolo si rivolge a qualcun altro. E la devi prendere anche sapendo che arrivare al Governo non vuol dire affatto prendere il potere, soprattutto mentre sei sotto minaccia finanziaria e nel mezzo di una crisi spaventosa, con le forze armate che non sono nelle tue mani…
Ma, per tornare al punto, è proprio vero che dopo cinque mesi di battaglie – peraltro condotte nella quasi totale solitudine, sia dei paesi che dei popoli europei – i greci non hanno ottenuto proprio nulla? Vediamo meglio.
Intanto resistere cinque mesi in queste condizioni non era scontato. Ricordiamo, tanto per cominciare, che la Grecia è solo un paese sui ventotto che costituiscono l’UE, un paese peraltro di undici milioni di persone, ovvero nemmeno il 3% della popolazione comunitaria, che rappresenta il 2% scarso del PIL dell’Unione. Da un punto di vista complessivo, vale meno di una regione italiana come la Lombardia! Ricordiamo pure ai più distratti che in Grecia c’era – ed è questa la non trascurabile differenza fra la Grecia a tutti gli altri paesi del Sud Europa – una vera e propria crisi di liquidità: ovvero ancora prima di iniziare il governo era in condizione di dover andare in Europa per chiedere i soldi per le operazioni minime.   
In questo contesto cosa sono riusciti a imporre i greci? Intanto che la controparte europea dovesse avere per forza a che fare con le rivendicazioni popolari. Mentre con i passati governi le nostre esigenze non venivano mai prese in considerazione, perché in fondo fra tecnocrati e politici greci corrotti era tutta una grande famiglia, per la prima volta i padroni d’Europa hanno dovuto sedersi al tavolo con un “antagonista”. Da qui tutto lo spregio che hanno mostrato in questi mesi, gli insulti, il nervosismo. Il fatto che dovessero contrattare alcunché con dei politici a loro dire “comunisti”, provenienti da una piccola regione d’Europa, li ha fatti uscire di senno!
In secondo luogo, come ricorda persino il Sole 24 Ore, il governo greco ha conseguito un successo, ovvero l’internazionalizzazione della crisi greca. Per anni la questione greca era gestita in modo bilaterale fra Grecia e Troika, mentre il governo greco ha costretto, tendendo allo stremo la trattativa, tutti i paesi a interessarsi, e ha fatto diventare di fatto il problema dell’austerità e dei bisogni del popolo il primo argomento all’ordine del giorno.
Sono riusciti in parte anche a rompere l’accerchiamento da cui erano partiti e ad aprire piccole crepe nell’alleanza nemica. Ma, ancora più importante, hanno costretto la controparte a palesarsi, e a palesarsi in tutta la sua brutalità, anche davanti all’opinione pubblica degli altri paesi. L’accanimento della Troika per anni è stato oscurato, anche il razzismo verso i greci – popolazione meridionale, e dunque di “scansafatiche” – non emergeva a livello di massa, ora invece, incalzati dal governo di Syriza, i padroni d’Europa hanno dovuto mostrare il loro vero volto. Torneremo fra poco su questo punto.  
Ma un’altra cosa importante ottenuta dal governo greco è stata quella di politicizzare il problema. Ci spieghiamo meglio: in generale nelle “democrazie” contemporanee e più strettamente nell’UE, tutte le decisioni importanti vengono ridotte a questioni di carattere tecnico, che solo gli specialisti possono risolvere. Se avete mai fatto una lotta lo sapete: ti viene detto di no perché bisogna trovare le coperture, si sollevano cavilli, vincoli di tutti i tipi. Questa tecnicizzazione della politica serve a escludere il popolo dalle decisioni, perché da un lato sembra porle a un livello troppo alto di complessità, da un altro lato permette di staccare le decisioni dai bisogni materiali, dai contenuti morali, dalle convinzioni ideali e riferirle a dei parametri “oggettivi” e “indiscutibili”.
Il popolo greco è invece riuscito a dare dignità politica al suo problema, rendendolo così per la prima volta tema di una discussione collettiva: quando sembrava fosse un fatto contabile, un fatto meramente tecnico, hanno fatto vedere che dietro ai numeri ci sono persone in carne ed ossa, persone che soffrono, ma anche persone che vogliono riprendersi il loro destino, che sono in grado di sapere quello che vogliono senza che i tecnici li convincano di cos’è meglio per loro…  
La chiamata del referendum ha rappresentato il punto più alto di questo percorso, perché – forse per la prima volta in materia di UE – ha rimesso nelle mani del popolo la decisione politica, ha mostrato come il popolo debba essere la prima e ultima fonte della sovranità, perché ha dato un’ulteriore spinta alla costruzione di una società meno apatica e più consapevole.
Se così stanno le cose, non si può pensare, guardando a questi ultimi cinque mesi, che questo appello democratico, questa effettiva trasformazione per ora solo politica, possa offuscare o indebolire la nostra battaglia per il socialismo. Al contrario, è su questa base – sul suo allargarsi a tutti gli strati della società, soprattutto a quelli che con la crisi si stanno proletarizzando, e sul suo approfondirsi –, che la nostra lotta si può radicare e diventare più forte. Perché la rivoluzione non è un atto singolo, ma un processo anche lungo, una guerra fatta di offensive e controffensive, di sortite e di ripiegamenti, di scosse che si manifestano su tutti i piani, anche su quelli politici e simbolici.  
Fosse solo per essersi innalzati a questo punto a cui da 40 anni non si arrivava, ai greci andrebbe fatto un monumento. Ma vediamo che hanno fatto anche di più.


2.2 Questo fatto storico accaduto in Grecia ha più che mai parlato ai “nostri”


Questa è un’altra evidenza che non è stata abbastanza sottolineata, sicuramente non dai media. Se restiamo all’Italia vediamo che i “nostri” – ovvero studenti, lavoratori, disoccupati, finte partite iva, finti autonomi – si sono davvero esaltati di fronte alla vicenda greca. Il punto è che finalmente qualcuno – e qualcuno che aveva la credibilità di un governante – diceva quello che tutti da tempo pensavano. E nonostante la stanchezza e la disillusione – perché anche quest’anno i “nostri” hanno combattuto diverse battaglie, dall’opposizione al Jobs Act alla “Buona Scuola”, e le hanno perse, anche se la lotta non è stata inutile, visto che ha eroso consenso al Governo Renzi – nonostante la stanchezza, si sono rivisti nella lotta del popolo greco. Si sono identificati, quindi si sono interessati, della sorte dei loro fratelli, si sono messi anche a sognare unioni internazionali degli sfruttati. È così che i lavoratori dell’IKEA in occasione del loro primo sciopero nazionale si sono presentati di loro iniziativa fuori al negozio con la bandiera greca: “perché la nostra storia, anche se in piccolo, è la stessa della Grecia, è la storia di un mondo in cui i soldi vanno sempre di più verso l’alto, risucchiati da chi sta in basso... Siamo vicini a loro, capiamo le loro ragioni, siamo vittime dello stesso meccanismo”.
L’essenza di classe della Troika è diventata evidente a tutti quando questa ha rifiutato qualsiasi piano di ripagamento del debito preparato dal governo greco: il punto non era solo che i greci restituissero i soldi, il punto verteva intorno al come dovevano restituirli. Per la Troika era inaccettabile che i soldi venissero presi dai ricchi, ad esempio con una patrimoniale o con le tasse sui profitti delle imprese, mentre bisognava assolutamente recuperarli da riforma delle pensioni, del lavoro, dall’IVA. Insomma ai “nostri” è parsa lampante la matrice dell’attacco di classe – e non nazionale! – della Troika: alla fine i soldi sempre dai proletari li vanno a prendere, sfruttando di più, aumentando orari, età lavorativa etc, di chi è già sfruttato.
Per questo, per quanto a livello embrionale, abbiamo assistito, in masse che sono spesse conquistate dall’ideologia razzista e reazionaria (“si stava meglio quando si stava peggio”!), a un nuovo internazionalismo. Abbiamo visto operai interessarsi di economia, a misura di quanto il governo greco denunciava le ingiustizie e le malefatte dei passati governi. I greci erano considerati, dagli stessi lavoratori italiani, un popolo di assistenzialisti, di privilegiati, di nullafacenti: a luglio tutti invece si sono specchiati nelle loro sofferenze. Tutti hanno scoperto ad esempio che gli armatori non pagavano le tasse, e subito pensavano: “anche i nostri padroni qui!”. Tutti abbiamo visto, quasi come se la Grecia fosse la storia del nostro futuro, quello che accade e potrebbe accadere anche qui da noi.
Per non parlare poi di come sia cambiato il nostro dibattito nazionale. Il grande merito della Grecia è stato anche quello di aver sovvertito, almeno per tre settimane, tutti i titoli dei giornali. Per la prima volta si è parlato a livello di massa dei veri problemi della nostra vita: delle politiche di austerità, del debito, dei tagli allo stato sociale. Per la prima volta sono apparsi chiari a tutti i lavoratori italiani chi sono i nostri nemici – ovvero i padroni, le banche, i burocrati e i capi di stato europei, ma anche il Governo Renzi che su questa storia ha dimostrato quanto sia ridicolo e subalterno – e si è posto persino il problema, agli stessi lavoratori, di come trasformare la società capitalista... Un progresso enorme soprattutto se paragonato a un dibattito di solito incentrato sull’esaltazione del razzismo, dell’egoismo e della proprietà privata. Quando si dice che “la verità è rivoluzionaria” non si intende solo che contro le bugie dei potenti noi diciamo e dobbiamo sempre dire la verità. Ma qualcosa di più profondo: cioè che solo le lotte, solo i movimenti rivoluzionari possono aprire lo spazio, rendere possibile, ridare parola alla verità... Ecco: la lotta dei greci ha aperto uno spazio di verità che in Europa nessuno era mai riuscito ad aprire.
Anche per questo i padroni sono dovuti intervenire con tanta forza. Donald Tusk, Primo Ministro polacco e Presidente del Consiglio Europeo, fra quelli che più hanno spinto per “chiudere” la trattativa, lo ha detto chiaramente: “l’atmosfera è un po’ simile al periodo dopo il 1968 in Europa. Posso sentire, magari non proprio un sentimento rivoluzionario, ma una sorta di impazienza diffusa. Quando l’impazienza diventa non un’esperienza individuale ma un’esperienza sociale, è il preludio alle rivoluzioni” (ekathimerini.com). Ma non si può non citare anche il Ministro delle finanze slovacco, Peter Kazimir, che in un tweet ha chiaramente detto che l’accordo doveva essere duro e severo per rispondere alla “Primavera di Syriza”, ovvero a una stagione di libertà, di democrazia, di richiesta di giustizia!


2.3 Questa sequenza storica non si è ancora chiusa


L’altra cosa che i media e i padroni ripetono è che è finita qui, che il referendum sia stato solo un sussulto, ma la storia è già scritta. Lo fanno per farci deprimere, per farci pensare che quest’Europa sia ineluttabile. Noi dobbiamo invece fare capire a tutti, sulla scorta dell’esperienza storica, ma anche di un’analisi ragionata del presente, che se è stata persa una battaglia non è stata persa la guerra.
Innanzitutto perché, nel loro agire, la controparte europea si è messa un cappio al collo. Dopo la notte del 12 luglio, ora tutti sanno chi sono per davvero i padroni europei – e li odiano. Questa spaccatura fra classe borghese e masse popolari non è facilmente recuperabile. È significativo che, almeno a leggere diversi sondaggi greci, ma anche quello che è materialmente successo nei giorni successivi, persino la maggioranza di quella popolazione che ha votato NO e che ora sembra di nuovo destinata a patire misure d’austerità, attribuisca la responsabilità dell’accordo più ai padroni più che a Tsipras. Questo è significativo perché dimostra che le masse hanno capito che il problema sono i rapporti di forza reali e non i singoli uomini, in buona o cattiva fede, al comando; vuol dire che il qualunquismo del “sono tutti uguali” – che qui in Italia continua a imperare – lì si è andato a sostituire con una consapevolezza di chi sono i nemici, e di quale sia la portata dell’attacco e la difficoltà della resistenza.
In secondo luogo non è affatto detto che il popolo greco, che ci sorprende da almeno sette anni, che ha saputo vincere un referendum difficilissimo, accetti senza lottare questa sconfitta. Perché una cosa è schiacciare qualcuno quando è ormai esasperato, un’altra cosa è riuscire ad applicare davvero quanto c’è scritto nelle carte. Questo lo sanno tutti: già i passati governi greci non riuscivano, a causa della resistenza popolare e per non perdere troppo consenso, a portare a fondo le misure d’austerità. Questo lo sa anche la Troika, che per questo motivo ha chiesto pesanti assicurazioni. Questo lo sa anche Tsipras, che forse pensa di poter giocare su queste ambiguità, aspettando tempi migliori. Ma siamo certi lo ricordi anche il popolo greco… Di sicuro nessuno pensa che con il nuovo memorandum la situazione greca sarà risolta. A breve il problema si riproporrà con ancora più forza, e a quel punto le forze popolari potrebbero essere più preparate a reggere il livello dello scontro, che in queste ultime settimane è stato altissimo.
Ma qui sta l’elemento soggettivo, il ruolo dei movimenti e delle organizzazioni, il nostro intervento consapevole anche dall’Italia. Ed è su questo che ora vorremmo ragionare. Non tanto per dire, come pure molti hanno fatto, cosa avrebbero dovuto fare i greci, ma per assumere la responsabilità di cosa dobbiamo fare noi…

3. QUALI PROBLEMI SI SONO CONCRETAMENTE PRESENTATI AI GRECI?

Non ve lo nascondiamo: la notte del 12 luglio non abbiamo dormito, la mattina del 13 quando abbiamo letto dell’accordo e dell’umiliazione eravamo incazzatissimi, contro tutto e tutti. Innanzitutto contro la dittatura dei padroni europei, contro i loro dogmi di fede, contro la loro disumanità – e nulla ce lo deve mai far scordare, perché a volte si rischia di scambiare l’ordine delle priorità, e dimenticarsi chi sono i nemici. Ma avremmo preso a cazzotti anche Tsipras, avremmo voluto che si alzasse da quel tavolo e dicesse di nuovo OXI, che dichiarasse default e magari facesse anche il socialismo in Grecia. O che quantomeno tornato a casa si dimettesse, dicesse: “non sarò io a far votare l’austerità!”. Che ritornasse a fare l’opposizione, perché se non puoi fare quello per cui sei stato eletto, che senso ha restare al governo? Tutto puzzava di vecchio, di tradimento, di una storia già sentita, e quindi capiamo benissimo quello che hanno provato e provano ancora tanti compagni che ci credono davvero…
Ma i greci in questi mesi ci hanno insegnato che bisogna porsi su un piano di realtà, e soprattutto che non bisogna mai disperare. E allora ci siamo messi a ragionare con calma. Perché si è determinata questa situazione? Quali limiti oggettivi e soggettivi sono emersi? Quale valutazione dobbiamo dare del comportamento di Syriza? Azzardiamo qualche risposta che esca fuori dalle semplificazioni che leggiamo in queste settimane, provando ad astrarre dal contesto specifico qualche punto generale che ci può servire qui e ora.
Innanzitutto: la sconfitta del 12 luglio da dove esce? Dall’infamità dei padroni: questa deve essere la nostra risposta, prima di qualunque altra. Perché solo questa risposta è quella che si immedesima, che si mette all’altezza del problema e della solidarietà che ci vuole. D’altronde, se un gruppo armato di 27 banditi assalta un nostro amico, piccolo e gracile, noi che facciamo? Lo biasimiamo perché, nonostante lui ci abbia provato a ragionare e non si sia arreso subito, alla fine, con la pistola alla tempia, gli ha consegnato i soldi? Facciamo i saccenti dal sicuro di casa nostra dicendo: “lo sapevi che la strada era pericolosa, perché non ti sei procurato una pistola?”. Oppure proviamo ad intervenire e, se questa volta siamo stati un po’ lenti, la prossima proviamo a camminare con lui quando gira per quella strada? Accettiamo una verità, amara, ma che ci fa crescere: quando giochi con questa disparità di forze in campo, non esistono strategie di sicuro vincenti, non esistono generali che possano metterci una pezza…
Assodato questo, ovvero che la responsabilità di un’aggressione e di un furto è innanzitutto di chi la fa, non di chi è non è stato all’altezza della situazione, e che tutti i rapporti di forza giocavano contro la Grecia, andiamo avanti. Perché in politica non ci si può mai limitare a addossare la colpa al tuo nemico, bisogna anche capire i propri errori. E, come ha ammesso con onestà Varoufakis, “chiunque abbia attraversato un processo di negoziazione come questo e sostiene che non ha sbagliato nulla o non avrebbe dovuto fare le cose in modo diverso è un pazzo pericoloso. Naturalmente abbiamo commesso degli errori”. Cerchiamo quindi innanzitutto di capire bene in quale contesto è stata ottenuta la vittoria della Troika, e poi passiamo ad esaminare gli errori di Syriza.
Tutti infatti appiattiscono i tempi e pensano che il 61,3% di OXI del 5 luglio sia arrivato indenne fino al 12 luglio, e che quindi il popolo greco fosse pronto a qualsiasi rottura e avesse dato al governo qualsiasi mandato. Ovviamente su questo tema nessuno può avere certezze, ma diversi segnali possono far pensare che non sia così. In quelle settimane sono successe cose molto gravi, che hanno determinato un indebolimento della parte greca e che solo chi non riesce a immedesimarsi nella situazione può dire che non contino. Per essere chiari, parliamo di vere e proprie operazioni di terrorismo finanziario messe in atto dalla Troika.
Ai greci è stata negata la liquidità. Questo non vuol dire soltanto banche chiuse e file ai bancomat – che comunque sono un bel problema, perché ti devi mettere in fila di notte, spesso i bancomat si svuotano, hai dei tetti di spesa rigidi etc… Ma questo è nulla. Il punto è che la Troika ha fatto presentire alla Grecia che cosa poteva essere l’uscita dall’euro o comunque una crisi del credito, che non è un problema soltanto dei borghesi! Se alle banche greche viene negata la liquidità, tutto si fa problematico: i padroni non possono pagare gli stipendi, i proletari non possono chiedere prestiti o riscuotere i loro pochi risparmi. Ma non solo: non si possono portare avanti le attività, anche quelle statali. Non si ferma solo l’economia, ma si blocca anche qualsiasi altra funzione sociale, dall’approvvigionamento di energia, al sistema sanitario etc.
Questa mossa è stata così forte che, per capirci, quando venerdì 26 giugno Tsipras aveva chiamato al referendum, i primi sondaggi registravano una quota di OXI molto più alta1... Già dopo il primo giorno di chiusura delle banche la paura aveva fatto il suo gioco, anche a causa di media completamente blindati dal partito del SÌ, che alla fine era riuscito comunque a mobilitare un 38,7% di votanti. A meno di immaginare che in Grecia il 38% della popolazione sia ricco, è evidente che dentro questa quota di votanti c’è anche tanto popolo confuso, impaurito, minacciato magari dai padroni per cui lavorano... D’altra parte, nel 61,3% dell’OXI, che esprimeva senza dubbio una posizione di classe2, non c’era il rifiuto tout court dell’euro o dell’Unione Europea, ma soprattutto il rifiuto di un accordo di austerità. A noi può sembrare paradossale, ma per molti greci, anche compagni, che ricordano la dittatura, l’Unione Europea è sinonimo di stato di diritto, è la garanzia che la società greca, che fuori dalle metropoli di Atene e Salonicco presenta caratteri anche molto arretrati, non ricada nelle mani dei colonnelli, resti agganciata al “mondo moderno”. Infine, va aggiunto che anche in un momento così critico, il 37,5% della popolazione ha deciso di non andare a votare, a dimostrazione che anche in Grecia ci sono pezzi di società tagliati fuori da qualsiasi ragionamento politico, depressi o indifferenti o sospettosi verso la dimensione politica, ancora non coinvolti dal movimento di emancipazione.  
Tutto questo per dire cosa? Non per sminuire il valore del referendum, che anzi ne esce rafforzato, ma per fotografare la situazione reale, che non è quella di un popolo in procinto di fare la rivoluzione o di portare sino in fondo la rottura. Di un popolo sicuramente degno e in grado di dare risposte incredibili, che in alcuni casi si è posto anche più avanti del governo di Syriza, ma che è perfettamente cosciente di quello che poteva accadere, e che forse non si sentiva in grado di gestire un periodo di forte emergenza sociale.
Non si tratta di agitare scenari catastrofici, si tratta invece di ragionare sulla realtà di questo mondo di merda, a partire da quello che abbiamo visto in questi anni. Come ci raccontavano i compagni greci, il rischio di un golpe moderno, di una “rivoluzione arancione”, era molto alto, e d’altra parte chiunque può constatare cosa è successo poco tempo fa in Ucraina. Lo schema è ormai classico: manifestanti pro-UE occupano le piazze, grazie anche alla spinta e ai finanziamenti dell’Occidente, accadono provocazioni, si crea una dinamica di scontro fra forze governative e altri soggetti sociali. I media sono contro il Governo, mentre le istituzioni internazionali gli tagliano i fondi e le forze armate vengono manovrate. Il popolo greco era ed è in grado di sostenere questo scenario, che di sicuro è stato prefigurato agli occhi di Tsipras la notte del 12 luglio? Per resistere a questo livello di scontro, il popolo dovrebbe essere se non armato almeno militarizzato, riuscire a garantire i rifornimenti, la requisizione del cibo, le linee di contrabbando, la resistenza al nemico interno.
Non stiamo facendo fantapolitica: questo è lo scenario che avevano ben in testa sia i nostri nemici, sia i compagni greci. Ma questo ci porta dritti a un problema più complessivo, di configurazione antropologica delle nostre società occidentali – e in questo senso anche dei leader che esprimono. Spieghiamoci meglio. La rivoluzione (ma pensiamo anche a qualsiasi forte trasformazione sociale, ad esempio al processo bolivariano), non è solo questione di una presa di posizione, non è una chiacchiera al bar, non è un gioco che si fa a cuor leggero. È un complesso movimento in cui precipitano molti elementi – economici, esistenziali, ideologici –, e che soprattutto viene fatto da donne e uomini che hanno determinate propensioni, valori, abitudini.
Da questo punto di vista, Tsipras non è Che Guevara, come il popolo greco non è quello cubano, che ha gestito con abnegazione embargo, sanzioni e momenti di fame come il periodo especial. Dietro quell’abnegazione c’erano anni di lavoro, ideologico e materiale, c’era il consenso costruito sui successi della Rivoluzione. Ma il popolo greco non è nemmeno paragonabile a quello delle primavere arabe, ai curdi o ai palestinesi – popoli che hanno dimostrato di essere pronti a immolarsi, perché sono nati nella fame, nella mancanza di alternative, in una situazione per cui qualsiasi futuro, anche una disperata azione è preferibile a un presente di umiliazione. Popoli che sono altamente politicizzati, abituati a gestire situazioni di emergenza, che hanno in comune storie di resistenza a dittature o a guerre.
Quando parliamo di configurazione antropologica adatta a sostenere le rotture rivoluzionarie, parliamo di questo dato materiale, che deve ogni volta essere verificato nel contesto dato. La maggior parte delle persone, anche dei proletari, tendono a cercare, anche comprensibilmente, di riprodurre l’esistenza loro e della loro famiglia, di vivere tranquillamente, di evitare fin dove possibile lo scontro. Il popolo greco, esattamente come noi, è cresciuto in una sorta di benessere, nella convinzione che la situazione possa essere grave, ma possa anche migliorare, magari stringendo un po’ la cinghia. È un popolo su cui si è esercitato, come in tutti i paesi a capitalismo avanzato, uno svuotamento ideologico lungo trent’anni, in cui le masse sono state passivizzate nel consumo, cresciute in quella neutralizzazione del conflitto che amplifica le paure e fa sì che la maggior parte delle persone preferisca all’ignoto innanzitutto la preservazione delle attuali condizioni di vita.
Qui ci teniamo a non essere equivocati: tutto questo discorso non mira certo a dire che la rivoluzione è impossibile, o che è possibile solo in posti dove la disperazione è totale etc. Al contrario, proprio l’esempio italiano degli anni ’60-’70 ci dimostra che i movimenti rivoluzionari possono prendere corpo anche in cicli economici espansivi, in paesi a capitalismo avanzato, se però c’è stata una precedente accumulazione di forze, se i livelli di autorganizzazione sociale sono alti, se c’è una coscienza di classe diffusa... Anche se non si può nemmeno ignorare che le rivoluzioni si siano sempre date in seguito a guerre, ovvero in situazioni forti di crisi, di fame e di sangue, o come risposta a dittature che negavano persino il diritto all’espressione sociale o politica dei bisogni, o ancora in contesti di colonizzazione che spesso combinavano sia guerre che forme dittatoriali. Insomma, quello che vogliamo dire è che, in Europa, in questo momento storico, è evidente che:

a) nonostante la crisi del 2007 abbia creato condizioni oggettive più favorevoli, molti nodi non sono ancora venuti al pettine, ovvero non siamo già allo “scontro finale”;

b) che – anche per questo, ma non solo – le condizioni soggettive per la rivoluzione sono ancora da costruire, visto il trentennale abbandono di forme organizzate e di problemi strategici da parte dei compagni.  

Per questo, pretendere che i greci facessero quello che non si è mai fatto, ovvero una rivoluzione o comunque una forte rottura sociale in un paese “democratico”, in un contesto “pacifico”, in cui la ricchezza e i consumi sembrano ancora a molti a portata di mano, e la sinistra è stata fino all’altro ieri considerata poco più che residuale, è antistorico e serve solo a soddisfare in modo immaginario la nostra identità.
In realtà il problema si poneva sin dall’inizio in un altro modo: al momento il popolo greco, come molti popoli d’Europa, vuole “soltanto” maggiore democrazia, possibilità di decisione e di potere sul proprio destino, una sostanziale redistribuzione della ricchezza, migliori condizioni di lavoro. Al governo di Syriza veniva chiesto tutto questo, ovvero la fine delle politiche di austerità, restando però nell’euro e pagando almeno una parte dei debiti. Noi possiamo anche pensare che i popoli sbaglino, perché non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, perché nel capitalismo non è possibile stare bene tutti, che se fanno così non vanno da nessuna parte, ma non possiamo certo pensare di avere qualche effetto se ci limitiamo a dirgli che si devono fidare ciecamente di noi che la sappiamo lunga perché abbiamo letto Marx. Le masse imparano attraverso l’esperienza diretta, non attraverso le dichiarazioni ideologiche. E infatti nulla dura per sempre, e dopo l’esperienza degli ultimi mesi il popolo greco ha maturato ben altra visione dell’Europa…
Noi non dobbiamo accodarci alla masse, ma nemmeno possiamo pensare di guidarle dove vogliamo. Dobbiamo essere umili e pensare che forse potrebbero avere ragione loro e che solo facendo ciò che chiedono, mettendolo continuamente alla prova e rimettendolo alla discussione collettiva, si può verificare se quello che vogliono è possibile o meno, ed eventualmente prendere coscienza che si deve fare altro, approfondire il movimento.
In questo senso, va anche precisato il senso della parola riformismo, usato completamente a sproposito di questi tempi. Spesso si confonde il riformismo con la lotta per le riforme, facendo apparire qualsiasi lotta per le riforme come qualcosa che andrebbe addirittura contro il progetto rivoluzionario. Su questo Marx e Lenin hanno scritto a lungo: la differenza fra i riformisti e i rivoluzionari non è banalmente che i primi fanno le riforme e i secondi la rivoluzione (anche perché è storicamente dimostrato che la rivoluzione non viene decisa a tavolino in una stanza, ma scoppia, peraltro sempre in forme spurie, con il popolo che si muove anche a prescindere dalle dirigenze di partito…). Peraltro, come si potrebbe essere rivoluzionari quando la rivoluzione non c’è o non si può immediatamente fare perché non c’è questa disponibilità popolare? Si limiterebbe a essere una semplice dichiarazione di principio… 
In verità, la differenza fra riformisti e rivoluzionari sta nel fatto che i primi pensano tutto il tempo alle riforme, relegando sullo sfondo ogni ipotesi rivoluzionaria, anzi teorizzando che essa non è possibile, magari nemmeno auspicabile, perché il socialismo può arrivare appunto senza scosse, mediante un processo graduale. Mentre i secondi non si limitano a questo, pur sostenendo “ogni minimo miglioramento, ogni miglioramento effettivo della situazione economica e politica delle masse” (Lenin), assumendo dunque tutte le richieste progressive che vengono dalle masse, cercano di avvicinarsi al punto di rottura, di prepararsi e preparare il popolo al punto di rottura. Perché sono consapevoli che l’introduzione di riforme all’interno del modo di produzione capitalista, ovvero di miglioramenti della condizione dei lavoratori, alla lunga porta all’aggravarsi  della crisi, che è un elemento strutturale del capitalismo. E poiché alla crisi si può rispondere in due modi: o attaccando nuovamente il lavoro e quindi ricreando nuove condizioni di profittabilità ovvero le premesse per un nuovo ciclo di accumulazione, o progredendo appunto verso la sempre maggiore socializzazione dei mezzi di produzione, il punto di rottura arriva spesso in tempi anche rapidi.
Come si applica questo discorso a quanto accaduto in Grecia? Che il problema del governo Syriza, alla luce di quanto detto finora, non è stato quello di non aver fatto la rivoluzione – impossibile ora –, né quello di voler fare le riforme – che andavano e vanno fatte –, e nemmeno quello di aver perseguito il tentativo di muoversi sullo stretto margine che gli aveva dato il mandato popolare – perché altrimenti si sarebbero condannati all’irrilevanza o sarebbero stati subito spodestati. E anche i fiumi di inchiostro sprecati sul famoso “piano B” che avrebbero dovuto avere in sede di trattativa per non essere costretti alla resa, sono certamente interessanti perché mostrano che una parte della dirigenza (in particolare Varoufakis) si era mossa in maniera più lungimirante dell’altra, ma ci dicono anche che la possibilità stessa di perseguire questa strada era d’altra parte molto relativa, era quasi un bluff, perché i tempi sono stati davvero veloci – tutto si è giocato in nemmeno cinque mesi! Infine, non pensiamo nemmeno li si possa accusare a cuor leggero di non essere usciti dall’euro: sia perché la maggior parte della popolazione questa uscita dall’euro non la voleva perché temeva – vista la particolare struttura produttiva della Grecia, che importa praticamente tutto dall’estero – un aumento significativo dei prezzi e una riduzione allo stesso tempo considerevole dei salari, sia perché né USA, né Russia, né Cina erano disponibili a finanziare una Grecia tornata alla dracma e bisognosa di prestiti – perché, a differenza di quanto pensa qualcuno, la Russia e la Cina non sono la patria del socialismo, non sono nemmeno come l’URSS che per punto d’onore finanziava fino agli anni ’80 i movimenti antiapartheid: sono potenze che temono ripercussioni dell’imperialismo USA e UE su altri terreni, e quindi non vanno allo scontro aperto, sicuramente non per difendere quattro “comunisti” greci…
Cosa, allora, possiamo imputare a Syriza – semmai noi fossimo in grado di fare processi a qualcuno? Possiamo innanzitutto imputare una sottovalutazione del nostro nemico, che non è assolutamente convincibile con i soli argomenti “razionali”. Ancora Varoufakis ci ha raccontato come andavano le negoziazioni: la Troika non rispondeva mai nel merito, puntava solo a far passare tempo per aggravare la crisi, era insensibile a qualsiasi proposta da parte greca. Anche alla luce di questo, possiamo soprattutto imputare a Syriza la scarsa volontà di prepararsi e preparare le masse al momento inevitabile della rottura, di discutere giorno per giorno la linea, un accenno di populismo che li ha portati a non fare presente che quello che il popolo chiedeva era al limite impossibile, e in definitiva un violare – anche contro uno di quei punti fermi che gli aveva regalato il successo, ovvero la trasparenza, che invece aveva praticato in occasione del referendum – il principio del libero consenso, su cui si regge il potere popolare. In buona o in cattiva fede, qui davvero importa poco, Tsipras e la maggioranza dei parlamentari di Syriza sono stati autoritari, perché hanno dato per scontato qualcosa che era forse probabile, ma comunque tutto da verificare, ovvero che il popolo non fosse pronto. Al popolo andavano invece dati tutti gli strumenti perché prendesse le sue decisioni, perché potesse ancora esprimersi, perché, soprattutto, potesse organizzarsi. Anche perché, con la firma dell’accordo, si rischia davvero di tecnicizzare di nuovo la questione politica di fondo, di spostare la battaglia sui “margini”, e di renderla così appannaggio di specialisti, di esperti di parametri contabili e amministrativi... 
Da questo livello del problema bisogna partire, per trarre elementi da questa momentanea sconfitta, ricordandoci comunque questa guerra non è iniziata con Syriza e non è finita con Syriza, che Syriza è stato “solo” il punto di precipitazione di reti di mutualismo, di solidarietà, di lotte territoriali e per la casa, di istanze dal basso senza le quali nulla si sarebbe dato e che non è affatto detto non possano tornare a farsi sentire. E soprattutto ricordandoci che questa guerra è anche nostra, e noi dobbiamo entrare nell’ottica di preparare una nuova offensiva a breve, magari stavolta in Spagna, in Portogallo e perché noi – prima o poi pure accadrà! – nel nostro paese.

4. COME FARE

Riepilogando il nostro percorso, finora abbiamo cercato:
a) di restituire il senso dell’esperienza greca e delle sue ricadute sui “nostri”, di fare capire contro la narrazione dominante il valore di quello che è successo, sottolineando tutti i passaggi e le conquiste effettivamente realizzate dai greci;
b) di riflettere sui limiti che si sono presentati, sia oggettivi che soggettivi, limiti che sono sintomo di problemi di più lungo periodo, ma che nell’esperienza di governo di Syriza si sono presentati acutamente, costringendoci a un bagno di realtà, a immaginare forme di trasformazione adatte sia al livello dello scontro, sia ai nostri livelli di coscienza.
Ora vorremmo cercare di recuperare ancora qualche altra indicazione su quello che dobbiamo fare noi qui in Italia... Ma confessiamo subito i nostri limiti: a noi non piace sparare cose a caso, quindi sentiamo che abbiamo ancora da praticare, da studiare e da dibattere prima di arrivare a teorizzare un modello di intervento che tenga conto di tutto l’orizzonte problematico sollevato. E poi già così siamo stati abbastanza lunghi. Quindi, invece di illustrare il che fare, vorremmo dire qualcosa sul come fare, che ora ci sembra un preliminare indispensabile.
Per noi l’esperienza greca segna un passaggio all’età adulta. Prima, anni fa, dicevamo tutto con estrema leggerezza, potevamo permetterci qualsiasi cosa, tanto nulla si sarebbe fatto per davvero. Ogni fantasia era autorizzata, e funzionava da compensazione all’impotenza reale. Noi, figli della caduta del muro di Berlino eppure comunisti, abbiamo iniziato a fare politica contro tutto e tutti. Abbiamo lottato per anni credendo ancora nella rivoluzione, ma credendo pure che difficilmente l’avremmo potuta vedere per davvero. Facevamo le cose perché era giusto, perché odiavamo lo sfruttamento, l’arroganza, la privazione delle libertà, perché un giorno, magari, chissà… Ma l’ottica era, da un punto di vista strettamente politico, e nonostante quello che potevamo pensare soggettivamente, puramente resistenziale.
Perché la posizione che ci aveva consegnato la storia fino al 2008, posizione che ripeteva in forma farsesca quella tragica che avevano assunto i compagni a metà degli anni ’70, era quella di fare la sinistra della sinistra, di contestare, di incalzare, di tirare più a sinistra la sinistra istituzionale, sia di sindacato che di partito. A volte di mettere in moto, attraverso un meccanismo da ruota piccola a ruota grande, un’opposizione di massa alle “riforme” neoliberiste, alla globalizzazione, alla guerra. Ma non avevamo un progetto che andasse oltre il collettivo o il centro sociale, oltre l’opera di disturbo, non assumevamo esplicitamente un orizzonte di costruzione, non avevamo nessuna idea di come avviare noi processi che un giorno non troppo lontano avrebbero permesso alle masse di prendere il potere…
Ora che con la crisi quel mondo è finito, che si è consumata tutta l’eredità della sinistra storica, nonostante i costanti, patetici tentativi di rimetterla insieme in improbabili carrozzoni, capiamo che tocca a noi, alla nostra generazione, inventarci qualcosa di nuovissimo e di antichissimo. Qualcosa che possa dare risposte concrete alle masse, che le possa coinvolgere, e che possa davvero trasformare la realtà, per quanto tutto questo sia difficile, implichi pazienza e mediazioni.
Ce lo diciamo da anni. Ma la Grecia, al di là del rovescio momentaneo, ci ha mostrato che si può fare. E siccome ora abbiamo visto che si può fare, dobbiamo capire in fretta come farlo. Per questo dobbiamo essere seri. Perché non è più tempo di giocare a chi la spara più grossa, non è più tempo di dividersi sulle virgole, sulle identità sterili, sui protagonismi da banda, sui narcisismi da social network. La Grecia ci ha messo di fronte i veri problemi, la concretezza delle cose. Ci costringe a studiare tutto daccapo, ma anche a fare tanta esperienza, perché al momento come compagni a stento sappiamo gestire un condominio, figuriamoci una città o un paese, semmai si ponesse il problema e qualcuno ce lo chiedesse.
La Grecia ci ha insegnato la cattiveria del nemico, che non è solo il poliziotto che spara, ma la scienza inesorabile dei numeri e la tessitura delle trame, il bombardamento mediatico, il controllo delle forze armate. Roba che puoi contrastare solo con alti livelli di organizzazione, con una determinazione dettata dal sapere dove stai andando, dal sapere che quel pezzettino che stai facendo ti sta avvicinando al momento dello scontro. La Grecia ci ha insegnato la nostra disorganizzazione, perché come compagni non siamo pochi, anzi: siamo dappertutto, ma semplicemente non sappiamo bene che fare, non elaboriamo insieme una linea, e non andiamo d’accordo se non per fugaci momenti.  
La Grecia ci ha anche insegnato che per reggere certi passaggi serve un livello di radicamento popolare altissimo, serve un lavoro in profondità, di lungo periodo, che sradichi, con la pratica e l’esperienza, la passività, il senso della delega, che metta il popolo nella condizione di autorganizzarsi senza smettere di puntare al livello verticale del potere. Perché non si arriva mai preparati a certi momenti, ma di certo non possiamo arrivare sprovveduti.
Ma la Grecia ci ha anche insegnato, e su questo vorremmo chiudere, che non è possibile vincere in un solo paese. Che oggi il modo di produzione capitalista è talmente integrato che un paese da solo, soprattutto se piccolo, viene strangolato. Che il campo di gioco è l’Europa intera, e che ai prossimi appuntamenti con i banditi bisogna presentarsi almeno in due, in tre, in quattro. Che per riuscire a vincere e mettere alle corde i padroni serve un internazionalismo reale, come quello che abbiamo visto apparire nei giorni del referendum, persino nella “fredda” Germania, in cui pure si sono dati decine di presidi… L’internazionalismo è diventato ora un elemento strategico, che ci deve spingere più di prima a sognare insieme, a lavorare insieme. Hanno potuto massacrare la Grecia perché era sola, era piccola, aveva bisogno di soldi. Non sarebbe andata così con la Spagna o con l’Italia, non sarebbe andata così se si andava tutti insieme. Qui tutto dipende dai rapporti di forza che possiamo mettere in campo. Se entrassimo a giocare anche noi sarebbe tutta un’altra storia.  
Ce ne dobbiamo ricordare e dobbiamo rimuginare questo pensiero per tutto agosto. Perché la Grecia ci insegna soprattutto che, invece di passare il nostro tempo a cercare i limiti degli altri, dobbiamo cercare di capire presto come superare i nostri e arrivare almeno all’altezza degli altri. Chi soffre davvero per il destino della Grecia, per l’austerità imposta al suo popolo, sappia che quel destino e quell’austerità dipendono anche da noi, dalla strada che sapremo trovare e aprirci qui.

---
note
1  Si veda i sondaggi elencati qui:  e soprattutto qui. Praticamente tutti, soprattutto quelli meno di parte, registravano una quota più alta di NO (ovviamente più bassa del voto finale perché dal conto viene esclusa la quota di indecisi), che cala bruscamente, in media di oltre dieci punti, dal 29-30 giugno, giorni in cui entra in atto la chiusura delle banche. Per la precisione, l’andamento registrato, sia dai sondaggi che dagli stessi compagni greci, è stato questo: molto consenso per il NO nell’immediato (i compagni ad Atene ci dissero addirittura che il NO sarebbe stato, il giorno dopo la proclamazione del referendum, al 75%!), arretramento a causa del terrorismo finanziario e del bombardamento mediatico, e negli ultimi giorni aumento del NO in seguito ad alcune affermazioni in favore dei SI di una serie di politici corrotti e odiati da tutti (infatti i compagni che venerdì mattina erano spaventati, sabato sera erano tranquilli, perché secondo loro il partito del SI aveva fatto hara kiri, come scrisse anche la stampa borghese lunedì nello spiegarsi la sconfitta).  
2 A questo proposito cfr. l’analisi del voto. Come si vede, il NO spopola tra i giovani, i disoccupati, i dipendenti (pubblici e privati), chi è in difficoltà finanziarie, tra la sinistra e chi finora era politicamente indifferente.

Per raccontare l'esistente e immaginare il futuro

IL BLOG DEI PAZZI

Calendario

November 2020
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30

Potere al Popolo!

Sito di"Potere al Popolo!"

#indietrononsitorna

SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

RADIO QUARANTENA

VOCI E TESTIMONIANZE DAL CARCERE

#iorestodentro

Come si finanzia una struttura grande e piena di attività come l’Ex OPG?

Supporta l'ex opg

Abbiamo messo per iscritto le idee che stanno alla base del nostro progetto, e tutti i modi in cui si può dare una mano.

Come partecipare

Ecco la nostra dichiarazione di intenti, il nostro programma

Cosa crediamo, cosa vogliamo

UN ECOGRAFO PER TUTTE E TUTTI!

CROWDFUNDING AMBULATORIO POPOLARE

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand