Si apre una nuova fase, meno palese ma altrettanto insidiosa, nell'offensiva nei confronti della Pubblica Amministrazione

di Giovanni Castellano

La nomina di Brunetta quale ministro della Pubblica Amministrazione ha provocato un brivido lungo la schiena in tutti quelli che non hanno potuto dimenticare i danni del suo ministero durante il governo guidato da Berlusconi.


Si sbaglia però chi pensa che questa esperienza possa essere, sic et simpliciter, una riedizione di quanto è successo poco più di dieci anni fa; è un errore comune sovrastimare l'importanza che un singolo uomo possa avere nel determinare le politiche di un Paese al di là del contesto globale di riferimento.


Senza cadere in un eccessivo determinismo storico è possibile ritenere infatti che, a meno che non siamo di fronte a Napoleone, Lenin o pochi altri, il fattore principale che influenzerà la concreta azione politica saranno i concreti rapporti di forza tra i diversi interessi in campo e la volontà politica della classe sociale dominante; ovviamente, all'interno di questo quadro di riferimento, le diverse personalità politiche godono di un certo margine di azione.

Mario Draghi vs Mario Monti

Questo assunto ci deve essere chiaro anche quando proviamo a valutare il governo di Mario Draghi; pertanto non si può in alcun modo paragonare l'attuale esecutivo al precedente governo tecnico guidato da Mario Monti.
Il compito di quel governo era molto semplice: tagliare la spesa pubblica, fare macelleria sociale addebitato tutti i costi della crisi ai ceti popolari. Questo genere di operazione era in linea con le politiche di austerity imposte dall'Unione Europea sin dal Trattato di Maastricht.
Di fronte alla crisi economica che segue la pandemia in atto, Mario Draghi aveva già anticipato, ben prima della nascita del suo governo, la necessità di cambiare registro attraverso un massiccio indebitamento del governo al fine di sostenere il capitale privato in difficoltà.
Questo cambio di rotta non rappresenta un reale ripensamento delle politiche neo-liberiste, sancendo invece il passaggio ad una diversa fase che ha visto una sua prima manifestazione con le misure adottate dal precedente governo e gli accordi presi in sede europea; politiche volte per lo più a sostenere le imprese in difficoltà, lasciando le briciole alle classi popolari per evitare il crescere del malcontento sociale.
Queste misure trovano la propria ragione nella necessità di una riconversione del capitalismo tramite il graduale ridimensionamento di alcuni settori e l'incentivazione di nuovi settori (la classica "distruzione creatrice" descritta da Schumpeter), ma non fanno altro che posticipare il problema del debito pubblico.
Non è un caso se i vincoli di bilancio siano stati semplicemente sospesi; in un futuro non troppo remoto si porrà il problema di come far fronte a questa montagna di debiti (il Recovery Fund per l'Italia è per lo più costituito da prestiti da rimborsare) e possiamo essere certi che, se i rapporti di forza tra i diversi settori della società non muteranno radicalmente, saranno di nuovo le ceti popolari a pagare il prezzo più attraverso una nuova ondata di tagli allo Stato sociale.

Ma la pubblica amministrazione è salva?

In questa nuova fase possiamo essere certi che Brunetta e il governo nel quale siede non possano fare danni alla Pubblica Amministrazione?
Putroppo non è proprio così. Bisogna comprendere, infatti, che se in passato si è lavorato con l'accetta tagliando tutto il possibile (posti di lavoro, stipendi, progressioni economiche, diritti, ecc..), ora assisteremo ad un lavoro di precisione che nasconde, dietro le seducenti parole d'ordine della semplificazione e della modernizzazione, il tentativo di smantellare ulteriormente il pubblico impiego, attraverso un attacco alla sua natura pubblicistica, partendo proprio dalla fase del reclutamento.

L'attacco ai concorsi pubblici

In questi giorni alcuni esponenti governativi (Brunetta in primis) hanno infatti avviato una campagna mediatica per convincere gli italiani che i vecchi concorsi pubblici vanno superati, per cui bisogna pensare a meccanismi di selezione più agevoli, magari mutuati dalle grandi aziende private.
Non serve una complessa analisi sociologica per comprendere cosa possa significare, soprattutto in un Paese connotato da bassi livelli di trasparenza ed alti livelli di gestione clientelare della cosa pubblica, assumere pubblici dipendenti in seguito alla presentazione di un curriculum e al superamento di un'eventuale colloquio orale, nel quale la discrezionalità sarebbe massima.
Sembra che questo metodo voglia essere sperimentato, adducendo le consuete ragioni dell'emergenzialità, per l'assunzione di tecnici necessarie per realizzare il Recovery Plan, ma non è affatto da escludere che una tale misura possa prima o poi diventare il meccanismo ordinario di reclutamento del personale.

Una nuova concertazione?

Un altro aspetto a cui bisogna prestare attenzione riguarda le conseguenze dell'accordo, per ora molto generico, siglato con i sindacati confederali.
L'enfasi posta sulla contrattazione collettiva decentrata può indebolire infatti la posizione dei lavoratori, come dimostra del resto la persistente volontà manifestata da Confindustria di rafforzare la contrattazione integrativa nel settore privato, anche se i due piani non possono essere considerati completamente sovrapponibili.
Inoltre l'enfasi sull'importanza di rafforzare la previdenza complementare e il welfare aziendale possono costituire un affondo all'universalità e alla natura pubblica del Welfare State e, nello stesso tempo, potrebbero essere visti anche come strumenti per avviare una nuova stagione concertativa che, come è accaduto in passato, può diminuire la forza conflittuale del sindacato, rafforzandone invece la sua funzione di mera co-gestione del potere.

Smart working, un'arma a doppio taglio

Un capitolo a parte merita la questione dello smart working che, finita la stagione emergenziale, potrebbe diventare una modalità ordinaria di lavoro per tanti.
Se da un certo punto di vista le forme di lavoro agile possono rappresentare un importante strumento per conciliare in modo migliori i tempi di lavoro con i tempi di vita, è importante capire perché questo strumento, se applicato su vasta scala, può rivelarsi un'arma a doppio taglio.
Da un punto di vista meramente sociologico è importante richiamare l'importanza del luogo di lavoro nella costruzione di una “comunità del lavoro”, presupposto fondamentale tanto per la formazione di qualsiasi forma di associazionismo dei lavoratori, sia per la creazione di un'identità condivisa in un'epoca contraddistinta dalla progressiva scomparsa di qualsiasi punto di riferimento.
I periodi di assenza dall'ufficio hanno rappresentato per molti lavoratori un'importante momento di crescita personale ma per tanti altri l'assenza di contatti con i colleghi e l'interruzione della normale routine ha creato un profondo disagio psichico che non può essere sottovalutato.
Da un altro punto di vista, inoltre, lo smart working può essere visto come un passo indietro nello sviluppo economico, rimandando a quell'epoca proto-industriale nella quale le lavorazioni venivano svolte per lo più presso il domicilio del lavoratore.
Se questo paralello può sembrare impegnativo rimane comunque utile per prendere in considerazione il livello di responsabilità che resta in capo al lavoratore in smart working ed il tipo di controllo che può essere esercitato su chi lavora da remoto.
Il lavoratore potrebbe essere tenuto non più semplicemente a eseguire la sua prestazione lavorativa secondo l'ordinaria diligenza richiesta dalla propria mansione professionale, diventando invece responsabile del raggiungimento di precisi obiettivi individuali.
Un passaggio che può sembrare una semplice differenza formale, ma che sancisce un ulteriore tassello di quel processo che conduce al progressivo trasferimento del “rischio d'impresa” in capo al lavoratori; processo che ha avuto la sua più importante applicazione nell'introduzione delle tante forme di lavoro che nascondono la natura subordinata della prestazione dietro finti contratti a progetti.

Non basta sbloccare il turn-over

Per concludere queste considerazioni sui diversi pericoli che possono sorgere in questa nuova fase fase politica è opportuno rivolgere uno sguardo alla questione del personale e della necessità di nuove assunzioni. Al momento attuale sembra, infatti, che non si vada oltre la proposta di uno sblocco completo del turn-over, per cui ad ogni cento lavoratori che andranno in pensione ne subentreranno altri cento.
Questo discorso non tiene però conto del fatto che la pubblica amministrazione italiana, in seguito ad un lunghissimo blocco delle assunzioni, ha perso tantissimi elementi e può contare su molti meno dipendenti di tante altre amministrazioni europee.
E non tiene conto nemmeno dei danni che avrà la crisi post-covid da un punto di vista occupazionale, soprattutto se guardiamo al settore giovanile. Pertanto una corretta programmazione deve necessariamente puntare ad un piano straordinario di assunzioni, che vada ben oltre il numero dei pensionati.

Per tutte queste ragioni, in questo momento di grandi cambiamenti, diventa quindi fondamentale inquadrare l'attuale fase storica e ragionare alla luce della luce della diversa strategia politica portava avanti dalla classe dominante. Cercare di leggere gli avvenimenti di oggi con gli stessi criteri interpretativi che avremmo usato appena due anni fa rischierebbe infatti di portarci fuori strada.

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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