di Claudio Cozza

Nel gioco del biliardo, sia in quello popolare sia in quello più aristocratico, si definisce ‘rimanenza’ la posizione in cui si fermano le biglie, alla fine di un tiro. Di solito i principianti non ci badano troppo, pensando soprattutto ad andare in buca o ai birilli da lasciare in piedi. E per questo finiscono per pagarla cara: l’illusione di due biglie consecutive in buca è nulla, è una vittoria di Pirro, se poi si lascia un gioco facile ai professionisti. Questi cioè riprendono in mano il gioco e finiscono la partita senza lasciare ai principianti nessuna possibilità di riprendere a tirare, ossia di risposta. La ‘rimanenza’ è di fatto la strategia, è una visione a più lungo termine, quindi più importante della tattica, ossia la decisione di cosa fare nell’immediato, se provare a mandare in buca la biglia viola o la biglia blu.

Con i principianti e i professionisti della politica è la stessa cosa. Cos’è la ‘rimanenza’ della politica? È l’attenzione che i più furbi dedicano non alla loro azione politica diretta, ma allo spazio di risposta che lasciano agli avversari/nemici di classe, spesso troppo ingenui e principianti. I furbi puntano solo allo schiacciamento sul presente e alla mancanza di memoria storica, per favorire i loro progetti neoliberisti o le loro giravolte politiche opportuniste. Salvini, Renzi, Berlusconi, ma anche PD, LEU, 5 stelle… Nell’ultimo mese, in Italia ne abbiamo avuto una prova lampante! E vergognosamente (molto) anche a sinistra. Gli opportunismi hanno caratterizzato la sedicente sinistra da un secolo e mezzo (si pensi alle critiche di Marx al ‘programma di Gotha’ nel 1875 oppure agli attacchi di Lenin contro il social-sciovinismo), con notevoli contributi del PCI o della CGIL nella seconda metà del ‘900. Ma ora un riferimento a un concetto di fondo, a un’idea progettuale, prospettica, sembra essere completamente scomparso. Con tutti i limiti ideologici dei partiti politici nati fra ‘800 e inizio ‘900, in essi un richiamo a una visione di fondo della realtà esisteva sempre. Oggi pare di no.

Non si deve però commettere l’errore di attribuire questa scomparsa dei concetti a un limite personale degli individui, siano essi persone comuni o capi di partito/movimento. La contraddittorietà, la confusione, l’anarchia è nei fatti, è nella realtà. Pensiamo al discorso di Mario Draghi al Senato. Come sottolineato già da molti commentatori, quel discorso è stato un coacervo di chiacchiere ecumeniche/democristiane volte a tenere tutto insieme: vaccini e Recovery fund; riduzione delle aliquote fiscali per chi guadagna di più e contemporaneo aumento della fascia di esenzione per chi guadagna molto meno; parità di genere ma vera, senza limitarsi al paravento delle quote rosa; ruolo del pubblico ma anche del terzo settore; più ricerca scientifica di base ma anche più supporto all’innovazione delle imprese; maggiore cultura umanistica ma anche potenziamento degli istituti tecnici; medicina territoriale (enunciata con accanto Giorgetti, quello per cui i medici di base non servivano più…) e telemedicina; attrazione di investimenti, anche esteri, al Sud ma non limitandosi solo agli sgravi fiscali per chi investe, bensì facendo lotta alle mafie e potenziando le infrastrutture; maggior merito ma anche più competenze digitali nella Pubblica Amministrazione; rimpatri dei migranti che non hanno diritto a entrare nel nostro paese ma anche attenzione ai diritti dei rifugiati; e poi un occhio alla globalizzazione, alla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale, al cambiamento climatico.

In fondo era ovvio che citasse mille cose, visto che già da tempo illustri opinionisti avevano riempito le pagine dei principali quotidiani italiani con i “dossier più caldi e urgenti per il nuovo governo”: vaccini, soldi del Recovery Plan, sblocco dei licenziamenti, riforma del fisco, pensioni, economia verde e digitale, e bla bla bla. Ma citare tutto è il gioco dei professionisti da bisca, serve a fare confusione, che è ormai a livelli massimi. E tutti contribuiscono alla confusione – anzi contribuiamo: ciascuno con la propria opinione su tutto, senza criterio, sui social network come negli articoli scientifici. Quella che è stata chiamata infodemia, ossia la circolazione incontrollata di informazioni più o meno attendibili su un argomento che, lungi dall’aumentare la conoscenza delle persone, contribuiscono a rinforzarne le ‘opinioni’ che sottraggano così alle masse l’importanza del pensiero scientifico da utilizzare in ogni ambito della vita quotidiana. Come se oggi non si fosse acquisito che, sin dall’antica filosofia greca, opinioni e conoscenza (scientifica) sono due cose molto diverse.

Questa confusione del citare tutto impedisce di capire quale sarà il criterio guida, di questo governo come quello dei precedenti. Le idee politiche otto/novecentesche, e ancor più i concetti e le teorie, non vengono più dichiarati perché non dichiarabili. Noi però a Draghi vorremmo chiedere: come farà a scegliere i ‘progetti migliori’, in tutti i campi che ha citato nel suo discorso? Come farà ad avere quell’ottica sistemica che per lui, sempre nel discorso al Senato, è il modo per limitare interessi lobbistici contrapposti? Quindi come farà a operare scelte nell’interesse di tutti? Ossia conciliare contemporaneamente gli interessi della grande impresa transnazionale, delle piccole imprese locali, dei professionisti-residui-di-ceto-medio, dei lavoratori dipendenti, dei lavoratori autonomi veri e dei lavoratori autonomi fittizi (false partite IVA), dei pensionati e così via?

La domanda, lo ripetiamo, quindi è: come farà Draghi a conciliare gli interessi di tutti? La risposta è: Draghi non ha nessun interesse a operare questa conciliazione. Perché è cattivo lui? No! Perché quegli interessi sono oggettivamente contrapposti gli uni agli altri, così restano anche se volessimo conciliarli a tutti i costi. Facciamo un esempio: se volessimo comprare una copia di un libro, è ovvio che la potremmo comprare o sulla piattaforma online di una grandissima impresa tipo Amazon o in una (piccola) libreria di quartiere. Quella stessa copia di libro, nessuno la comprerà due volte: ciascuno deciderà dove comprarla, se su Amazon o nella piccola libreria. Come si possono dunque conciliare i due? Non si può. Amazon e la piccola libreria sono oggettivamente, materialmente in contrapposizione fra loro, hanno interessi opposti in quanto concorrenti. Rappresentano la divergenza fra un grande capitale transnazionale e un piccolo capitale locale, che in comune hanno probabilmente solo una cosa: sono funzionali a un sistema che dall’investimento produttivo di denaro, mediante l’uso dei lavoratori, deve ricavare una quantità aumentata di denaro, che poi chiameremo profitto. Per ottenere tale obiettivo, devono comprimere i loro costi – a partire da quello salariale quale retribuzione dei lavoratori, di tutti i lavoratori come classe sociale – per riuscire a competere con successo sui mercati. Come lo fanno, anche questo è diverso: ad esempio, il lavoratore a tempo indeterminato di Amazon lavora ad altissima intensità, grazie ad algoritmi perfetti; il lavoratore in nero della piccola libreria ha una giornata lavorativa effettiva molto più lunga del contratto lavorativo… che magari nemmeno possiede. Due modi di fare profitto inconciliabili fra loro, di cui uno dominante: con infatti Amazon che via via annienta tutti i concorrenti.

L’apparente modo dichiarato da Draghi in Senato per effettuare questa conciliazione è la selettività delle scelte industriali. Come già fatto in tempi passati, ha quindi attaccato i settori e le imprese ‘zombie’. Ne avevamo già parlato qui , prima del suo insediamento. In Senato, Draghi ha ribadito che “sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche”. In queste parole traspare la parvenza di conciliazione: bastonare definitivamente questi zombie e supportare solo settori e imprese migliori. Ossia? Ossia quelle più in linea con le dinamiche del capitalismo mondiale/europeo. Che poi queste imprese da salvare siano localizzate prevalentemente nel Nord Italia, che siano piccole invece che medie, che abbiano collegate a loro più o meno liberi professionisti, che impieghino magari la parte più privilegiata dei lavoratori… questo viene dopo! È probabile che le imprese ‘migliori’ saranno considerate quelle subfornitrici del grande capitale estero. Oppure semplicemente le piccole imprese più profittevoli, che garantiscano più prospettive di accumulazione futura perché, magari, vengano acquisite un domani dalle imprese più grandi. Perché c’è zombie e zombie, gli zombie non sono tutti uguali. Ci sono zombie con le ali, perché collegati o collegabili alle locomotive europee o statunitensi. Draghi dice ancora che “spetta alla politica economica indicare quelle attività che dovranno cambiare, anche radicalmente”. Detta così, a molti di sinistra pare suonare anche bene… lo stato imprenditore e innovatore, tornato di moda… Ma noi sappiamo che ciascun intervento – anche il ‘non intervento’, il laissez-faire – NON è mai neutro ma rispecchia ciò che più conviene. A chi? A chi, di volta in volta, è più forte. La politica industriale di cui parla Draghi è esplicitamente quella del capitalismo più compiuto. Lo stato c’è o non c’è, si privatizza o si statalizza. Non importa, ciò che importa è che si continui, o si riprenda, a fare profitti privati.

E dove siamo noi, i lavoratori? Semplicemente non ci siamo, in questa scelta. Qualche elemosina ai lavoratori (e nemmeno tutti) può essere concessa temporaneamente: lo ha fatto il governo Conte, lo farà anche quello Draghi. Ma poi, impostata la ristrutturazione green e digitale, si farà apparire come automatico e naturale il processo selettivo degli zombie i cui lavoratori si troveranno nella disoccupazione immediata. Ma allora, perché usare soldi pubblici – presi magari dalla sanità o dalla scuola, dai vaccini e dai trasporti pubblici – per accompagnare un processo di decomposizione industriale degli zombie che ci sarebbe comunque? Forse perché, come le imprese zombie, anche le altre non sono davvero tutte uguali… chi ha più forza, chi magari in borsa in questi mesi ha raccolto i miliardi di dollari ed euro che le popolazioni mondiali hanno ora come più debito, ha anche una voce più forte e detta legge. La legge politica che, nel capitalismo, è la maschera della legge economica. Perché è evidente che una ristrutturazione industriale in Italia “è da fare”. Ma, con questi condottieri, c’è da stare molto attenti a come verrà fatta.

Quindi, noi? Che facciamo? Noi dobbiamo focalizzarci sulla realtà materiale, su cui lotte inevitabili si dovranno intraprendere, ma contemporaneamente rivolgere l’attenzione a comprendere i meccanismi e i nessi che permettono a questo sistema di funzionare, in forme peraltro sempre più autoritarie ed escludenti. Fissare i nostri occhi – e le nostre analisi – proprio su quel lungo elenco draghiano di “cose che vanno fatte”. Anche e soprattutto se queste cose sono contro di noi lavoratori. Anche se noi, potendo decidere, sceglieremmo altre priorità. Ma in questa società noi non decidiamo e perciò non dobbiamo rifugiarci nei sogni di un altro mondo che non c’è, ma proprio perché potrà esserci, il nostro contributo attuale si definisce nello studiare e capire bene cos’è questo sistema, queste forze che ci schiacciano. Insomma studiare i VERI interessi contrapposti: fra capitale e lavoro, ma anche fra grande e piccolo capitale, fra giganti e zombie, presso i quali lavoriamo. Perché sono questi interessi contrapposti che indirizzeranno le tante riforme annunciate fra le parole di Draghi. Perché la nostra rimanenza non è basata sulla confusione, ma sullo studio delle parole, del loro uso e significato. Siamo tanti: dividiamoci allora i compiti di studio per capire meglio e non cadere negli inganni altrui. Organizziamoci!

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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