di Valeria Ciessetì

 

Un anno fa, il 30 Gennaio, ho scritto qualche riga su Jackie Duddy, il pugile diciassettenne che cadde per primo sotto i colpi dei parà inglesi durante la Bloody Sunday del 1972.
Quest'anno vorrei ricordare invece l'ultima di quelle vittime, l'ultimo proiettile mortale sparato in quella domenica di sangue e sventura.


Bernard McGuigan, Barney per gli amici, aveva quel giorno la mia stessa età.

A quarantun anni però, a differenza della sottoscritta, era già padre di sei figli; con loro e con la moglie Bridget viveva a Creggan, il quartiere inerpicato sulla collina che sovrasta il Bogside.


Aveva lavorato come operaio addetto alla manutenzione alla Monarch Electric fino al 1967, quando nel febbraio di quell'anno la fabbrica di materiale elettrico chiuse all'improvviso, tanto all'improvviso che fu comunicato agli operai in uscita per la pausa pranzo di non tornare per il turno del pomeriggio. La chiusura, in una cittadina piccola come Derry già piagata dalla disoccupazione, fu una catastrofe: 1300 operai e le loro famiglie rimasero senza lavoro e senza reddito.

Barney però non si era dato per vinto e si era reinventato imbianchino e tuttofare; nel tempo libero che i vari lavoretti gli lasciavano, aveva deciso di impegnarsi maggiormente nella comunità: era diventato membro delle associazioni di quartiere e progettava di mettere in piedi un circolo ricreativo per tenere i bambini e i ragazzi lontano dai guai.
Quella mattina aveva partecipato con la moglie a un funerale, poi aveva pranzato ed era uscito, coi vestiti comodi della domenica, per partecipare alla marcia per i diritti civili e contro l'internamento organizzata dalla NICRA.

Aveva incontrato l'amico di una vita Liam Lynch e chiaccherando con lui era giunto fino all'incrocio con Chamberlain Street, dove scoppiarono dei tafferugli.

L'esercito inglese, per tutta risposta, mise in funzione i cannoni ad acqua e le truppe cominciarono ad avanzare verso i manifestanti. Barney e Liam provarono a svicolare imboccando le strade adiacenti ai complessi di Rossville Street, ma nel gran marasma si persero di vista. Quando si ritrovarono poco dopo, i proiettili stavano già fischiando sopra le loro teste.

"Let's get out of here", andiamo via da qui, si dissero, e corsero a cercare un riparo. Liam trovò un muretto in direzione di Glenfada Park e si accovacciò, convinto che Barney lo avesse seguito. Invece non lo rivide mai più.

Barney aveva trovato rifugio tra i brutti palazzoni chiamati Rossville Flats, nelle insenature che separavano gli edifici.
I numerosi testimoni, tutta gente che come lui aveva cercato riparo tra quei blocchi di cemento, danno versioni discordanti. Tra loro c'era anche il nostro Fulvio Grimaldi, all'epoca giovane fotografo d'assalto, a cui dobbiamo molte delle foto di quei tragici momenti.

Secondo diverse dichiarazioni raccolte, Barney fu richiamato dalle grida di aiuto di un giovane ferito a terra - forse Patrick Doherty, morto poco dopo per una ferita al torace - e decise di lasciare il suo riparo pronunciando queste parole: "Non lascerò che quell'uomo muoia da solo".


Uscì quindi allo scoperto sventolando un fazzoletto di stoffa e gridando "Non sparate, non sparate, siamo disarmati!", ma ebbe il tempo di compiere solo qualche passo, prima di cadere fulminato da un proiettile alla nuca che uscì dall'occhio destro, lasciandolo riverso in una pozza di sangue.

La foto qui sotto, scattata pochi istanti dopo da Gilles Peress, ritrae il suo corpo disteso senza vita e la disperazione di Padre O'Hara che ha appena assistito alla sua esecuzione.
Ho deciso di tagliarla per non urtare la sensibilità di nessuno ma, se ci pensate, non è molto più terrificante sapere che il suo assassino dopo quasi cinquant'anni non ha ancora un nome?

 

il corpo senza vita di Barney McGuigan


Il principale sospettato è infatti il famigerato soldato F, l'unico parà a cui dall'ultradecennale Inchiesta Saville e dalla giustizia siano state riconosciute delle responsabilità, ma per l'omicidio di Barney le prove di colpevolezza non sono state finora giudicate sufficienti.


L'anno prossimo cadrà il cinquantesimo anniversario e io mi auguro, come progetto da tempo, di poter tornare nella mia amata Derry e partecipare alla Marcia e a tutte le manifestazioni in programma per ricordare quella che resta, a tutti gli effetti, una delle più atroci - "ingiustificata e ingiustificabile", scrive lo stesso report - mattanze del dopoguerra.


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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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