di Aurelie Dianara

 

Assa è una donna francese di 35 anni. È nata a Parigi e cresciuta a Beaumont-sur-Oise in un quartiere della periferia nord di Parigi. È educatrice in una scuola, ha tre figli. Assa è una donna nera. Suo padre era originario del Mali, è immigrato in Francia per trovare lavoro nei cantieri edilizi. È morto quando lei aveva 14 anni perché era stato esposto alle fibre d’amianto nel suo lavoro.

Il 19 luglio 2016 la vita di Assa è cambiata per sempre. Quel giorno è morto suo fratello, Adama Traoré, in una caserma della gendarmerie (i carabinieri francesi), dopo un fermo violento. Durante il suo arresto ha subito il cosidetto “plaquage ventral”: una tecnica molto simile a quella che ha ucciso George Floyd in Stati Uniti pochi mesi fa. Sul suo corpo si è scatenato il peso di 3 gendarmi, ed è morto soffocato. Prima di morire gridava “je n’arrive plus à respirer”, non riesco a respirare. Lo ha confessato uno dei gendarmi dopo la morte.

Le stesse parole pronunciate da George Floyd—prima di morire schiacciato dall’assassino in divisa di Minneapolis—le aveva quindi dette qualche anno prima anche un giovane francese nero.

Adama non aveva fatto niente, ma si era messo a correre all’arrivo dei carabinieri perché non aveva con se i suoi documenti. Quel giorno era il suo compleanno, faceva 24 anni. Quando sei nero o arabo in Francia, quando vivi nei quartieri popolari, rischi 20 volte di più di subire un controllo dalle forze dell’ordine. 20 volte.

Sono più di 4 anni che Assa, insieme alla sua famiglia e il comitato “La vérité pour Adama”, lottano per ottenere la giustizia. Quattro anni che i medici legali disegnati dalla giustizia francese si ostinano a dire che Adama è morto di patologie cardiache pregresse mentre contro-inchieste indipendenti confermano che è morto soffocato.

Assa è diventata il volto più carismatico della lotta contro le violenze della polizia e della lotta antirazzista in Francia. Negli Stati Uniti, ha legato con Angela Davis e viene descritta dai giornali come la leader dei #blacklivesmatter francesi. Due anni fa non ha esitato a indossare un gilet giallo e a raggiungere le manifestazioni del sabato perché per lei le popolazioni dei quartieri popolari francesi sono sempre stati "Gilets Jaunes". Quest’estate almeno 80 000 persone hanno manifestato a Parigi con il suo comitato per chiedere giustizia e verità per Adama Traoré come per George Floyd e per tutte le vittime di violenze della polizia. Per protestare contro il razzismo e le discriminazioni che anche in Francia sono sistemici e uccidono.

Non so se Assa Traoré si possa definire una militante femminista. La maggior parte delle vittime di violenza della polizia in Francia nei quartieri popolari sono ragazzi maschi “razzializzati”. Ma penso che la sua lotta sia la nostra lotta. Perché sappiamo che nessun femminismo può accontentarsi di un sistema razzista che lascia morire le donne nel mediterraneo, che permette lo stupro di migliaia di donne migranti, solo perché cercano di venire in Europa, che permette l’ascensione sociale di poche donne bianche grazie allo sfruttamento di tante donne nere.

La nostra lotta è una lotta intersezionale e internazionalista.

#NONUNADIMENO!

#25 Novembre 

 

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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