Attiviamo il controllo popolare per rivendicare un piano economico che guardi al futuro

di Giovanni Castellano

 

Il 10 novembre la presidenza del Consiglio dell'UE ha raggiunto un accordo con il Parlamento Europeo in merito all'approvazione del bilancio comunitario e del Next Generation EU, il pacchetto di misure da adottare per far fronte alle difficoltà dovute alla pandemia in atto; il veto di Polonia e Ungheria, rinnovato nel vertice del 19 novembre, ha portato ad una situazione di stallo che aumenta le incertezze sul destino di questo strumento di politica economica.


Sembra trascorso davvero tanto tempo da quando, nel mese di luglio, l'attenzione dell'opinione pubblica italiana era rivolta all'esito degli incontri tra i leader politici europei che hanno portato all'approvazione di un Fondo per la Ripresa per un valore complessivo di 750 miliardi. In quell'occasione l'ubriacatura generalizzata della classe politica italiana di fronte a cifre così significative portò ad una sottovalutazione di alcune importanti problematiche, a partire dalle lunghe tempistiche che non permettono di risolvere delle questioni da affrontare con estrema urgenza.
I successivi passaggi istituzionali in ambito comunitario sono stati invece seguiti dalla stampa italiana con scarso interesse, nonostante le tante difficoltà incontrate nel percorso.


Considerata la complessità dei meccanismi istituzionali europei, risulterebbe impegnativo illustrare il tortuoso iter intrapreso da tali misure; allo stesso tempo, una valutazione delle modalità operative del cosiddetto “Recovery Fund” rischierebbe di appesantire il discorso.
È importante invece sottolineare un singolo aspetto che si è reso evidente nelle ultime settimane: la realizzazione delle politiche del Next Generation EU, e il conseguente stanziamento dei fondi da parte dell'Unione Europea, è subordinato all'approvazione, da parte di ogni stato membro, di un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che indichi gli obiettivi prefissati dal governo nazionale. Può essere utile quindi capire in che modo questo strumento sia stato accolto dalla classe dirigente italiana.

 

L'atteggiamento predatorio della nostra classe dirigente

La necessità di adottare il Piano Nazionale si è presto scontrata con l'atteggiamento mostrato da tanti politici e gruppi d'interesse che hanno considerato il “Recovery Fund” un banchetto troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire. Subito dopo l'esito dei vertici intergovernativi di luglio, infatti, molti esponenti politici hanno colto l'occasione per rilanciare opere pubbliche nate già vecchie, per promuovere interventi micro-settoriali e per accontentare piccoli e grandi centri di potere. Dietro i condivisibili, ma pur sempre generici, appelli a “spendere bene i soldi” abbiamo assistito al solito “assalto alla diligenza”; lo stesso spettacolo che si manifesta ogni qualvolta il Parlamento deve approvare una manovra finanziaria, finendo per minare l'organicità di un provvedimento che diventa, quindi, la somma di un numero infinito di piccole misure volte ad accontentare le diverse clientele.


Questo atteggiamento predatorio è stato reso ancora più evidente dalla volontà di approfittare dei richiami alla semplificazione dell'attività amministrativa (avanzati dalle istituzioni comunitarie) per promuovere un processo di de-responsabilizzazione degli amministratori pubblici, che si è già concretizzato nella riforma del reato di “abuso di ufficio”; tale processo ha buone probabilità di proseguire, come dimostrano le dichiarazioni di autorevoli politici che vorrebbero snellire la burocrazia, rinunciando a una serie di tutele poste a garanzia della correttezza del procedimento amministrativo.

 

Breve storia della pianificazione

Dinanzi all'incapacità della classe dirigente italiana di mostrare una visione unitaria delle politiche necessarie per rilanciare il Paese, è importante riproporre il tema della pianificazione economica, rinnovando il suo significato alla luce delle sfide di una società molto più complessa di quella nella quale sono sorte le prime esperienze pianificative.
Il termine “pianificazione economica” rimanda sicuramente all'esperienza sovietica dei piani quinquennali avviati alla fine degli anni Venti del secolo scorso; l'incapacità, da parte della nomenklatura, di adattare la pianificazione ad una società profondamente mutata nel corso dei decenni e le difficoltà incontrate nell'introdurre degli indici qualitativi negli stessi piani hanno contribuito alla crisi del sistema economico dell'Unione Sovietica.


In maniera analoga, la Cina ha seguito tale modello avviando il primo piano quinquennale poco dopo la rivoluzione socialista; la storia della pianificazione economica in Cina ha seguito diverse fasi fino all'approvazione, avvenuta nei giorni scorsi, del tredicesimo piano quinquennale che prevede degli ambiziosi traguardi a lungo termine, partendo dalla necessità di rafforzare i consumi interni e di limitare le emissioni di carbonio.
Nonostante l'importanza di questi esempi, sarebbe però sbagliato pensare che la pianificazione economica sia una prerogativa di governi guidati da partiti comunisti. In realtà, con la concentrazione dei capitali e il passaggio al “capitalismo dei monopoli”, le imprese hanno imparato a pianificare su vasta scala la produzione e la distribuzione delle merci, andando ad affinare quelle tecniche di “pianificazione aziendale” che hanno avuto un grande sviluppo nei decenni successivi.

Con la progressiva affermazione delle teorie economiche keynesiane, la programmazione economica è diventata uno strumento indispensabile della politica pubblica di tutti gli Stati del mondo occidentale. Nel momento in cui lo Stato cominciava a diventare il principale attore economico in ogni Paese, la programmazione delle politiche pubbliche non poteva prescindere da un'analisi di lungo periodo della situazione e da una pianificazione organica degli interventi necessari per raggiungere la crescita economica del Paese. L'intervento dello Stato non si limitava esclusivamente alla regolazione del settore pubblico, ma finiva per influire anche sulle principali variabili di quella parte dell'economia affidata alle logiche del libero mercato.


Se già nel dopoguerra il Piano Marshall aveva contribuito ad alimentare nel nostro Paese il dibattito sulla programmazione economica, tale discussione ha raggiunto un importante punto di svolta negli anni del centro-sinistra, grazie al contributo di uomini politici ed accademici di diverso orientamento politico; questi principi, però, si sono spesso scontrati con una estrema parcellizzazione degli interessi particolari che porta all'adozione di una miriade di piccoli interventi micro-settoriali, impendendo l'attuazione di politiche di più ampio respiro.
Negli ultimi decenni la programmazione economica ha subito una battuta d'arresto in seguito al progressivo ridimensionamento dell'intervento pubblico nell'economia nazionale; inoltre, l'appiattimento generalizzato dei diversi organismi pubblici alle logiche aziendalistiche, dettate dai recenti processi di riorganizzazione, ha reso difficile ragionare sulla base di prospettive di lungo periodo.


Se gli enti pubblici cominciano a funzionare come delle imprese alla ricerca di un profitto immediato, la modalità più veloce per raggiungere tale obiettivo diventa la riduzione della spesa, in quanto qualsiasi aumento degli investimenti richiede un certo periodo di tempo per realizzare dei risultati concreti. Pertanto l'adozione di logiche aziendalistiche finisce per disincentivare la possibilità di programmare investimenti in grado di incidere sul lungo periodo.

 

Di quale piano abbiamo bisogno?

La pandemia globale ha inferto un colpo pesantissimo ad un'economia già devastata da anni di stagnazione economica, rendendo necessaria l'adozione di politiche economiche (e ancor prima politiche monetarie) di tipo espansivo. Se vogliamo evitare che queste politiche vengano utilizzate esclusivamente per aiutare il capitale privato in affanno, secondo la consueta logica della “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”, dobbiamo essere in grado di rivendicare un piano economico ambizioso che permetta di intervenire sulle principali questioni irrisolte del nostro Paese.

Il primo obiettivo di tale pianificazione deve riguardare sicuramente il rafforzamento di uno Stato sociale eroso da decenni di tagli indiscriminati alla spesa pubblica. Non è il caso di riproporre una lista dei settori sui quali è necessario intervenire, perché è sotto gli occhi di tutti l'impoverimento progressivo delle tutele sociali offerte alla cittadinanza; in questa sede è importante ricordare che l'unico modo per andare incontro ai bisogni delle classi popolari passa per la progressiva estensione di quei diritti sociali volti a garantire l'applicazione dei principi di uguaglianza sostanziale e giustizia sociale previsti nella nostra Costituzione.


Un piano all'altezza dei tempi deve inoltre intervenire recependo le opportunità offerte dai più recente progressi tecnologici. Tale evoluzione può consentire, da un lato, la realizzazione di una cittadinanza digitale che può permettere una semplificazione dei processi amministrativi e un accesso più agevole da parte del cittadino ai servizi pubblici; dall’altro, lo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni può fornire un valido contributo per adeguare i sistemi di pianificazione nazionale alle caratteristiche tipiche di una società complessa come quella che ha seguito la fine del paradigma fordista.
Accanto al rafforzamento dello Stato sociale e all'ammodernamento del Paese, il terzo pilastro imprescindibile di un piano che intende guardare alle sfide del presente nasce dall'esigenza di combattere i cambiamenti climatici e il degrado ambientale. La necessità di rispettare tali obiettivi con estrema urgenza ci impone scelte radicali che devono mettere in discussione l'intero modello di sviluppo, utilizzando le più recenti innovazioni tecnologiche; non è pensabile, inoltre, che queste misure impattino in primo luogo sui ceti sociali più deboli come accade quando si cerca di pensare alla salvaguardia dell'ambiente mediante l'introduzione di tasse ed accise che finiscono per acuire le disuguaglianze sociali.


È infine indispensabile che tutte queste misure siano accompagnate da un rafforzamento complessivo dell'organico delle pubbliche amministrazioni, adeguando il numero dei dipendenti pubblici italiani a quelli degli altri Paesi europei più avanzati. Questa misura renderebbe più giovane la Pubblica Amministrazione, adeguandola alle sfide impegnative del presente e, nello stesso tempo, darebbe una risposta importante al problema della disoccupazione, reso ancora più indifferibile dall'impatto della pandemia sul nostro sistema economico.

 

La necessità del controllo popolare

Obiettivi così ambiziosi potrebbero sembrare irraggiungibili se consideriamo l'incapacità, da parte della nostra classe politica, di immaginare una programmazione in grado di mettere in discussione le logiche del libero mercato. Se vogliamo che le risorse messe in campo dall'Unione Europea siano destinate a combattere in maniera seria le sfide economiche, sociali ed ambientali poste dal presente, abbiamo dunque la necessità di pensare ad una mobilitazione di ampie categorie sociali attraverso il ricorso a forme diffuse di controllo popolare.

La trasparenza nel processo di allocazione delle risorse è solo il primo tassello per permettere importanti forme di controllo da parte della popolazione; il vero discrimine consiste invece nella partecipazione attiva dei cittadini alle decisioni che riguardano la distribuzione dei fondi europei. Se vogliamo immaginare una pianificazione economica realizzata nell'interesse delle classi popolari, è necessario, quindi, che venga fuori la voce di quei soggetti che hanno tutto l'interesse a porre al centro del dibattito pubblico le questione del rafforzamento del welfare state, della lotta alla disoccupazione e della sostenibilità del modello di sviluppo.

Se non saremo in grado di attivare un efficace controllo popolare capace di incidere sui meccanismi decisionali relativi all'utilizzazione delle risorse comunitarie, non potremo evitare che questi fondi vengano utilizzati per favorire i diversi centri di potere presenti nel nostro Paese, lasciando la soluzione dei problemi a sporadici provvedimenti che non presentano il carattere della continuità e dell'organicità; dipende, quindi, dalla nostra capacità di mobilitazione la possibilità di pensare ad un piano economico in grado di rispondere agli interessi della collettività con politiche che abbiano la pretesa di guardare a quel futuro che, troppo schiacciati dalle paure del presente, abbiamo smesso di immaginare.

 

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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