Di Luca Di Mauro

Con il presidente ormai eletto ma con i voti di vari Stati ancora in via di estenuante conteggio, qualsiasi analisi dell’elezione presidenziale americana potrebbe apparire prematura, eppure un dato appare incontrovertibile: mai i “Latinos”, gli americani ispanici, sono stati tanto attivi e, a conti quasi fatti, tanto determinanti.

L’analisi del fenomeno è fondamentale non tanto per capire la composizione dell’elettorato o gli eventuali errori commessi nella comunicazione espressamente rivolta a questo segmento di popolazione quanto piuttosto perché le diverse comunità ispaniche, attraverso il voto, hanno mandato segnali inequivocabili al neoeletto democratico e – visto il loro peso crescente sia demografico sia elettorale – essi non potranno non influenzare la politica statunitense verso l’immenso subcontinente che si apre a sud del Rio Bravo.

Si stima che circa 20,6 milioni di ispanoamericani abbiano votato nel 2020, il 13% del voto totale e ben il 65% in più di quattro anni fa; per la prima volta nella storia degli Stati Uniti si è presentato alle urne più del 50% dei Latinos aventi diritto per una differenza assoluta di circa 8 milioni di persone rispetto al 2016[1]. Se il dato aggregato a livello federale sembra, secondo le prime analisi, mostrare un vantaggio per il candidato democratico, sono le singole comunità di elettori in determinati Stati che determineranno (o meno) cambiamenti nella politica latinoamericana degli Stati Uniti. Queste meritano dunque un’analisi a parte.

La categoria di “Latino” è una suddivisione creata dallo Us Census Bureau, l’istituto demografico nordamericano che la utilizza nella descrizione della popolazione (e di conseguenza, nelle rilevazione elettorali). Essa tuttavia, includendo tutti i cittadini di origine iberoamericana senza fare  distinzioni geografiche, ideologiche e generazionali rischia di essere inutile e fuorviante dal punto di vista dell’analisi politica mescolando tra loro elettori che hanno storie, interessi e categorie culturali profondamente diverse tra loro.

A cadere nella trappola di un raggruppamento tanto ampio è, ovviamente, la stampa italiana che – nel costante tentativo di migliorare i propri primati di provincialismo – riesce contemporaneamente a stupirsi che i “gusanos” (gli esuli anticastristi e antichavisti di Miami) abbiano “tradito” il partito democratico (Gabriele Romagnoli su Repubblica) e attribuire all’intera categoria (Greta Privitera gongolante sul Foglio) un innato amore per “l’America delle opportunità, dell’individualismo, delle libertà [e un simmetrico timore] di un paese che assomigli anche solo lontanamente a quello che le loro famiglie hanno lasciato: temono il socialismo”.

Uno sguardo appena meno viziato da pregiudizi coglie invece immediatamente l’assurdità nel supporre che 32 milioni di persone, il 18% della popolazione degli Stati Uniti e per la prima volta la più vasta minoranza a recarsi alle urne, esprimano interessi univoci e costituiscano un blocco unico fidelizzato nel votare costantemente per uno dei due partiti. Se è vero che fino ad oggi le preferenze ispaniche hanno genericamente favorito i democratici, oggi si deve fare i conti con comunità non solo in costante crescita numerica (tanto da costituire percentuali rilevanti in quasi tutti gli Stati meridionali) ma molto più attive che in passato sia sul piano elettorale che su quello più generalmente politico, sia a destra sia a sinistra[2].

Con un peso elettorale determinante negli stati del Sud, analizzare chi sono, da dove vengono, cosa e perché votano 30 milioni di ispanici e cosa li spinge ad essere sempre più attivi è essenziale per avere un’anteprima – sebbene dati veramente attendibili sulla composizione del voto si avranno solo tra qualche mese – di quale sarà l’agenda del prossimo presidente per quanto riguarda la politica verso il “cortile di casa”[3].

Le elezioni appena passate dimostrano come il consenso delle diverse comunità ispaniche sia strettamente legato all’azione degli USA verso il resto del continente e che dunque un presidente, in particolare se al primo mandato, non può permettersi in alcun modo di non tenere conto dei loro desiderata.

E questa non è necessariamente una buona notizia per chi vive a sud del Rio Bravo.

Il caso più semplice da analizzare è certamente la Florida, Stato conquistato a mani basse da Trump anche grazie ad una mobilitazione straordinaria delle comunità cubana e venezuelana, tradizionalmente vicine ai repubblicani e il cui attivismo stavolta è riuscito a vanificare qualsiasi speranza di riscossa democratica che partisse dai grandi centri.  Composti da fuoriusciti anticastristi e antichavisti, i due gruppi hanno dato vita ad una campagna antidemocratica forsennata che, con toni da caccia alle streghe maccartista e con parole d’ordine direttamente prese dal gergo politico latinoamericano, hanno dipinto con successo un moderato ai limiti del conservatorismo come Joe Biden come un “castro-chavista”. Le proteste di anticomunismo dello staff di Biden e le veementi prese di distanze dalla terminologia della sinistra del partito rappresentata da Sanders e dalla Ocasio-Cortez a nulla sono valse per recuperare terreno tra i “gusanos” della Florida meridionale[4].

Sebbene il partito democratico abbia giustificato ufficialmente la débacle parlando di una campagna mirata all’elettorato latino cominciata in ritardo e in sordina, dalle parti di Calle Ocho (la strada di Miami simbolo della diaspora cubana) è evidente che nessuno sforzo propagandistico e finanziario avrebbe mai potuto far dimenticare ai residenti le aperture di Obama verso il governo dell’isola (considerato usurpatore dagli ex latifondisti che non hanno mai accettato la rivoluzione del 1959 e dai loro clienti) prontamente interrotte da Trump[5].

Strettamente legata a quella cubana è la comunità venezuelana della Florida, anch’essa entusiasticamente devota al miliardario newyorkese e da questo esaltata con il fattivo supporto alle pretese del presidente “alternativo” Juan Guaidó, culminate con un concerto “contras-rock” subito a ridosso del confine tra Venezuela e Colombia, la promessa poi non mantenuta di uno “sfondamento militar-umanitario” e, per finire, l’imbarazzante tentativo di sbarco della “baia dei porcellini” in cui un commando che si proponeva di rapire le più alte autorità bolivariane è stato fermato da pochi pescatori male armati.

La terza componente latina della Florida, quella portoricana, pur non essendo cementata da ragioni politiche stringenti come le altre due, è tuttavia in larga parte sensibile alla predicazione di molteplici chiese evangeliche, fortemente conservatrici in materia di aborto e diritti del mondo lgbtiq+, che ancorano quella frangia dell’elettorato al partito repubblicano e alle posizioni più retrive all’interno dello stesso[6].

Se la storia dei latinos del “Sunshine State” favoriva in partenza Trump, più controversa appare la situazione del Texas, pure trionfalmente da lui conquistato ma dove gli ispanici non sono di origine caraibica bensì centroamericani e soprattutto messicani. Il disprezzo e i ripetuti insulti che spesso il tycoon ha riservato ai vicini meridionali degli Stati Uniti, arrivando a definirli “spacciatori, criminali e stupratori” o, più pittorescamente, “bad hombres” avrebbe potuto lasciar supporre un’onda di risentimento verso di lui che si sarebbe convertita in consenso per l’avversario. Cosa che invece non è accaduta e, anzi, paradossalmente il voto ispanico in Texas ha premiato proprio chi è diventato presidente minacciando di innalzare muri e finanziando le milizie dedite alla caccia notturna all’immigrato nel deserto.

Le cause del paradosso sono molteplici, se da un lato si può ancora annoverare il fattore religioso (stavolta un cattolicesimo tradizionalista e intransigente che ha penalizzato i democratici più “abortisti” e “femministi”), dall’altro sarebbe ingenuo assimilare tutti i messicani del Texas a coloro che sono rocambolescamente riusciti ad attraversare l’atroce confine nel deserto durante gli ultimi decenni. Gran parte della popolazione ispanica è in Texas da un secolo, se non addirittura da prima degli Stati Uniti (il territorio fu infatti una Repubblica autonoma separatasi dal Messico nel 1836 e diventata statunitense dieci anni dopo) e dunque non è affatto automatico supporre in essa una “naturale” solidarietà verso i migranti.

Al contrario, la macchina propagandistica repubblicana lavora sui messicani del Texas dalla metà degli anni ‘90 sviluppando un discorso imperniato sui valori tradizionali e sulla divisione artificiale tra “vecchi immigrati” (poco importa che in realtà siano gli USA ad essere andati da loro) laboriosi, onesti e semplici e nuovi arrivati, avidi, spietati ed immancabilmente legati ai cartelli del narcotraffico. Ad esso non si è opposta praticamente nessuna contro-narrazione di parte democratica poiché il partito ha più o meno consapevolmente “lasciato” la comunità all’avversario preferendo deflettere uomini e risorse sulla propaganda rivolta ai lavoratori bianchi della rust belt, percepiti come molto più facilmente conquistabili e dunque preferibili come via alla presidenza[7].

E’ naturale dunque che molte famiglie, pur mantenendo la propria identità linguistica e culturale “chicana” e la loro fede cattolica, abbiano percepito se stesse più come parte di una comunità suppostamente vittima dell’immigrazione selvaggia attraverso il Rio Grande (come negli USA chiamano il Rio Bravo) che come compatriote e solidali con coloro che tentano la fortuna ogni notte tra fili spinati e ronde di assassini a sangue freddo[8]. Nemmeno le foto di bambini strappati alle proprie famiglie e tenuti in gabbia hanno suscitato più di una compassione generica e, anzi, molti texani di origine latina si dicono legati alle “associazioni per il mantenimento dell’ordine” attive sul territorio.

Dato questo quadro, appare quasi miracolosa la vittoria democratica (ormai praticamente certa) in Arizona, sospinta da un voto latino stimato tra il 60 e il 70% della comunità e, soprattutto, da un impegno personale dei membri giovani della stessa quasi a dispetto del partito, le cui strutture sono invece sempre rimaste piuttosto tiepide nel cercare il consenso ispanico[9].

Se decine di giovani e di lavoratori umili di origine messicana hanno utilizzato il tempo libero e le ferie in estenuanti porta a porta per convincere i propri connazionali a far diventare “blu” lo Stato, ciò è stato dovuto molto più a peculiarità locali che ad un reale appeal dei democratici: da un lato la comunità ispanica è stata colpita dall’epidemia di Covid 19 in proporzione molto maggiore del resto della popolazione, dall’altro la militanza per i diritti civili dei latinos ha una storia recente molto più intensa e profonda del saltuario impegno nelle campagne elettorali. L’Arizona è infatti lo Stato della contea di Maricopa, dove per più di un ventennio Joe Arpaio, lo “sceriffo di ferro” di origine italiana, ha sistematicamente violato i diritti degli ispanici con pratiche di profilatura su base razziale e sistematiche violenze poliziesche. Le campagne contro le perquisizioni abusive e per la sua incriminazione hanno creato una comunità militante che dapprima si è riconosciuta in Bernie Sanders e, dopo la sconfitta di questi, ha comunque portato avanti una campagna per il partito democratico che ha avuto risultati ben superiori allo sforzo profuso dalle strutture ufficiali. Una svolta radicale nel caso di una vittoria delle primarie da parte del senatore del  Vermont avrebbe forse potuto fornire ai giovani militanti di Manicopa County una sponda politica significativa, la sua sconfitta lascia presagire un nuovo disinteresse da parte dell’asinello una volta finita la conta delle schede.

In conclusione, prendendo in considerazione gli Stati dove il voto ispanico ha avuto un peso determinante in un senso o nell’altro, le previsioni che è lecito fare sul futuro approccio all’America latina del presidente degli Stati Uniti non sono esattamente rassicuranti. Le frange di elettorato ispanico che vincolano il proprio voto all’azione americana in politica estera (cubani e venezuelani in Florida) lo fanno come previsto in senso reazionario, promettendo un’opposizione feroce a chiunque tenterà di sbloccare la politica di embargo verso l’Avana o di cessare i tentativi di destabilizzazione più o meno armata verso Caracas. L’approccio di Obama nei confronti di Cuba, del resto, può essere considerato più come un unicum legato alla personalità dell’ex presidente che come un caposaldo dei programmi democratici: non è un caso che, nel corso della stessa legislatura e col beneplacito dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, il Dipartimento di Stato abbia benedetto il golpe reazionario effettuato in Honduras da Micheletti. Sembra dunque utopistico sperare che il nuovo presidente, già su posizioni generalmente più moderate, decida di sfidare le comunità cubane e venezuelane della Calle Ocho e il loro crescente peso elettorale in nome di un’astratta volontà di maggior giustizia nell’area caraibica.

Negli Stati centrali, dove il muro di Trump domina metaforicamente il dibattito politico dei latinos e dove le origini degli ispanici rimandano al Messico o ai Paesi mesoamericani da cui partono le carovane dei disperati che tentano le traversate mortali del deserto, la composizione complessa dell’elettorato e la perfetta integrazione da parte delle componenti più antiche di esso non spinge il neopresidente a cambiamenti radicali dell’esistente. Certo, è lecito supporre che saranno limati gli aspetti più folkloristici del discorso trumpiano sugli immigrati ed è parimenti lecito attendersi che personaggi imbarazzanti come Arpaio non godranno più della grazia presidenziale quando avranno violato troppo apertamente la legge, ma il partito democratico non modificherà sostanzialmente i modi criminali con cui lo Zio Sam gestisce la propria frontiera sud e le vite che la affrontano ogni notte.

 

[1]J. González, “The Media Has It Wrong. Record Latinx Turnout Helped Biden. White Voters Failed Dems”, Democracy Now, 5/11/2020.

[2]L. Noe – Bustamante, A. Budyman, M.H. Lopez, “Where Latinos have the most eligible voters in 2020”, Pew Research Tank, 31/01/2020.

[3]J.M. Krogstad, M.H. Lopez, “Latino voters’ interest in presidential race in mixed, and about half are very motivated to vote”,  Pew Research Tank, 20/11/2020.

[4]A. Nagourney, “Big gains among Latinos in the Miami area power Trump to victory in Florida”, The New Tork Times, 4/11/2020.

[5]J.A. Del Real, A.R. Hernández, “Democrats lose ground in Florida and Texas underscoring outreach missteps”, The Washington Post, 5/11/2020.

[6]J.A. Del Real, “In Central Florida, Latino Evangelicals could give Trump a boost”,  The Washington Post, 7/10/2020.

[7]G. L. Gadava, “How Latinos could redefine G.O.P. in Texas”, The New York Times, 2/11/2020.

[8]I. O. Corado, “Historia de una Indocumentada, travesía en el desierto de Sonora – Arizona, CreateSpace, 2014.

[9]M. Singh, L. Gambino, “I can have a voice: Latino voter set for decisive role in key Arizona County”, The Guardian, 28/10/2020.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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