Di Eliana Como, portavoce nazionale #RiconquistiamoTutto - opposizione CGIL

Quando in primavera è esplosa la prima crisi sanitaria in Italia, soprattutto nelle regioni più industrializzate del nord, le pressioni degli imprenditori per non fermare l’economia, anteponendo il loro profitto alla nostra salute, sono state feroci. Quegli stessi padroni, in larga parte metalmeccanici ora chiedono anche il conto sul piano economico e salariale. Conto che la gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici ha già pagato, tra centinaia di migliaia di licenziamenti dei precari e cassa integrazione (che copre mediamente solo poco più della metà del salario e che, dove non è stata anticipata dall’azienda è arrivata con mesi di ritardo).


Il conto lo chiedono sul tavolo del rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, un contratto scaduto a dicembre del 2019, le cui trattative, per mesi interrotte dalla emergenza sanitaria, sono riprese a settembre, salvo interrompersi bruscamente poche settimane dopo. Di solito il tavolo lo rompono i sindacati, ma stavolta l’ha rotto Federmeccanica. Dietro Federmeccanica c’è la Confindustria e la dichiarazione di guerra che Bonomi, il suo nuovo presidente, ha lanciato contro il sindacato e l’idea stessa del contratto nazionale di lavoro. Il tavolo si è rotto perché i padroni metalmeccanici non vogliono dare aumenti salariali sui minimi della busta paga ma solo welfare aziendale, spostando la contrattazione a livello di singola fabbrica, dove e se si riesce a fare.


Nella piattaforma, presentata il 5 novembre dell’anno scorso, Fim Fiom Uilm chiedono invece l’8% di aumento, che significa circa 150 euro nei tre anni di vigenza, per una categoria che da cinque anni ha salari praticamente fermi. L’ultimo rinnovo, quello del 2016 ha portato infatti a solo 40 euro di aumenti per tutti gli anni di vigenza del contratto.
È questa la ragione che ha portato i metalmeccanici e le metalmeccaniche allo sciopero del 5 novembre, dopo un mese di agitazione, con scioperi articolati, blocco dello straordinario e della flessibilità.


La chiusura di Federmeccanica fa parte di una posizione ampiamente prevedibile, anche prima del Covid, ma non per questo meno odiosa, tanto più perché arriva dopo mesi di emergenza sanitaria e a ridosso di questa seconda ondata, che, nel giro di poche settimane, ci ha riportato a livelli allarmanti di contagio.
Lo sciopero del 5 novembre non è stato facile, visto anche che in alcune regioni non è stato possibile manifestare per le nuove restrizioni sanitarie. Ma finalmente le tute blu sono tornate a mobilitarsi e in tante fabbriche la produzione si è fermata, soprattutto nel centro-nord, dove, soprattutto nei settori manifatturieri, la crisi economica prodotta dal Covid è usata più che altro dai padroni per piangere miseria, mentre invece stanno stralavorando, anche per recuperare i mesi precedenti e fare scorte nel caso che la situazione sanitaria imponga nuove fermate.


In ogni caso, non era facile né scontato scioperare, anche perché i lavoratori e le lavoratrici sanno che, nel loro attacco, i padroni si trovano la strada spianata, grazie anche ai contratti nazionali firmati negli ultimi anni dai sindacati, a partire dall’ultimo disastroso contratto del 2016 e dal Patto della Fabbrica, firmato nel 2018 da Cgil Cisl Uil, che proprio da quel modello ha preso le mosse e che ora “candidamente” Bonomi rivendica per non concedere aumenti. Quel modello ingabbia infatti gli aumenti del salario minimo a una serie di vincoli predefiniti, basati sull’inflazione (in realtà meno, visto che si calcolano sull’IPCA, cioè un indice dell’inflazione depurato dall’aumento dei costi energetici, quindi strutturalmente inferiore all’aumento del costo della vita). Al tempo stesso, il Patto per la fabbrica ha sdoganato il welfare contrattuale in sostituzione del salario, consegnando il salario alla produttività della singola azienda, nonostante la contrattazione aziendale, da sempre, si riesca a fare soltanto in una minima parte delle aziende. Senza considerare in questo periodo, moltissime aziende anche grandi, stanno derogando o disdettando la contrattazione aziendale, usando la scusa della crisi economica e degli effetti di quella sanitaria.


Se si è arrivati qui è soprattutto attraverso l’ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici, nel 2016, al quale purtroppo Fim Fiom e Uilm all’epoca non si sono opposte e che, anzi, hanno persino fatto passare come una vittoria.
Non facile quindi scioperare ora, visto che Federmeccanica di fatto pretende l’applicazione di quel modello contrattuale che, con tutta evidenza, per i padroni ha funzionato benissimo. Si può dire che i metalmeccanici scioperano con 4 anni di distanza e in una situazione, sia economica che sanitaria, evidentemente disastrosa, quasi surreale.


Sono stata tra chi, fin da subito, ha criticato il Patto per la fabbrica e, ancora prima, il contratto metalmeccanici del 2016, tanto che al referendum il 20% degli interessati votò contro, con punte del 40% nelle grandi fabbriche. Ma non penso sia sufficiente ora salire in cattedra e dire “ve l’avevamo detto”. Il punto è come essere all’altezza di un attacco così prepotente alla classe lavoratrice, in una condizione così radicalmente difficile.
Quella del 5 novembre quindi è stata una giornata importante. Il punto casomai è come andare avanti, vista anche la situazione sanitaria sempre più grave, che di fatto condizionerà l’agenda politica di tutti nelle prossime settimane e temo nei prossimi mesi. Soprattutto il tema è quale sia l’effettiva disponibilità alla lotta da parte del sindacato, soprattutto di Fim e Uilm, ma anche della Fiom, perché è evidente che la tenuta unitaria dei tre sindacati sarà cruciale per ottenere il rinnovo e, come ho detto, pesa sulle teste di tutti, il contratto del 2016, firmato da tutti e tre.


Il messaggio è che non ci si deve fermare ora e nemmeno alla prima concessione di facciata da parte di Federmeccanica, se mai ci sarà. Anche perché lo scontro in campo è rivolto a tutto il mondo del lavoro e i metalmeccanici hanno sempre avuto un ruolo centrale nella storia politica e sindacale di questo paese. Come dire che, il 5 novembre, i metalmeccanici hanno lottato non soltanto per loro stessi, ma per tutte le vertenze aperte e contro l’attacco frontale di Confindustria al ruolo stesso del contratto nazionale. Lo stesso per cui sciopereranno venerdì prossimo, 13 novembre, i lavoratori e le lavoratrici delle ditte in appalto, che aspettano da ben 7 anni il rinnovo del contratto del comparto multiservizi.


È importante anche intrecciare la vertenza dei metalmeccanici con la più generale crisi determinata dalla emergenza sanitaria, anche per scongiurare che la destra negazionista occupi le piazze e strumentalizzi il disagio e la rabbia nel paese rispetto alle scelte del governo, che in questi mesi ha lasciato irrisolti i nodi centrali di sanità, scuola, trasporto pubblico e screening sanitario.


Quello che soprattutto servirebbe ora è, quindi, una iniziativa complessiva di tutto il sindacato confederale, per mettere insieme le varie vertenze contrattuali, unire le singole iniziative di lotta e creare un clima di mobilitazione generale di tutto il mondo del lavoro, come reazione al pesante attacco di Confindustria. Al tempo stesso, rivendicando al Governo salute, sicurezza e reddito di fronte a una pericolosa seconda ondata di Covid.

Ancora più importante quindi, la riuscita dello sciopero dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche del 5 novembre e la prospettiva che, auguriamoci, ad esso seguirà.

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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