Di Emanuele Bellintani

A trentun anni dal crollo del Muro di Berlino, è ora di fare i conti con una storia politica tutt’altro che conclusa e dire le cose come stanno. Si dice che “una sconfitta non rende ingiusta una causa” e, a vedere come vanno le cose, probabilmente quel Muro proteggeva anche noi. Avvertenza: quanto segue non è adatto a chi si beve le “biografie del comunismo” di Paolo Mieli o si strugge per le “anime prigioniere” di Ezio Mauro, e ai liberali a mano armata che da anni raccontano sempre le stesse banalità.


Per la storia ufficiale dei vincitori c’era questo popolo tedesco dell’Est che manifestava contro il comunismo, in una fase di crisi economica e di consenso per le autorità della Repubblica Democratica Tedesca. Vivevano in un Paese grigio, tetro e liberticida, e sognavano il benessere dell’occidente. Una sera di novembre  si aprì una breccia (prima diplomatica e poi fisica) nel Muro e, al grido di “Wir sind EIN Volk” (noi siamo UN popolo), poterono conoscere i fratelli dell’Ovest. Scoprirono la libertà occidentale, le banane, i jeans, i locali a luci rosse e gli vennero addirittura regalati Marchi occidentali (il “Begrüßungsgeld”) per abbandonare il comunismo e abbracciare il consumismo. Da lì in poi iniziava una nuova era di fratellanza, di benessere e di pace per la Germania unita e l’Europa unita; il “migliore dei mondi possibili” prodotto dalla globalizzazione neoliberista. A mettere la firma su questa bella favola ci furono gli Scorpions con la canzone più brutta di sempre e un politologo mattacchione che annunciò la “fine della storia”.

«Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due»

wir sind DAS Volk


C’era invece un esperimento socialista in occidente, la RepubblicaDemocratica Tedesca, che dopo anni di ricostruzione e ripresa era entrata in una fase di crisi economica e istituzionale. I cittadini protestavano al grido di “Wir sind DAS Volk” (noi siamo IL Popolo) per chiedere riforme ed elezioni, per un socialismo democratico, ma senza mettere in discussione le conquiste sociali della Ddr, né ponendosi il problema della riunificazione. L’apertura della frontiera con l’Ovest significò l’inizio di un sogno: gustarono le banane “proibite” in Germania Est, salvo il fatto che dopo pochi giorni i “cugini” tedesco-occidentali iniziarono a tirargliele dietro vedendoli come pezzenti scrocconi. Le banche intanto continuavano a regalare “somme di benvenuto” ai nuovi arrivati per assuefarli al capitalismo e alle sue luci scintillanti. Dopo poco tempo il sogno finì e si accorsero che con la “libertà” del capitalismo non si riempie il carrello della spesa e non si arriva a fine mese: attraverso il Muro non passò la libertà, bensì la libertà delle merci. L’aquila imperiale della Germania Federale era sempre la stessa di prima ed era pronta a straziare una nazione in bancarotta politica e finanziaria.

«…chi disfà un muro è morso da una serpe»
(“La Sacra Bibbia”, dal libro di Qoèlet)


12 Maggio 1990

Quella che “intellettuali” e politici hanno chiamato e continuano a chiamare “riunificazione” fu legalmente un Anschluss (una annessione) dei territori della Ddr da parte della Germania Ovest con tutto quello che ne conseguì. Vincoli monetari, privatizzazioni e distruzione delle ricchezze di stato: Wolfgang Schäuble fu protagonista nelle prove generali di quello che la Germania avrebbe poi fatto alla Grecia venticinque anni dopo. Con il nuovo corso economico e lo sproporzionato cambio tra i due Marchi, risparmiatori e creditori lucrarono all’inverosimile, e le imprese andarono in fallimento. Nel 1990 l’invenzione della Treuhand, un istituto fiduciario che gestiva tutto il patrimonio di Stato della Ddr per privatizzarlo, mostrò al mondo la faccia più brutale del capitalismo: migliaia di imprese, esercizi commerciali e miliardi di metri quadrati di terreni, foreste e immobili vennero svenduti entro il 1994. Erano gli anni in cui il governo francese del “socialista” Mitterrand pagò una maxi-tangente da 40 milioni di euro per l’acquisizione del complesso chimico Leuna da parte della Elf Aquitaine, di cui 15 alla Cdu per la campagna elettorale di Kohl. Tre milioni di lavoratori si trasformarono in disoccupati, mentre dirigenti, medici, insegnanti e impiegati statali dell’Ovest presero il posto dei colleghi dell’Est; gli affitti delle case crebbero a livelli insostenibili.
Già nella primavera del 1990 a Lipsia, Berlino e Dresda migliaia di lavoratori manifestavano per il malcontento degli effetti della “cura” occidentale sulle loro vite. Il 12 maggio oltre 20.000 persone manifestarono a Francorte sul Meno al grido di “Nie wieder Deutschland!” (mai più Germania!) contro il rinato nazionalismo tedesco e l'annessione della Ddr: qualcuno aveva capito che “peggio del socialismo reale c’è solo la sua brutale abolizione”; proteste che sarebbero durate fino all’aprile del 1991. Un pezzo di storia completamente rimosso, come le rivolte popolari di Mosca del 3-4 ottobre 1993 schiacciate dai golpisti di Eltsin.


«Dov’eri quando Sparwasser segnò?»


È la frase che accomuna tanti orientali, in riferimento all’incontro tra le due nazionali tedesche ai mondiali del 1974 vinto dalla squadra della Ddr. Il 22 giugno per dirla con le parole di Gunther Grass: “Jurgen Sparwasser accalappiò il pallone con la sua testa, se lo portò sui suoi piedi, corse di fronte al tenace Vogts e, lasciandosi persino Hottges dietro, lo piantò alle spalle di Maier in rete”. Quel goal diventò il simbolo della vittoria e dell’orgoglio della Germania comunista. Ma cos’era davvero la Repubblica Democratica Tedesca? Inizialmente fu la risposta alla provocazione di americani, inglesi e francesi che stabilirono la nascita della Repubblica Federale Tedesca (23 maggio 1949) sotto l’egida della neonata NATO (4 aprile 1949) che portò in fretta ad un rilancio dell’economia della nazione. Il 7 ottobre nacque la Germania Est: sulle macerie lasciate dalla follia criminale del fascismo tedesco, un popolo riuscì a “risorgere dalle rovine” contando sulla propria forza e sull’aiuto dell’Unione Sovietica. Era un paradiso? No, era il tentativo terreno di provare a costruire una alternativa di stampo socialista alla brutalità e alle diseguaglianze del capitalismo. Lo “Stato degli operai e dei contadini”, all’avanguardia dal punto di vista industriale, garantiva sanità pubblica, sicurezza sociale, diritto alla casa, costo della vita basso, la disoccupazione praticamente vietata per Costituzione e una educazione incentrata sulla solidarietà e il rifiuto dell’individualismo; a pensarci bene oggi tutto questo sembra impensabile per un precario o una giovane coppia cresciuta dopo il crollo del Muro e una bestemmia per qualsiasi esponente della sinistra liberal. Già nel 1957, inoltre, l’omosessualità ha smesso di essere un reato (anche se ci sarebbe voluto molto tempo per renderlo senso comune), mentre in Italia… 

infelicità e grigiore

Le foto di una casa operaia degli anni Settanta di Dresda non mostrano nulla di diverso (o mancante) da un appartamento di qualche quartiere proletario delle nostre città dell’epoca. In giro c’erano i colori, le risate, i giochi d’estate, la musica e anche la moda: con gusto e stile, rigorosamente socialista, ma non così distante dal mondo occidentale. Le modelle posavano fiere in fabbrica e non ammiccanti su spiagge esotiche o in contesti di lusso. E non ci fu solo Sparwasser: la Germania Est seppe primeggiare per anni nello sport nonostante fosse uno Stato di soli 15 milioni di abitanti.
Il tutto alla faccia del “grigiore”.


“Anche la Stasi aveva un cuore”

Immer Bereit


Com’era quella canzone di Gaber che recitava “troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore, mi fa venir voglia di un dittatore”? La Stasi (Ministerium für Staatssicherheit) era la grande e impenetrabile organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est. “Terrificante”, “diabolica”, “perversa”, tanti sono gli aggettivi spesi per demonizzare l'organizzazione cekista superiore anche alla Cia e al Kgb. Fin dal 1946 la Germania era territorio conteso ed è sempre stata il centro di interessi spionistici mondiali, in una guerra fredda celebrata da centinaia di romanzi e film. Proteggere lo Stato e i cittadini della Repubblica da controrivoluzionari, spie o possibili elementi sovversivi non era prerogativa della sola Stasi, bensì quella di qualsiasi servizio segreto. La pervasività e l’ossessività paranoica della polizia segreta della DDR era e rimane sicuramente una delle parti più controverse dell’intera struttura della Repubblica Democratica Tedesca, ma ridurre quarant’anni di storia alla sola attività di un Ministero è sbagliato storiograficamente e, guardando all’attualità, politicamente. Oggi siamo “liberi” di essere sempre “sorvegliati” nelle nostre abitudini di acquisto, scelte televisive e completamente sul web. Siamo osservati da sistemi di videosorveglianza invasivi e capillari nelle città, e registrati quando parliamo al telefono. Nelle nostre tasche (o borsette) ci portiamo dietro giocattoli elettronici che contengono decine di “agenti” pronti a spiare, controllare, scandagliare e addirittura “indirizzare” le nostre vite. Probabilmente se la Stasi avesse avuto accesso alle tecnologie di controllo del “mondo libero” di oggi il Muro non sarebbe mai caduto.

Goodbye Welcome Back, Lenin

11.11.1989. "L'Unità" di Massimo D'Alema, in prima fila per salire coi traditori sul carro vincente


Con il crollo del Muro vennero giù anche la pace e tutte le conquiste sociali ottenute in Europa con decenni di lotte per una società più giusta, anche grazie alla presenza “pesante” del blocco socialista. Nella domenica delle salme, il vento dell’Ovest portò il gelo neoliberista: in Italia la classe dirigente dei “comunisti” formatisi negli anni Settanta si convertì in fretta, sfornando i peggiori privatizzatori e massacratori dei diritti dei lavoratori. In trent’anni sono scomparse tutele, dignità, la coscienza e la memoria stessa della classe lavoratrice. Poche ore dopo l’Ottantanove, si preparava già la carneficina della dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, come apripista per tutte le guerre (specie quelle “umanitarie”) che ancora oggi insanguinano il pianeta.
Nessuna nostalgia, ma non è possibile dimenticare il tentativo di costruire uno stato socialista nella Germania uscita in ginocchio dalla guerra; specialmente oggi che i territori della ex-Ddr, lungi dalle promesse di “un futuro fiorente” raccontate fin dal 1990 da Helmut Kohl, sono caratterizzati da disoccupazione, disagio sociale e spopolamento, un vuoto che l’estrema destra di Alternative für Deutschland è pronta a colmare.

Lenin turns, he shoots, he scores again!


La violenza del capitalismo nelle sue varie forme si dispiega con sempre maggiore forza schiacciando classi intere di persone, milioni di donne e uomini e il pianeta stesso: nazionalismi e fascismi si confrontano con progetti (eco)socialisti che trovano sempre più consenso negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in America Latina. Le rivolte contro le diseguaglianze e la devastazione ambientale scuotono mezzo mondo alla ricerca di un sistema politico, culturale ed economico alternativo.
Alla faccia di chi pensava che “la storia fosse finita”.


“E ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare”
(Tiziano “Lenin” Ferro ).

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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