di Maurizio Donato

Un  gruppo internazionale  di  ricerca cui collaborano studiosi di paesi e  laboratori diversi ha redatto  recentemente  un   rapporto  dedicato  a  quantificare  gli  effetti  di  due  diverse strategie utilizzabili per distribuire un eventuale vaccino anti COVID-19.

Nel loro lavoro gli autori utilizzano un Global Epidemic and Mobility Model (GLEAM), per studiare l'effetto di diverse modalità di allocazione del vaccino alla popolazione mondiale.

In entrambi gli scenari si ipotizza che vengano distribuite 3 miliardi di dosi di un vaccino monodose efficace due settimane dopo la somministrazione: nell’ipotesi di una distribuzione non cooperativa, i primi 2 miliardi di dosi sarebbero nelle disponibilità di un limitato numero di paesi ad alto reddito e il terzo miliardo sarebbe distribuito al resto del mondo, mentre nello scenario di allocazione cooperativa, tutti i 3 miliardi di dosi vengono distribuite a tutti i paesi proporzionalmente alla loro popolazione. Per evitare ipotesi incontrollate e incognite sul futuro corso della pandemia, gli autori prendono in considerazione uno scenario controfattuale che analizza cosa sarebbe successo se il vaccino fosse stato disponibile il 16 marzo.

La conclusione del rapporto è che la strategia cooperativa avrebbe evitato più del 60% dei decessi, mentre quella non cooperativa avrebbero evitato solo il 33% dei decessi a livello globale.

In questo caso - almeno in questo caso - comportamenti cooperativi e dunque pianificati sembrano decisamente superiori rispetto alla scelta che al momento appare più probabile, giustificata in chiave economica dai fondi, anticipati da alcuni Stati, utilizzati dalle imprese farmaceutiche per le necessarie e costose attività di ricerca.

È giusto che gli Stati, ciascuno per conto proprio o in coordinamento tra loro, sostengano la ricerca, soprattutto per quanto riguarda la salute pubblica; è ingiusto e inefficiente che gli Stati più ricchi pretendano di accaparrarsene i vantaggi in nome di un bieco nazionalismo o di una “solidarietà tra grandi”.

La reazione di tutti gli Stati allo scoppio della pandemia è stata la – scontata – decisione di chiusura temporanea di alcune frontiere, di un blocco limitato dei trasporti internazionali, ma, salvo alcune rilevanti eccezioni, pochi Paesi hanno messo in atto misure strategiche[1] apertamente protezionistiche che prefigurino un futuro più chiuso, con meno scambi internazionali.

L’interdipendenza tra aree, come quella tra settori produttivi, è un dato di fatto acquisito; il mercato mondiale è l’arena in cui si svolge la competizione economica, le catene del valore sono presidiate da imprese non più multinazionali, ma transnazionali. Purtroppo, ma non sorprendentemente, tra gli attori più attivi sul fronte del protezionismo nazionalistico c’è l’attuale amministrazione Usa le cui continue provocazioni nei confronti della Cina potrebbero  avere  conseguenze  catastrofiche  anche  al  di  là  delle  intenzioni  di alcuni protagonisti.

Perché il nazionalismo economico è una risposta inefficiente oltre che pericolosa? Quali insegnamenti è possibile trarre dalla gestione della crisi sanitaria in merito alla maggiore efficienza della cooperazione, e dunque della pianificazione?

L’esempio della gestione del bisogno di mascherine chirurgiche può essere illuminante. All’inizio del mese di aprile, l’amministrazione Trump ha cercato di forzare la (statunitense) 3M a non esportare i propri dispositivi medici[2] (N95). Quando la 3M ha fatto presente le spiacevoli possibili conseguenze del divieto, l’amministrazione USA ha modificato il provvedimento, non prima che 3M si dichiarasse disponibile a importare 167 milioni di dispositivi dalla sua fabbrica localizzata in Cina[3]. Nel frattempo, dal momento che gli impianti produttivi di cui si tratta sono localizzati in Cina, il governo cinese aveva stabilito di aumentare i controlli di qualità sulle esportazioni di dispositivi medici made in China – comprese le mascherine del tipo N95. C’è da aggiungere che, nei primi due mesi dell’anno, cioè poco prima che scoppiasse la “disputa”, il valore dei dispositivi di protezione spediti dagli USA verso la Cina è stato del 1.000% superiore rispetto allo stesso bimestre dell’anno scorso[4]. Cooperare conviene. 

Per quanto riguarda l’Italia, la gestione dei dispositivi sanitari (non solo quella, se si pensa a quanto è successo nelle case di cura per anziani) non è stata, soprattutto all’inizio, efficiente, dal momento che la produzione di mascherine chirurgiche era stata negli anni abbandonata e delocalizzata, perché non sufficientemente redditizia. Alta domanda, scarsa offerta, prezzi al cielo. Quando il governo ha deciso di intervenire imponendo un prezzo basso e fisso per tali dispositivi, l’economista della Bocconi prof. Fausto Panunzi ha commentato in un sarcastico tweet del 10 giugno che “chi lavora a una riduzione del prezzo delle mascherine non dovrebbe affannarsi: il calo della domanda sta lavorando per lui”[5]. La discussione sui social media attorno a questa vicenda era stata inaugurata il 23 febbraio da un altro economista della prestigiosa università commerciale che – in riferimento a una nota in cui l’OMS giudicava inutile l’uso di tali dispositivi se non agli operatori sanitari – aveva sostenuto che i prezzi più alti servono ad allocare le mascherine a chi ne ha veramente bisogno e a scoraggiare quelli meramente ansiosi. Qualche giorno più tardi, il prof. Monacelli è tornato sull’argomento esprimendo in modo meno succinto il proprio punto di vista, che qui riporto[6]:

 

il rialzo del prezzo delle mascherine riflette uno squilibrio: troppa domanda rispetto all’offerta; questo eccesso di domanda è una distorsione, perché dipende da ansia e frenesia, e non da bisogno; la frenesia penalizza i più bisognosi ed è profondamente ingiusta; difronte ad un patologico eccesso di domanda rispetto all’offerta, le strade sono due: o si incrementa l’offerta, o si riduce la domanda; abbassare i prezzi per legge non è una buona idea perché scatenerebbe solo ulteriore incremento della domanda, cioè l’opposto di ciò che si vorrebbe; incrementare l’offerta è possibile, ma può richiedere del tempo, sia che si tratti dei produttori privati che dello Stato; se lo Stato intervenisse incrementando l’offerta non dovrebbe poi elargire mascherine a tutti sottoprezzo, ma solo a chi ne ha veramente bisogno, altrimenti avremmo uno spreco di risorse pubbliche; nelbreve periodo la strada più efficace è il contenimento della domanda; il rialzo del prezzo in parte si fa carico di questo ma potrebbe non bastare, ed ecco quindi il doppio ruolo previsto per lo Stato: un graduale aumento della produzione, combinato con un razionamento della domanda nel breve periodo.

 

Alcune brevi considerazioni a commento, cominciando dall’ansia e dalla frenesia come contrapposti al bisogno. Non posseggo alcun titolo per poter giudicare se indossare un dispositivo di protezione nel pieno di una pandemia corrisponda a un bisogno reale o no; quello che rileva – credo – è che se le autorità sanitarie di un Paese ripetutamente invitano - o addirittura come in alcuni casi impongono - a tutta la popolazione, e non solo agli operatori sanitari, di dotarsi di tali dispositivi, è ragionevole che le persone cerchino di approvvigionarsi di tali merci, ed ecco spiegata la domanda. Per quanto riguarda l’offerta: quando si manifesta un bisogno, ad es. di dotarsi di dispositivi di protezione, il problema di una comunità è decidere come reperirli e a quali condizioni; puoi decidere che non è conveniente produrli all’interno del Paese e dunque li importi, oppure decidi che – come in molti altri casi – il settore privato non avrebbe convenienza a produrli, e allora è il settore pubblico che deve incaricarsi anche della produzione, della distribuzione e della fissazione del prezzo del bene in questione. Lasciare che a produrle o importarle sia il settore privato e poi intervenire come settore pubblico a fissarne il prezzo forse non è la soluzione più efficiente, ma quello che rileva è che, soprattutto in riferimento a casi come quello in cui ci troviamo, se una comunità pianifica, riduce di molto il rischio di trovarsi impreparati di fronte a una emergenza. E comunque, a settembre, le mascherine si trovano, e – volendo – anche al prezzo di 50 centesimi.

Pianificare,   o   almeno   programmare,   non   è   tuttavia   sufficiente:   occorre   garantire l’efficienza nella pubblica amministrazione, anche in questo caso a cominciare dalla spesa sanitaria. Nel 2009, la riforma della P.A. introdotta dall’allora ministro prof. Brunetta introdusse nel sistema italiano i princìpi del “performance budgeting”, un tentativo di gestire il bilancio del settore pubblico informato alla misurazione dei risultati dell’attività della programmazione.  Nel  caso  delle  politiche  sanitarie  la   NOTA INTEGRATIVA A LEGGE DI BILANCIO  per  il  triennio  2019-21   sottolinea   che,   nonostante   un   “buon   rapporto costi/efficacia .. si registra un elevato fabbisogno di cure mediche insoddisfatto” da contrastare con “un importante recupero di efficienza e di crescita della qualità dei servizi, anche attraverso interventi finalizzati ad arrestare la spesa improduttiva e gli sprechi” (pag.2). Conosceremo – alla fine del prossimo anno – quanti degli obiettivi sono stati centrati e, nei casi in cui non sia accaduto, quali le responsabilità?

Intanto, per quanto riguarda le necessità di spesa e le risorse a disposizione per farlo, la condizione finanziaria del settore pubblico italiano è tale che, almeno per quanto riguarda i prossimi mesi, i fondi a disposizione del governo saranno quasi esclusivamente di provenienza pubblica - tipicamente fondi europei – e per utilizzarli la programmazione è indispensabile, basti pensare ai 208 e rotti miliardi destinati all’Italia dal Next Generation EU per utilizzare i quali bisognerà implementare un Piano nazionale di ripresa e resilienza. I precedenti non sembrano incoraggianti, dal momento che, secondo la Ragioneria generale dello Stato (dati aggiornati a giugno) su una dotazione complessiva di 72,2 miliardi di fondi europei a disposizione dello Stato italiano per il periodo 2014-2020, ne sono stati spesi 28,5: ne restano da spendere 43,7 che, sommati ai 65 del Recovery and Resilience Facility e ai 10 o 12 del React-Eu portano il totale da spendere entro il 2023 a qualcosa come 120 miliardi di euro.

Altro che austerity! Il quadro economico-politico è cambiato e cambierà ancora, per effetto della micidiale combinazione di crisi sanitaria ed economica: se fino a pochi mesi fa un debito comune europeo sembrava impensabile, adesso non solo esiste come strumento di emergenza, ma alcuni paesi desiderano che rimanga anche dopo e oltre la pandemia[7].

Questa nuova consapevolezza ha bisogno di un ulteriore passo in avanti: uscire dalla logica dell’emergenza, rendendo la programmazione il fondamento delle politiche pubbliche. Almeno nel caso della salute, e dunque dei fondi destinati alla sanità (compresi quelli del MES) la pianificazione e il coordinamento sono gli strumenti più efficienti, anche per chi non sottovaluta e non demonizza il ruolo del mercato.

Torniamo al tema del vaccino, anche se non è l’unico esempio possibile. Forse, ma c’è ancora molta incertezza relativamente all’efficacia[8] e ai tempi, ci sarà un vaccino in grado di  contrastare almeno alcuni effetti della pandemia. O  più di un vaccino.

 

 

fonte: New York Times, 18 settembre 2020

 

In particolare, per quanto riguarda l’efficacia, è necessario che una determinata quota dei volontari[9] a cui è stato sottoposto il vaccino o il placebo (i trials si svolgono in “doppio cieco”) sviluppi l’infezione e manifesti sintomi; solo a quel punto è possibile misurare il grado di efficacia del vaccino confrontando le reazioni. Ma non è detto, limiti della campionatura statistica a parte, che ciò accada presto e la questione dei tempi necessari a testare, produrre e distribuire il vaccino sta creando, soprattutto negli Usa, notevoli tensioni che hanno spinto le case farmaceutiche a renderenoti i protocolli di sperimentazione[10].

La Food and Drug Administration sembra intenzionata a resistere[11], ma se disgraziatamente avessero la meglio le pesanti pressioni esercitate per collegare la gestione del vaccino a scadenze elettorali dall’esito incerto[12], potrebbe risultarne gravemente compromessa l’efficacia. Il CEO del più grande produttore di vaccini al mondo, l’indiano Serum Institute, ha recentemente dichiarato[13] che potrebbe essere necessario attendere fino al 2024 per ottenere un vaccino anti Covid-19 disponibile per tutti, se la vaccinazione richiedesse due dosi.

La Commissione Europea il 16 settembre ha dichiarato: "Vaccine nationalism puts lives at risk. Vaccine cooperation saves them[14]”.

La programmazione e la cooperazione possono contribuire, tra gli altri risultati, a sconfiggere il nazionalismo e il protezionismo: quando se ne saranno dimostrate la sicurezza e l’efficacia, la vaccinazione dovrà interessare per primi i soggetti più deboli e più esposti, e – ma questo riguarda tutti i farmaci e anche i dispositivi non medici – dovranno essere assicurate cure per tutti, senza discriminazioni e senza costi per chi non può permetterseli.

 

 

[1] How trade can fight the pandemic and contribute to global health, Anna Stellinger, Ingrid Berglund and Henrik Isakson  https://voxeu.org/article/protect-public-health-preserve-global-value-chains 

[2] https://www.nytimes.com/2020/04/03/us/politics/coronavirus-trump-3m-masks.html

[3]https://www.washingtonpost.com/gdprconsent/?next_url=https%3a%2f%2fwww.washingtonpost.com%2fbusiness%2f2020%2f04%2f06%2f3m-will-import-masks-china-us-resolve-%2520dispute-with-trump-administration%2f

[4] https://www.washingtonpost.com/health/us-sent-millions-of-face-masks-to-china-early-this-year-ignoring-pandemic-warning-signs/2020/04/18/aaccf54a-7ff5-11ea-8013-1b6da0e4a2b7_story.html

[5] https://twitter.com/FPanunzi/status/1270611495051821057

[6] https://twitter.com/monacelt/status/1233444684829204480

[7] France opposes return to 'same' EU deficit rules after virus crisis: European Affairs minister to AFP

https://twitter.com/AFP/status/1308344525019062272

[8] https://www.nytimes.com/2020/09/22/opinion/covid-vaccine-coronavirus.html

[9] 9 Now, the way these studies work is they're what's called an event driven study. So that means you need a certain number of people in the trial to get infected with COVID. So then you can see if the vaccine prevents more infections with COVID versus the people that didn't get the vaccine. There are three time points that's going to be looked at: around 50 people, around 100 people, and around 150 people. Based on our view around enrollment and the spread of the disease, we think

that that first interim analysis could happen sometime in October. And if the vaccine were to prove successful at that point, it would need to prevent about 85% of the infections. The next time point is sometime in November, which is our current base case, and it would prevent about 60% or more of the rate of infection. And then the last time, would happen sometime towards the end of the year, where you'd need to prevent about 55% of the infection with the vaccine. Matthew Harrison,

equity research analyst covering biotechnology  https://www.morganstanley.com/ideas/thoughts-on-the-market-coronavirus

[10] https://twitter.com/EricTopol/status/1308483054642499585

[11] https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/coronavirus-covid-19-update-daily- roundup-september-21-2020

[12] https://www.washingtonpost.com/health/2020/09/22/fda-covid-vaccine-approval-standard/  

[13] https://www.ft.com/content/a832d5d7-4a7f-42cc-850d-8757f19c3b6b?segmentid=acee4131-99c2-09d3-a635-873e61754ec6

[14] https://twitter.com/EU_Commission/status/1306143203268218881

 

 

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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