di Salvatore Prinzi

Mi hanno colpito molto positivamente le reazioni al nostro risultato delle regionali, soprattutto se paragonate al 2018. Credo sia utile socializzare questo dato perché è politico.

Nel 2018 l'elettorato diPotere al Popolo era fatto da due tipologie umane diverse. Noi speravamo si potessero conciliare, immaginavamo che - in assenza di movimenti di massa su cui innestarci, ma nell'impossibilità di restar fermi mentre il nemico attacca - PaP dovesse essere una formazione di transizione fra "vecchio" (la sinistra che ha comunque un patrimonio da salvare, un minimo di rendita, di strutture, contatti) e "nuovo" (che è il mondo da aggredire, delle classi popolari, di tante persone depoliticizzate ma che fanno esperienza delle contraddizioni).
 
Questa divisione ha poco a che fare con un dato generazionale (checché ne pensi chi ci dà dei giovanilisti), e molto invece con il rapporto con la realtà, con la percezione di quanto stiamo inguaiati e di come, quindi, dobbiamo essere liberi di sperimentare fuori dagli schemi classici.
 
Nel 2018 la campagna elettorale fu entusiasmante, si creò un bello scambio di esperienze. Ma la sera stessa del risultato i problemi vennero fuori.
A partire dal famoso brindisi da Mentana, che fece incazzare tanti militanti tristi e ci fece scrivere invece da tante persone che solo in quel momento ci avevano conosciuto e che erano estasiati dalla diversità, dall'autenticità rispetto al teatrino della politica. La verità è che noi eravamo semplicemente contenti a prescindere dal risultato, perché esistevamo, perché finalmente la controparte doveva accorgersi di noi (non ci avevano mai considerato sui media per mesi), perché era finita la parte più stressante e cinica, quella elettorale, e iniziava quello che sapevamo fare meglio: comunità e lotta.
 
Il tradizionale e ormai residuale mondo della sinistra si viveva come sconfitto, si lamentava di tutto, concentrato sul passato di "quando facevamo il 30%", aveva il feticcio dell'unità (che è un valore importantissimo se riferito a processi reali e non ad accozzaglie elettorali), lamentava di non essere andati con LeU, pur sapendo che nascevamo proprio agli antipodi di un D'Alema. Così si preparava già al prossimo cartello elettorale.
Invece la maggior parte dei giovani, i proletari aggregati con le attività sociali, le micro-avanguardie di lotta dicevano: è un inizio, anzi, siamo 370.000, molti di più di quanto immaginavamo (ognuno di loro fino a quel momento si era sentito il solo sul posto di lavoro a pensare certe cose) ora però non ci fermiamo, diamo organizzazione! Questi avevano attaccamento alla maglia.
 
Purtroppo conciliare questi due mondi, nonostante mesi di sofferenza anche personale, si rivelò impossibile: il mondo della sinistra tradizionale a noi venuti dal nulla ci odiava oltre ogni razionalità. Per dire, Viola riceveva di continuo insulti e inviti a morire. A me ogni tanto arrivano ancora messaggi anonimi da qualche fulminato di partito che mi vuole picchiare. Cioè alla fine siamo bravi ragazzi, ci facciamo il culo senza tornaconti, perché riservarci questo carico di merda? Forse sfidavamo identità esistenziali?
 
Il rifiuto di un'alleanza con noi alle europee 2019, le suppletive 2020 a Napoli dove tutto il mondo della sinistra finì fra le braccia dell'uomo del PD Ruotolo piuttosto di votare PaP, furono emblematiche in questo senso.
 
Ieri invece ho letto centinaia di messaggi e di reazioni al voto campano. E' raro trovarne di negativi dai nostri elettori. Certo, tutti volevamo fare di più, sentivamo di meritarcelo. Ma ci scrivono da Benevento, da Caserta, dalla sterminata provincia chiedendo come si partecipa, come ci si può tesserare. Altri hanno già fatto riunione di bilancio e vogliono aprire case del popolo. Alcuni ci hanno già chiamato su Napoli perché "vogliamo la rivincita e il prossimo giro è quello giusto". I nostri candidati, invece di prendere le distanze, ci invitano a braciate sui loro territori per avere finalmente il tempo di conoscerci anche come persone e costruire con più forza la nostra comunità...
 
Certo, stiamo parlando di 31.000 voti, di qualche centinaio di militanti in Campania. Sappiamo il resto della regione dove sta: con la rassegnazione e l'astensione, con le clientele e i "figli di".
 
E quindi? Pensate che non lo sapevamo da prima di iniziare? Pensate che tre anni fa ci saremmo buttati in un'avventura così folle se non fossimo mossi da una forte disperazione?
Il lamentarci della nostra situazione non la cambierà. Raccontarci i nostri limiti, se non serve a correggerli, diventa solo un alibi per non far nulla.
Io sarò una persona semplice, ma so che essere decine di migliaia è meglio che essere gli 80 che eravamo all'Ex OPG tre anni fa. Che essere organizzati è meglio che essere disorganizzati. Che avere una casa è meglio che dormire per strada.
 
Che da qualche parte bisogna iniziare, e questa è senza dubbio la parte più pulita, più bella. Che si impara sperimentando, e che è impossibile arrivare alla cosa giusta se non si prova e si fallisce anche, senza paura. Basta serenamente individuare dove migliorare.
 
Io so che dopo questi quattro mesi belli tosti abbiamo più riconoscibilità, più gente appresso, abbiamo imparato un macello di cose, i nostri quadri e candidati sanno intervenire meglio, so che abbiamo una figura pubblica come Giuliano, che sarà di sicuro un riferimento, una Casa del Popolo a Soccavo, nuove assemblee aperte...
 
Il problema semmai viene ora. Riusciremo, essendo tutti precari, volontari, senza soldi, a stabilizzare quello che abbiamo smosso? Riusciremo a formare rapidamente chi si è avvicinato ed è alla prima esperienza? Riusciremo a crescere nella comunicazione e rompere la bolla, a comunicare meglio le tante cose sociali che facciamo, ma che non sedimentano fuori dai nostri giri? Riusciremo a costruire ponti con chi a sto giro era da un'altra parte, ma che vorremmo vedere con noi?
 
Ecco, io questo non lo so. Ho l'ottimismo della volontà e penso di sì. Ma dipenderà davvero da ognuno di noi, da ogni singolo militante, da ogni singolo elettore.
Perché questo tunnel finirà, questo trend di destra, di passioni tristi, di paura dell'altro, di autoritarismo, di discriminazione finirà. Ma dobbiamo farci trovare pronti.
 
Nel frattempo, brindiamo con il vino migliore che abbiamo!

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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